Lucia Accoto: tra verità, critica e scrittura, oltre ogni illusione editoriale
Il dialogo con Lucia Accoto si muove tra esperienza, rigore e una visione della scrittura profondamente radicata nella verità. Dal giornalismo di cronaca nera alla letteratura, il suo percorso restituisce uno sguardo lucido e senza concessioni sul mondo editoriale contemporaneo. Tra riflessioni sul valore autentico dei libri, il ruolo del critico e le derive del mercato, emerge una voce che non media né addolcisce, ma interroga. Un confronto intenso che riporta al centro l’urgenza di scrivere e leggere con autenticità
Lucia Accoto, Lei si è definita “al servizio delle storie e della bellezza”, un’espressione che richiama una dimensione quasi etica, oltre che professionale. In un tempo in cui la scrittura sembra spesso piegarsi alle logiche dell’esposizione e della visibilità, cosa significa oggi, per Lei, mettersi davvero al servizio di una storia? E quanto è difficile restare fedeli a questo principio?
Le storie sono scogli. Non è facile maneggiarle e arrivare ad aggrapparsi ad esse. Sei tenuto fuori dal canto e dal tormento dell’ispirazione di voci che non si lasciano prendere. Alcune storie sono fatte di sottrazione, di parole dosate, imbellettate. Sono lo strappo con la sepoltura del respiro, con la volontà della sospensione, con il dire lasciando le cose a metà. E lì, c’è tanto altro ancora da scoprire. Sono storie miracolate nella loro bellezza nascosta, inespressa. Le sento come una marchiatura a caldo. Avverto che c’è qualcosa che va scavato, fiutato, che mi chiama verso un dolore dal quale non posso abbassare la testa prima di ogni resa. Non prendo in considerazione la visibilità perché resto fedele alle emozioni che sono corsi d’acqua senza snodi, il fuoco che infiamma la curiosità, il senso critico.
- Il suo percorso nasce nel giornalismo di cronaca nera, un ambito in cui la parola è essenziale, precisa, priva di margini per l’interpretazione. Poi, nel tempo, è arrivata la letteratura, con i suoi spazi più liberi, più sfumati, più profondi. Ricorda il momento in cui ha avvertito l’esigenza di uscire da quella rigidità per entrare in una scrittura capace di accogliere anche l’ispirazione e la riflessione? È stato un passaggio graduale o una necessità improvvisa?
Giornalismo e letteratura, per me, sono sempre andati a braccetto. Il giornalismo era l’attività principale, il mio lavoro che ho svolto per moltissimi anni per poi abbandonarlo del tutto, e mi ossigenavo con la letteratura. Sì, c’è stato un momento preciso in cui ho sentito impellente l’urgenza di cambiare registro, di dedicarmi completamente alla letteratura, all’editoria. Dopo fatti di sangue, di Scu, di rapine, di delitti, la mia mente ha detto basta. Mi sentivo soffocata dal ritmo preciso, dalle parole oculate, dalla cronaca nera. Molte parole restavano inespresse, bloccate, buie. Dovevo farle librare. Dovevano conoscere la luce, i colori. Sentivo che la cronaca nera non mi appassionava più, che era solo una corsa verso la notizia raccontandola bene. Io, però, non sentivo più niente. Mi lasciava un grande vuoto e dovevo riempirlo con parole nuove, da strutturare, ma che erano sentite e che avevano il disordine del maremoto emotivo per poi guidarle nell’ordine della bellezza.
- “La letteratura è la prova che la vita non basta” – Fernando Pessoa. In un panorama editoriale sempre più ampio e, per certi versi, dispersivo, Lei ha spesso sottolineato come non tutto ciò che viene pubblicato possa essere definito letteratura. Alla luce della Sua esperienza, quali sono oggi gli elementi che trasformano un testo in un’opera capace di andare oltre l’intrattenimento? E dove, secondo Lei, si colloca il confine tra narrazione autentica e semplice consumo editoriale?
Tutti sanno scrivere, ma scrivere per pubblicare è un’altra cosa. Non tutto ciò che finisce in un libro è letteratura, è apprezzabile. La scrittura è voce. Suona, traballa oppure tace quando non ha niente da lasciare su carta pur riempiendo pagine. Alcuni libri sono delle menzogne che ingravidano la vanagloria di chi si sente scrittore senza pensare che puzzano di fuffa e che il lettore ne riconosce lo stampo dell’ipocrisia. Un libro affinché sia riuscito e venga considerato bello o bellissimo necessita una serie di componenti. La scrittura sporca, impura, lasciata senza sguardo, senza controllo e ordine è un danno pazzesco. Si usa senza alcun rispetto. Non si può scrivere come si parla tra amici, in casa, al bar. Ha bisogno di regole, di armonia, di sentimento e di tempesta. Poi, bisogna avere qualcosa da dire e saperlo dire bene. Costruire una struttura narrativa solida è fondamentale, si rischia di sfarinare tutto anche le idee incerte. La narrazione autentica è già il punto che segna il consumo editoriale. Il lettore l’avverte, lo riconosce e corre a comprare quei libri autentici in tutto.
- Essere critico letterario oggi significa anche assumersi una responsabilità importante: orientare il lettore, selezionare, talvolta prendere posizione in modo netto. Nel Suo lavoro, si sente più una mediatrice tra il libro e chi lo legge, oppure una voce autonoma che interpreta, filtra e, se necessario, esprime anche un giudizio critico deciso. E quanto pesa questa responsabilità nel Suo quotidiano?
