24/08/2026
Adelaide J. Pellitteri racconta “Nessun ritorno”: trentadue viaggi nell’anima umana, tra ironia, destino e fragilitàIntroduzione
Interviste

Adelaide J. Pellitteri racconta “Nessun ritorno”: trentadue viaggi nell’anima umana, tra ironia, destino e fragilitàIntroduzione

Apr 30, 2026

Su L’Epoca Culturale incontriamo Adelaide J. Pellitteri, autrice di Nessun ritorno. Brevi romanzi da metropolitana, una raccolta di trentadue racconti che attraversano epoche diverse, dal Medioevo al presente, per indagare ciò che nell’uomo sembra ripetersi oltre il tempo.

Nell’intervista, l’autrice ci conduce dentro la genesi del libro, spiegando come la frammentarietà dei racconti sia solo apparente: a tenerli insieme è un filo profondo, fatto di comportamenti umani ricorrenti, fragilità, violenza, ironia tagliente e osservazione lucida del reale. Pellitteri racconta anche il suo percorso dalla poesia alla prosa, l’importanza della sintesi, del ritmo narrativo e di una scrittura capace di lasciare intravedere, dietro ogni storia breve, un mondo più grande.

Adelaide Pellitteri, nel Suo ultimo lavoro Nessun ritorno. Brevi romanzi da metropolitana Lei costruisce un percorso narrativo che attraversa epoche diverse — dal Medioevo al presente — dando vita a una struttura frammentaria solo in apparenza. In realtà, ciò che emerge è una continuità profonda, quasi una circolarità dell’esperienza umana. Quanto questa scelta nasce da un’esigenza formale e quanto, invece, da una precisa visione della storia come ripetizione di dinamiche costanti?

L’idea è nata a seguito della prima raccolta dal titolo Donne fino a epoca contraria pubblicata nel 2018 che, composta sempre da 32 racconti, prende inizio dal ’68 e si conclude in un tempo lontano distopico e delirante: come soggetto principale ha le donne (anche lì storie e situazioni descritte con ironia e sarcasmo, senza trascurare il realismo). Nella prima raccolta, la narrazione punta a sottolineare come per lei ogni conquista comporterà una perdita: vivrà sempre un’epoca contraria. In questa ultima opera, invece, ho voluto descrivere atteggiamenti e comportamenti che, pur in tempi e contesti profondamente diversi, si ripetono.

I trentadue racconti che compongono la raccolta sembrano muoversi in autonomia, eppure sono attraversati da un filo sottile che tiene tutto insieme: l’umanità colta nei suoi momenti più fragili, feroci e autentici. In che modo ha lavorato su questo equilibrio tra dispersione narrativa e unità tematica, evitando che la frammentarietà diventasse dispersione?

Sono felice che anche lei abbia colto il filo conduttore. Creare una raccolta è di certo un lavoro più complesso rispetto al romanzo, nel senso che con il romanzo devi sviluppare la trama di una sola storia (e guai a divagare) mentre per una raccolta devi inventare più storie che convergano verso un senso compiuto. Per questo motivo, una raccolta non nasce conseguenzialmente alla prima storia, deve avere un tema dominante, certo, ma si deve spaziare in più direzioni. In questa raccolta il tema che emerge più spesso è la violenza sulle donne (inutile ignorare ciò che viviamo attualmente), ma i temi sono vari e portano più alla reiterazione del comportamento umano, pur variando tempi e condizioni in cui vive il personaggio in questione. Il mio è stato un lavoro durato anni. Le dico subito che i primi tre concepiti allo scopo sono stati Morte di don Ferdinando, Le tediose giornate del nobile Tancredi e Don Pino Baio. Gli altri sono arrivati con il tempo e non in sequenza temporale. Trovata l’ispirazione mi dicevo: bene, questo farà parte della raccolta. Nel frattempo, mentre come una formichina inventavo una storiella e mettevo da parte, ho scritto e pubblicato il romanzo La figlia italiana.

Adelaide, nel Suo libro si avverte una tensione molto forte verso l’idea che il tempo, pur cambiando scenari e linguaggi, non riesca realmente a modificare il corso del destino umano. Questa visione nasce da un’osservazione del presente o da una riflessione più ampia sulla storia e sulla natura dell’uomo?

Penso che l’uomo sia il peggiore scolaro, conosce le lezioni a memoria (siamo molto commemorativi), ma non applica gli insegnamenti acquisiti. Inutile fare esempi, li abbiamo tutti sotto gli occhi.

La Sua scrittura è attraversata da un’ironia spesso tagliente, da un sarcasmo che smaschera le illusioni e da una lucidità che non concede consolazioni. Come riesce a mantenere questo equilibrio tra distacco e partecipazione, evitando sia il giudizio esplicito sia una narrazione neutra?

Credo sia uno degli aspetti più spontanei della mia scrittura. Quando inizio un racconto non mi propongo fin da principio di usare il sarcasmo, l’ironia o altro, tutto avviene in corso d’opera. Il racconto si sviluppa rivelandomi la vera natura del personaggio parola dopo parola.

Lei nasce come poetessa, scrivendo inizialmente in vernacolo, e solo successivamente approda alla prosa. Adelaide, in che modo questa origine poetica continua a influenzare la Sua scrittura narrativa, soprattutto nella costruzione delle immagini, dei ritmi e delle pause all’interno dei racconti?

