VÙ CUMPRÀ?
Racconto di Rosanna Carletti
Mercoledì pomeriggio, sentendo suonare alla porta Rosa guardò dalla finestra, poi scese ad aprire.

Era Amed, un ragazzo marocchino un “vù cumprà”, così li chiamavano negli anni ottanta gli immigrati che arrivavano dal Marocco, perché giravano per vie e spiagge con grandi borsoni gridando “vù cumprà… vù cumprà…”
Aveva ventotto anni, portava pantaloni larghissimi annodati alle caviglie e una tunica, il cui colore era un misto di giallognolo – caffè-latte.
Capelli ricci neri con qualche filo d’argento, occhi scurissimi, sguardo triste e penetrante che colpiva nell’anima, corporatura robusta, denti bianchissimi, sorriso accattivante.
Portava un borsone pieno di ogni genere di biancheria che cercava di vendere porta a porta; girava nei paesi dell’entroterra ligure, dedicando il mercoledì alla periferia.
Prendeva l’autobus al capolinea e arrivava all’altro capolinea, scendeva e piano piano suonando alle porte, qualcuno gli apriva i più tanti no, percorreva la strada a ritroso sperando di vendere qualche cosa.
Lungo la via salutava e sorrideva a tutti, qualcuno gli rivolgeva una parola o un cenno di saluto, chi lo guardava con sospetto, impaurito da quel ragazzo mal vestito e maleodorante, chi a parolacce lo rispediva al suo paese.
Nel pomeriggio arrivava in quel borgo, sapeva di trovare accoglienza; c’erano tre signore che si erano affezionate a quel ragazzo gentile ed educato, rispettoso, desideroso di instaurare un rapporto amichevole con qualcuno e così fu, con loro.
Al suo arrivo, Rosa, Roberta e sua mamma Annita scendevano in piazza per chiacchierare e cercare di conoscerlo meglio; le donne, appoggiate allo stipite delle porte e lui, seduto sul muretto che delimitava la piazza.

Amed parlava un italiano improvvisato, che fatica, le prime volte, riuscire a capirlo e farsi capire, ma di volta in volta il dialogo risultava più fluido.
Lui non si sottraeva a quella specie di benevolo interrogatorio e a sua volta voleva conoscere il loro modo di vivere e, religione a parte, cercava di integrarsi.
Disse di aver avuto due mogli, ripudiando la prima perché non andava d’accordo con sua mamma, in
Marocco la famiglia è matriarcale, i figli maschi quando si sposano rimangono tutti in famiglia; dentro le mura domestiche comanda la suocera e alla sua morte la nuora più anziana e così via.
Lui era un commerciante di frutta e verdura che coltivava assieme al padre e poi portava al mercato, a causa della siccità aveva dovuto abbandonare la campagna e trasferirsi in città.
Il suo paese dista settanta chilometri da Marrakech, lì non era riuscito a trovare lavoro, così aveva seguito l’esempio di altri suoi connazionali ed era emigrato in Italia per poter mantenere la numerosa famiglia, aveva sei bambini.
Raccontava del viaggio, fatto con mezzi di fortuna, trattati come animali.

A volte spariva, poi ricompariva e nel tempo le tre donne capirono che aveva trovato un posto appartato, dove ritirarsi a pregare.
Pregava cinque volte al giorno inginocchiandosi, rivolto alla Mecca, su un tappetino.
Quel mercoledì, Amed era più triste e malinconico del solito.
Disse che era tanto stanco, che gli mancava la famiglia, voleva rivedere i suoi bambini, si sentiva solo anche se viveva con alcuni amici e due fratelli, in un alloggio nei vicoli del centro storico di Genova, in otto persone in tre stanze compreso bagno e cucina; una vita faticosa la sua, colma di rinunce.
Alla domanda: “Perché giri nei paesi e non vai in spiaggia? Faresti meno fatica”, rispondeva: “Mi vergogno, tante donne nude” e arrossiva.
