18/04/2026
Anna Napoli: il Cantico dei Cantici tra segno e colore. Lo sguardo critico di Massimiliano Reggiani
Arte

Anna Napoli: il Cantico dei Cantici tra segno e colore. Lo sguardo critico di Massimiliano Reggiani

Mar 17, 2026

Quando l’arte non rappresenta la necessità di un mestiere si apre alla sconfinata bellezza della filosofia individuale. Rappresenta, cioè, il lungo percorso che accompagna la vita dell’autore e trasuda ricchezza di riflessioni, d’esperienze e ricordi personali che con naturalezza diventano simboli, diretti e universali. Così è stato anche per Anna Napoli, pittrice di sangue siciliano ma abituata, sin da giovanissima, al confronto con luoghi e culture lontane. Nata nel messinese, a Castel di Lucio, si spostò ancora bambina nel continente per dividersi poi tra Svizzera e Inghilterra studiando lingue straniere.

Dai colli siciliani, affacciati in lontananza sul Tirreno, al morbido Appennino toscano dove attualmente dipinge e vive – a Montespertoli non distante da Firenze – Anna Napoli ha condotto una coerente e decennale riflessione sul testo biblico il Cantico dei Cantici: lo shìr hasshirìm – ovvero il Cantico sublime – della tradizione ebraica. Di questi antichi versi, che la dottrina cristiana ha da sempre interpretato in senso allegorico – anima/Dio per Gregorio nisseno; Cristo/Chiesa per Sant’Ambrogio – l’Artista prende il valore concreto delle parole che furono un tempo palpitante materia e adesso si trasformano in segni e colori.

Sono dipinti ad olio, alcuni su tela e molti su tavola di legno; hanno un linguaggio maturo e coerente, nonostante siano realizzati in tempi diversi, con intervalli anche di anni: questo non crea discontinuità, tutt’altro. Genera semmai maggior complessità perché le soluzioni formali diventano sempre più raffinate. La composizione conserva una chiara percezione dei personaggi che sono però incorporei, tracciati in reticoli dove le linee abbandonano ogni rappresentazione fotografica per inglobare sempre nuove narrazioni, cariche di suggestione remote, di efficaci arcaismi, di liriche emozioni.

Anna Napoli, da sempre abile disegnatrice, ha perfezionato la propria arte studiando privatamente ma soprattutto assorbendo la lezione dei grandi cicli fiorentini, improntati sin dalle origini ad un concreto e scultoreo realismo. I suoi dipinti non procedono secondo un progetto, hanno una creazione libera, intuitiva, dove la forma che evoca e il colore che modella si rincorrono nella continua ricerca di un equilibrio visivo. I titoli sono frasi, frammenti del Cantico; lo sviluppo è invece un gioco di associazioni mentali e di riempimento, quasi di saturazione, dell’intera scena dipinta.

Non vi è la ricerca, prospettica o per scorcio, di uno sguardo possibile, di una reale percezione retinica del vero. È invece un discorrere per figure, una vibrazione estetica prodotta dai colori. Abbandonandosi ad una contemplazione astratta di questi eleganti lavori si percepisce quanto il ritmo cromatico prevalga e alla fine superi la riconoscibilità delle singole parti. Si è quasi tentati di pensare che Anna Napoli dipinga opere astratte che si materializzano attraverso forme conosciute, attraverso soggetti, oggetti e sguardi sempre coerenti con la narrazione. Non è il titolo a generare il quadro ma l’inverso, come un’epifania del sacro attraverso l’arte.

Ecco che, improvvisamente, si svela l’importanza del vissuto personale, del vasto alfabeto iconografico che l’Artista attraverso gli anni ha distillato conservandolo nel proprio lessico personale. Le mani come attori muti, gli sguardi che raccontano più di mille parole, i galli di campagna, gli armenti liberi di pascolare, gli uccelli dei canneti, i bicchieri, le bottiglie, i tralci di fiori, i tetti di coppi, i cipressi lontani, il ricordo di un pesce, di alcuni limoni: sono la Sicilia dei Nebrodi e la Toscana dei borghi, sono l’amore per la vita senza la straniante nevrosi dell’era industriale.

Allo stesso modo le scelte tecniche, la forte stilizzazione, una sorta di cubismo temporale, la veemenza espressionista, il colore delle danze dai ritmi selvaggi e slavi, sono il frutto succoso e dolce, sinestetico e attualizzato di tre millenni di storia della pittura. Quell’arte figurativa cresciuta nel grembo ospitale della civiltà mediterranea che Anna Napoli tratta con mirabile padronanza culturale, così come nella vita professionale parla con altrettanta naturalezza l’inglese e il francese. l’arabo, l’italiano e il tedesco.