I tratti che mi sono portata dietro della poesia sono: la sintesi (mettere molta storia in poco testo) e il ritmo (ovvero la musicalità). Se pensiamo alla poesia di Ungaretti, ad esempio “Si sta come le foglie d’autunno”, il pensiero del lettore s’invola, va ai soldati, alla fragilità della vita. I miei racconti vogliono rappresentare la punta dell’iceberg di una storia più grande, e definisco il mio testo “riuscito” solo se la parte mancante è percepibile.

Anche la cadenza del suono ha un’importanza estrema per me. Nell’approcciarmi alla prosa, per quanto riguarda l’armonia delle frasi, la mia maestra è stata la Fallaci. Lei e Giovanni Verga sono gli autori che hanno instillato in me la voglia di fare il salto, passando dalla poesia alla prosa. Di Verga ho amato profondamente le sue novelle ancor più che I Malavoglia. Della Fallaci mi ha sempre rapito la sua capacità: descrivere con chiarezza da giornalista e approfondire con l’abilità del romanziere. 

Il Suo percorso si muove tra una forte componente autodidatta e momenti di formazione strutturata, come l’esperienza alla Scuola Holden. Quanto questo doppio registro, da un lato la libertà della scrittura “non mediata”, dall’altro il confronto con tecniche e strumenti, ha inciso sulla consapevolezza del Suo stile?

La libertà della scrittura è stata il primo sintomo della mia passione (per altro ereditata dal mio bisnonno) mentre i corsi di scrittura mi hanno dato gli strumenti per imparare a gestirla. Sono due tempistiche della scrittura che ogni autore conosce. Il primo è il germoglio, il secondo è la cura. Ricordo una frase in particolare durante un corso tenuto dalla Navarra Editore, l’insegnante, Beatrice Agnello, ci disse: «Quando dovete descrivere un dolore, attingete dal vostro bagaglio emozionale. Cercate di ricordare un dolore che voi stessi avete vissuto, rintracciate e riportate quelle sensazioni.» Un insegnamento che per me è diventato fondamentale.

Lei ha raccontato come forum e piattaforme letterarie siano stati per Lei veri e propri laboratori, spazi di confronto quotidiano con altri autori. In che modo questo dialogo continuo ha trasformato il Suo modo di costruire una storia e, soprattutto, il Suo rapporto con il lettore?

Leggendo e lasciandosi leggere si impara a individuare ciò che non funziona in un testo. Il confronto con altri appassionati mi ha liberata dal dubbio: la mia scrittura piacerà o non piacerà? Le mie storie hanno senso oppure no? Ho preso coraggio, acquisito sicurezza e, soprattutto, ho imparato molto. I corsi, per quanto validi, non durano in eterno e quindi, affrontando un testo nuovo, c’è sempre qualche problema da risolvere, un inciampo da superare; ed è qui che i commenti di buoni lettori che sanno anche scrivere vengono in aiuto. La mia esperienza, a riguardo, è stata decisamente positiva.

“Brevi romanzi da metropolitana” Il sottotitolo della raccolta suggerisce una scrittura capace di cogliere frammenti di vita in tempi rapidi, quasi in movimento. È una scelta che rispecchia il ritmo contemporaneo, o piuttosto un tentativo di condensare in pochi tratti narrativi una complessità più ampia, come se ogni racconto fosse un mondo compresso?

La mia scrittura, asciutta e sintetica, risponde ad entrambe le sue osservazioni. Oggi siamo così pieni di stimoli e impegni che ci mancano la concentrazione e il tempo per leggere. Credo che la forma del racconto, tipologia bistrattata, ritenuta minoritaria, oggi abbia la misura giusta per il lettore contemporaneo. Personalmente prendo spesso la metropolitana e, durante i miei piccoli viaggi, mi sono resa conto che i miei racconti si possono leggere comodamente tra una fermata e l’altra.

Adelaide, i Suoi personaggi sembrano muoversi in uno spazio sospeso tra realismo e dimensione simbolica, dove il quotidiano si intreccia con una riflessione più ampia sull’esistenza. Quanto c’è, nella loro costruzione, di osservazione diretta del reale e quanto, invece, di elaborazione narrativa e quasi allegorica?

Sono un’attenta osservatrice del mondo che mi circonda, e ho l’abitudine di allungare lo sguardo oltre ciò che è visibile; un istinto naturale che mi permette di inventare le storie dal risvolto inaspettato. Da ragazza ho vissuto un episodio molto significativo, piangevo per un motivo ben preciso, ma tutti quelli che avevo intorno pensavano piangessi per tutt’altro. Lì ho capito come sia facile ingannarsi. Nei miei racconti due più due non fa mai quattro.

Dopo un percorso che attraversa poesia, racconti e romanzo, fino a questa nuova raccolta, la scrittura appare come uno strumento di indagine profonda sull’umano. Oggi, per Lei, è ancora uno spazio di esplorazione e scoperta o è diventata una necessità imprescindibile, un modo per dare forma e senso a ciò che altrimenti resterebbe indistinto?

Ai miei personaggi cerco incessantemente di dare un’anima. Se pure raccontassi di un bicchiere d’acqua, il mio scopo sarà sempre quello di portare il lettore a scoprirne la fonte e la vera natura.