Era contento di chiacchierare con loro e di raccontare la sua vita. Faceva vedere le fotografie dei suoi bambini, mai quella di sua moglie.
Quel pomeriggio, dopo circa un quarto d’ora, Annita si allontanò per andare nell’orto, doveva sistemare gli animali.
Quando il sole iniziò a tramontare la signora Annita fece ritorno dall’orto, aveva appeso al braccio un cestino con la verdura appena raccolta e teneva in mano due uova ancora calde.
Il tempo era volato.
Annita notò che Amed osservava la mano che reggeva le uova, gli chiese: ”Hai fame?”.
Lui, abbassando lo sguardo rispose sottovoce: “Sì”.
Annita mise le uova in mano a Rosa: “Tieni, cuocigliele”.
Rosa, fu colta alla sprovvista. Come poteva cuocere le uova e portargliele in mano?
Nello stesso tempo si sentiva a disagio a invitarlo in casa, lui poteva fraintendere, in fondo non si conoscevano bene e lei era una giovane donna, aveva trent’anni, comunque lo invitò in casa, Amed un po’ a disagio accettò.
Erano circa le sei del pomeriggio: “Tra poco arriverà Alessandro” e il pensiero la rassicurò.
Entrati in casa, lo fece sedere, apparecchiò la tavola, cucinò una pastasciutta, le uova, qualche fetta di pomodoro, del pane, del formaggio, una mela, un po’ di dolce.
Lui divorò tutto … era proprio affamato, da bere solo acqua.
Non sapeva usare le posate, mangiava con le mani aiutandosi col pane, e guardava Rosa che cercò di metterlo a suo agio.
Quando arrivò Alessandro, trovò l’inaspettato ospite.
Alessandro conosceva Amed attraverso i racconti di Rosa.
Amed, appena sentito aprire la porta voleva andar via; restò e si trovò a suo agio con quell’uomo che aveva pochi anni più di lui.
Da quella volta, divennero amici.

Alla morte della signora Annita, Amed ebbe il pensiero di portare dei fiori con un cartoncino dove, con scrittura tremolante e in stampatello, faceva le condoglianze.
Anche quando, in momenti diversi, furono ricoverate le mamme di Rosa e di Alessandro, Amed andò a trovarle in ospedale.
Se trascorrevano più di venti giorni senza sentirlo, Rosa e Alessandro si preoccupavano e si chiedevano “cosa gli sarà successo?”, per loro era diventato uno di famiglia.
Era nata proprio una bella amicizia, consolidata nel tempo.
Le risate, le discussioni che duravano un intero pomeriggio, lui era un maschilista convinto, secondo la sua cultura.
Amed si lasciava dire ogni cosa, anche le più scabrose, da lei, una donna; a volte Alessandro le diceva: ”Basta, non esagerare”, e lui: “Lasciala dire, mi fa piacere conoscere il suo punto di vista”, sembrava si fidasse più del suo parere che di quello di Alessandro.
Nel periodo del ramadan, generalmente in inverno, Amed andava in Marocco per condividere con la famiglia quel rito così importante.
In primavera tornava in Italia.
In un viaggio di ritorno, era il 1992, Amed portò in Italia una delle sue bambine, Marwa.
Rosa la vide per la prima volta all’Ospedale Gaslini.
Il papà la ricoverò perché era molto gracile, senza forze e al suo paese non seppero diagnosticarne le cause.
Era una bimba di undici anni, occhi scuri un po’ impauriti, capelli lunghi crespi corvini, magra magra.
Un mese dopo fu dimessa con la diagnosi “denutrizione”.
In un primo momento fu ospitata da un amico di Amed che aveva tre bambine, ma la convivenza non funzionò perché le bambine erano gelose di quell’intrusa.
Così Amed accettò di lasciare la figlia a Rosa e Alessandro, anche se loro avevano un figlio maschio, gli promisero che la bimba avrebbe dormito con Rosa e Alessandro con il figlio.
Arrivò il mese di maggio e Rosa volle regolarizzare la posizione della bimba entrata in Italia come clandestina e si rivolse al Tribunale dei Minori.