Ho sempre un giudizio critico deciso, preciso, in tutte le recensioni. Forse, questo, si avverte di più nelle stroncature. Come critico letterario devo il rispetto per il mio mestiere e per i libri che ho in mano. Ecco, il rispetto è la misura per dire la verità, anche scomoda. Sinceramente, non mi sento né una mediatrice né una voce autonoma. Faccio solo il mio lavoro di critico, che piaccia oppure no. Poi, il mio giudizio può influenzare la scelta dei lettori o condizionare il pensiero degli scrittori. Di certo, è una cosa che non mi riguarda. Se dovessi pensare sempre alle visioni ed ai pensieri degli altri, perderei tempo nell’apatico immobilismo. L’unica responsabilità che ho è quella del rispetto nella manifestazione più vera della sua onestà critica ed intellettuale.
- Lucia, nel corso del Suo percorso, fatto di letture, analisi e incontri con la scrittura, c’è stato un momento preciso in cui il Suo sguardo sui libri è cambiato radicalmente? Un passaggio, silenzioso ma decisivo, in cui ha smesso di leggere come prima e ha iniziato a interrogare il testo in modo diverso, più profondo e più esigente?
Da quando ho iniziato a fare la giornalista ho imparato a leggere in modo differente, nuovo. Il giornalismo mi ha preparato in questo nella lettura. Per sapere bisogna capire e per capire bisogna analizzare. Questo modo di vivere il giornalismo e quindi in similitudine anche la lettura mi ha consentito di scomporre e ricomporre le storie per cercare, non solo la profondità, ma soprattutto il non detto che è la parte sospesa che lo scrittore, quello bravo, lascia come eredità da modellare sulla base di ciò che il lettore coglie, fa proprio e consegna agli altri.
- Lei ha osservato come la scrittura femminile contemporanea abbia conosciuto un’evoluzione, ma non sempre in modo uniforme o compiuto. Guardando al panorama attuale, dove individua il punto critico: nella padronanza della lingua, nella costruzione del pensiero, oppure nella capacità di assumersi fino in fondo la responsabilità di una voce autentica? E cosa, secondo Lei, manca ancora perché questa evoluzione sia davvero piena?
E’ una mistura di tutto ciò che lei ha indicato e anche altro. Molte firme femminili, specie emergenti, sono troppo mielose, si autocommiserano o si sopravvalutano nella forza di qualcosa che, poi leggendo, appare nebbia. Manca l’umiltà, l’asse sul quale poggia la formula della genuina anatomia della scrittura. Ma più di ogni altra cosa manca la preparazione. Vedo e leggo molta improvvisazione, pressapochismo, superficialità.
- “Scrivere è un atto di coraggio” Anaïs Nin. In un’epoca in cui la scrittura è sempre più esposta e immediata, quanto conta ancora il coraggio di esporsi davvero, di prendere posizione, di non aderire a modelli già consolidati? E crede che oggi gli autori – e in particolare le autrici – siano disposti a correre ancora questo rischio fino in fondo?
Agli scrittori non è chiesto il coraggio, nel senso stretto del termine, e loro non lo sentirebbero nemmeno. Vogliono scrivere ciò che sentono, lo fanno, ma con un occhio al mercato editoriale, che molti ignorano le dinamiche pensando che sia sufficiente pubblicare per risolvere l’ipotetico problema o per realizzare un sogno. Ogni scrittore vorrebbe vendere, vorrebbe arrivare alla grande editoria, fare numeri, arrivare alla critica e conquistare i lettori. Il coraggio viene dal guizzo originale di essere scrittori e non dal sentirsi tali.
- Nel Suo lavoro di critica Le sarà capitato di trovarsi di fronte a testi formalmente impeccabili, costruiti con grande perizia tecnica, ma privi di una reale espressività. In una situazione del genere cosa prevale nel Suo giudizio: il rispetto nella scrittura e la forma o la necessità di riconoscere prima di tutto, una verità narrativa? E quanto è difficile prendere una posizione netta in questi casi?
Mi sono trovata spesso dinanzi a libri costruiti benissimo e scritti magistralmente: capolavori letterari e scrittori di talento. Ho sempre una posizione netta e precisa. Le mie recensioni sono chiare, nella stroncatura e nel giudizio positivo. Valuto molti aspetti, non solo la forma stilistica e la verità narrativa. Ci sono segmenti della critica che bisogna trasferire nei testi analizzandoli con correttezza e serietà. La scrittura è solo la punta della piramide, bisogna trovare le radici per conoscerne le fondamenta.
- “I classici sono quei libri che non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire” – Italo Calvino. Nel Suo lavoro quotidiano, a contatto con le novità editoriali, quanto spazio trova il confronto con il tempo? Un libro deve attraversare gli anni per essere davvero riconosciuto come letteratura, oppure è possibile coglierne il valore già nel presente, nella sua capacità immediata di parlare al lettore?
I classici non si toccano, sono la storia letteraria. E la letteratura oggi, per fortuna, vanta libri strepitosi. Non difettano in nulla, emozionano. Questo devono fare i libri, emozionare raccontando storie che hanno l’essenza della realtà nella sua vena più autentica. Libri del genere sono preziosi, i lettori li riconoscono bene e fanno scuola, per tutti: lettori, scrittori, critici.
- Dopo anni dedicati alla lettura, alla scrittura e all’analisi dei testi, quale pensa sia oggi il senso più profondo della letteratura? E c’è qualcosa, nonostante l’esperienza, che continua a sfuggire, a sorprenderla, a restare inafferrabile?
Mi sfugge sempre qualcosa e su quel qualcosa poi torno e ci lavoro su. Sono continuamente sorpresa dalla bellezza e dal talento di alcuni scrittori e la loro capacità e bravura è inafferrabile. Puoi solo respirarla, sfiorarla.



