24/08/2026
Manicomi e memoria: da Le libere donne su Rai 1 a Bradamante di Simona D’Angelo
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Manicomi e memoria: da Le libere donne su Rai 1 a Bradamante di Simona D’Angelo

Mar 12, 2026

Dalla televisione al palcoscenico torna il racconto delle istituzioni psichiatriche e della condizione delle donne negli anni della svolta della Legge Basaglia, riportando al centro un tema rimasto troppo a lungo ai margini del dibattito culturale.

Negli ultimi anni la narrazione culturale sembra tornare con sempre maggiore frequenza verso un luogo che per molto tempo è rimasto ai margini della memoria collettiva: il manicomio. Non come semplice ambientazione, ma come simbolo di una stagione storica complessa e dolorosa, che ha segnato profondamente il rapporto tra società, libertà individuale e definizione della normalità.

A riaccendere questa riflessione contribuisce oggi anche la televisione. Con la fiction Le libere donne, diretta da Michele Soavi e in onda su Rai 1, il racconto entra nuovamente negli spazi chiusi degli ospedali psichiatrici italiani, i manicomi, riportando al centro storie umane, fragilità e sistemi di potere che hanno caratterizzato per decenni la gestione della salute mentale in Italia.

Non è soltanto un ritorno narrativo. È il segno di una memoria che torna a interrogare il presente.

Per molto tempo il manicomio è rimasto un capitolo difficile della storia italiana: un luogo dove si intrecciavano sofferenza psichica, controllo sociale e paura della diversità. In quelle strutture non venivano rinchiuse soltanto persone affette da gravi disturbi mentali, ma spesso anche individui considerati “scomodi”, incapaci di adattarsi alle regole sociali dominanti.

La svolta arrivò nel 1978 con la Legge Basaglia, una riforma che cambiò radicalmente il sistema psichiatrico italiano e avviò la progressiva chiusura dei manicomi. L’Italia fu il primo paese al mondo ad abolire per legge l’istituzione manicomiale, anticipando un dibattito che avrebbe poi attraversato tutta l’Europa e trasformato profondamente il modo di pensare la cura e la dignità delle persone.

Eppure, se le istituzioni possono cambiare rapidamente, le domande che le hanno generate restano più a lungo nella coscienza collettiva. Il ritorno del manicomio nelle narrazioni contemporanee sembra nascere proprio da questo bisogno di comprendere meglio una pagina storica che per troppo tempo è stata raccontata poco, o in modo superficiale.

Non sorprende quindi che questo tema stia riemergendo contemporaneamente in linguaggi artistici diversi.

Accanto alla televisione, anche il teatro contemporaneo torna a interrogare quell’universo. È il caso di Bradamante – Io sono la mia scelta, opera di Simona D’Angelo, che costruisce una riflessione scenica intorno alla memoria delle istituzioni psichiatriche e al loro significato simbolico nella società.

L’opera non nasce come ricostruzione storica, ma come indagine teatrale su ciò che il manicomio ha rappresentato: un confine tra ciò che la società considerava accettabile e ciò che invece veniva escluso. Un luogo dove il controllo poteva diventare cura e la cura trasformarsi, talvolta, in prigionia.

Il linguaggio del teatro, con la sua dimensione simbolica e corporea, permette di affrontare questi temi in modo diverso rispetto alla narrazione televisiva. Non si limita a raccontare una storia: costruisce uno spazio di riflessione in cui il pubblico è chiamato a interrogarsi su ciò che quelle istituzioni hanno significato per intere generazioni.

In questa prospettiva il manicomio diventa una metafora potente. Non solo un luogo fisico della storia italiana, ma anche il simbolo di un sistema sociale che per lungo tempo ha definito la normalità attraverso l’esclusione.

Particolarmente significativo è il legame con la condizione femminile. Numerosi studi storici hanno mostrato come, nel corso del Novecento, molte donne siano state internate non soltanto per motivi clinici, ma anche per comportamenti ritenuti moralmente o socialmente inaccettabili. L’indipendenza, la ribellione ai modelli familiari o semplicemente la non conformità potevano diventare motivo di marginalizzazione.

È anche per questo che il ritorno di queste storie oggi assume un valore culturale importante. Parlare di manicomi significa interrogarsi non solo sulla storia della psichiatria, ma anche sui meccanismi con cui una società stabilisce chi è dentro e chi è fuori dalle proprie regole.

In questo dialogo tra memoria e presente si inserisce anche il percorso internazionale di Bradamante – Io sono la mia scelta. Il testo è infatti in concorso al Premio per la drammaturgia italiana nell’ambito di In Scena! Italian Theater Festival NY, il festival che ogni anno porta a New York nuove voci del teatro italiano contemporaneo.

Parallelamente, l’opera è stata proposta come prima europea presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, inserendosi nel dialogo culturale tra Italia ed Europa su una memoria storica ancora poco raccontata.

Televisione e teatro percorrono dunque strade diverse, ma sembrano muoversi nella stessa direzione: riportare alla luce una memoria che per troppo tempo è rimasta ai margini del racconto pubblico.

Il ritorno dei manicomi nelle narrazioni contemporanee non è un semplice recupero storico. È il segno di una domanda che torna a farsi sentire: cosa accade quando una società decide chi è “normale” e chi invece deve essere messo da parte?

Forse è proprio per questo che queste storie tornano oggi a essere raccontate. Non per guardare al passato con distanza, ma per interrogare il presente.

Perché i manicomi non sono stati soltanto luoghi della storia: sono stati il punto in cui una società ha deciso cosa era normale e cosa doveva essere messo da parte. Raccontarli oggi significa tornare a interrogarsi su quella scelta.