Operatori e giudice furono comprensivi ma intimarono al papà di riportarla in Marocco entro il mese di settembre, periodo che permetteva ad Amed, di rinnovare il suo permesso di soggiorno.
Che mesi! Fantastici, faticosi, mesi di conoscenza reciproca, di comprensione da parte di Rosa e Alessandro del mondo arabo.
Capirono il motivo di certe scelte, come la trascuratezza dell’igiene personale.
Non avevano acqua e quella poca che avevano veniva usata con priorità precise, prima gli animali e l’orto poi per le loro necessità.
Per riuscire a capirsi con la bimba, Rosa acquistò un vocabolario di arabo-italiano.
Marwa si affezionò a Rosa e dopo qualche tempo iniziò a chiamarla mamma.
Le prime volte il bambino non ci fece caso, poi un giorno inaspettatamente, quando Marwa disse mamma, lui si mise a urlare: “Questa è la mia mamma la tua è in Marocco, vattene, vai da lei”. Marwa piangeva e Rosa riuscì a calmarli tutti e due.
Vivere all’occidentale, per la bambina fu un periodo fantastico.
Arrivato settembre Amed, come da accordi con il Tribunale dei Minori, ritornò in Marocco con la piccola Marwa.
Fu difficile per tutti doversi lasciare.
Anni dopo Amed disse che Marwa si sarebbe sposata, aveva quindici anni.
Per loro un dispiacere.
Seppero poi che il marito l’aveva ripudiata perché non riuscivano ad avere bambini.
Marwa si risposò con un uomo che aveva l’età del papà.
Quindici anni dopo, era il 2007, Rosa e Alessandro andarono in Marocco a trovarla.
Un’emozione travolgente quando la videro all’aeroporto ad attenderli. Una donna bellissima.
Trascorsero dieci giorni fantastici. Arrivati a casa furono accolti da una frotta di bambini due erano di Marwa.
Trovarono una tavola imbandita, a Rosa fu concesso di pranzare al tavolo degli uomini assieme ad Alessandro e a Marwa fu permesso di stare con loro ma non per pranzare.
Le donne e i bambini pranzavano prima, in un’altra stanza, poi servivano gli uomini.
In casa indossavano bellissimi vestiti, con trasparenze discrete, per uscire dovevano indossare palandrane informi.
La casa era arredata e decorata da arabeschi, aveva tre salotti, tutti in velluto ma dai diversi colori.
Marwa si muoveva come un ombra sempre vicina a Rosa.
Al rientro in Italia riuscirono a tenersi in contatto per diverso tempo e Marwa scrisse a Rosa una bellissima lettera:
“Cara mamma …
Mi sei mancata tanto, mamma, e quando ti ho vista ho ripensato ai bei momenti che ho passato con voi da piccola… lo rivivo come un sogno”
Sono trascorsi tanti anni, non sono più i ragazzi di trent’anni prima, pieni di aspettative e un po’ incoscienti, pronti a sfidare il destino; la vita, soprattutto per Amed, è stata difficilissima e le illusioni, sognando una vita migliore che si era portato dal Marocco, di anno in anno sono svanite.Lo videro un’ultima volta quando andò a salutarli prima del solito rientro in patria per il ramadam, era il 2012, da quel viaggio non fece ritorno.
Nel 2017 dopo una brevissima malattia, Alessandro lasciò sola Rosa, che cadde nel più profondo sconforto.
Un giorno squillò il telefono: “Pronto” disse, dall’altro capo: “Bronto! Sono Amed” …
Era tornato in Italia dopo anni di assenza, come fosse stato guidato da un impulso, qualcuno gli aveva raccontato del lutto che aveva colpito la sua vecchia amica.
Fu molto dispiaciuto per Alessandro e si preoccupò per lei, andò a trovarla e il giorno di Natale lo ha trascorso con Rosa e suo figlio per non lasciarla sola.
Anche Marwa, ora ha quattro figli, ha riallacciato i contatti con Rosa e tutte le settimane le telefona.