18/04/2026
Eugenio Cardi e Quell’estate a Tangeri: seduzione, identità e viaggio interiore nel cuore del Marocco
Interviste

Eugenio Cardi e Quell’estate a Tangeri: seduzione, identità e viaggio interiore nel cuore del Marocco

Feb 24, 2026

Nel suo nuovo romanzo Quell’estate a Tangeri, Eugenio Cardi racconta un viaggio di formazione sospeso tra Europa e Africa, dove smarrimento, desiderio e ricerca di senso diventano tappe necessarie per ritrovare se stessi. In questa intervista per L’Epoca Culturale, l’autore riflette sul disagio delle nuove generazioni, sulla seduzione come via di conoscenza, sul valore del rischio e dell’errore, e su quei luoghi “magici” capaci di accelerare i processi interiori. Un dialogo profondo che attraversa memoria, fragilità e trasformazione, e che restituisce la scrittura come strumento di domande, consapevolezza e rinascita

  • Dott. Eugenio Cardi Dopo il successo de Il fornaio libanese, Lei torna con un romanzo di formazione ambientato in una città simbolica e magnetica come Tangeri, luogo di frontiera sospeso tra Europa e Africa, tra razionalità occidentale e mistero. Cosa l’ha spinta a scegliere proprio questo spazio liminale come scenario di un percorso esistenziale così intenso e trasformativo?

Innanzitutto perché son rimasto molto affascinato da Tangeri (e dall’intero Marocco in verità), da quel misterioso angolo d’Africa da sempre storicamente e geograficamente definito come il crocevia tra due mari, l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo. Questa sua posizione strategica sullo Stretto di Gibilterra, a soli 14-16 km dalla Spagna, ne ha fatto per oltre 2.500 anni un punto di incontro unico tra Africa ed Europa, commerci e culture.

  • Pierre Bernheim è un giovane apparentemente privilegiato, ma interiormente svuotato, quasi anestetizzato da una vita che non lo coinvolge. Quanto questo disagio generazionale riflette, a Suo avviso, una condizione diffusa nei giovani occidentali di oggi, spesso smarriti tra aspettative sociali, identità fragili e una ricerca di senso sempre più urgente?

Credo che sia una condizione molto diffusa tra i giovani d’oggi, basti pensare che in Italia, ad esempio, vi sono milioni di giovanissimi che non studiano né lavorano, leggono pochissimo, si annoiano facilmente, non riuscendo a individuare stimoli interessanti per far sì di riuscire a concentrare la propria attenzione su una qualsiasi attività o interesse; vi sono ad esempio coloro che vengono definiti Hikikomori (termine giapponese), ragazzi che decidono in buona sostanza di attuare una condizione di ritiro sociale volontario, chiudendosi in casa, spesso nella propria stanza, evitando contatti diretti con il mondo esterno per mesi o anni.

  • “Tutti i viaggi hanno destinazioni segrete di cui il viaggiatore non è a conoscenza.” – Martin BuberNel romanzo il viaggio assume una dimensione iniziatica, non solo geografica ma soprattutto interiore. Quanto crede che, oggi più che mai, sia necessario attraversare momenti di smarrimento e di perdita per poter giungere a una forma autentica di consapevolezza?

Sì, credo che talvolta sia necessario perdersi interiormente per riuscire a venir fuori da una sorta di bolla fatta di noia e di apatia verso tutto ciò che ci offre il mondo intero. E’ esattamente quel che ad un certo punto del romanzo Mercedes spiega a Pierre (mentre nottetempo vagano per i vicoli di Tangeri), ovvero di quanto talvolta sia necessario perdersi per ritrovare se stessi.

  • Dott. Cardi, nei Suoi romanzi emerge sempre una forte introspezione psicologica. In Quell’estate a Tangeri la seduzione sembra diventare una via di conoscenza, un linguaggio attraverso cui il protagonista esplora i propri limiti e le proprie paure. È possibile, secondo Lei, conoscere davvero se stessi senza attraversare il desiderio, il rischio, l’errore e la caduta?

No, credo che nella vita sperimentare sia sempre assolutamente necessario. Sporgersi verso la vita stessa, correre anche dei rischi scoprendo ad esempio qualcosa di noi che non ci piace, abbandonando per sempre quella sorta di campana di vetro (dove in qualche modo, involontariamente, i genitori di Pierre hanno rinchiuso il loro unico figlio, ben “custodito” nel Marais, famoso ed esclusivo quartiere parigino) che fintamente ci protegge, evitandoci di correre tutti i rischi ma soprattutto evitandoci però di poter vivere appieno tutte le affascinanti avventure che la vita può proporci di giorno in giorno

  • Le tre figure femminili – Camille, Mercedes e Yasmine – appaiono come archetipi complementari, quasi tre porte verso dimensioni diverse dell’amore e dell’identità. Quanto è stato importante costruirle non solo come personaggi, ma come simboli di un percorso iniziatico e cosa rappresentano nel processo di trasformazione di Pierre?

In effetti le tre figure femminili del mio nuovo romanzo, così incredibilmente diverse tra di loro ma allo stesso tempo complementari, in qualche modo rappresentano simbolicamente tre lati del carattere dello stesso Pierre: quello passionale-erotico, quello del confronto interpersonale/esistenziale/introspettivo e quello del fascino della scoperta: la scoperta di se stesso, dei suoi genitori, del genere femminile e dei misteri dell’Africa 

  • “La vita non è ciò che abbiamo vissuto, ma ciò che ricordiamo e come lo ricordiamo.” – Gabriel García Márquez. Nel romanzo di formazione la memoria ha sempre un ruolo centrale. Nel Suo, quanto il ricordo trasforma l’esperienza vissuta e quanto, invece, la reinventa, la sublima o la mitizza?

Direi che nel caso di Pierre – ma anche di Mercedes e di Camille (discorso diverso per Yasmine, molto più matura, saggia e senza coda post-adolescenziale) – sicuramente la reinventa, dato che quell’estate in qualche modo concorrerà nel reinventare, nel modificare e nell’indirizzare, forse per sempre, la vita di tutti loro

  • Dott. Cardi, Lei ha maturato una lunga esperienza nel mondo del non profit, del volontariato, della comunicazione sociale e in contesti complessi come il carcere o l’immigrazione. In che modo questo confronto diretto con la fragilità umana ha inciso sulla Sua visione dell’uomo e sulla profondità dei Suoi personaggi?

Ha inciso molto, naturalmente. Avendo vissuto esperienze per lungo tempo con gli ultimi degli ultimi nelle carceri italiane o anche nell’immigrazione o comunque avendo condiviso momenti con persone in difficoltà (non solo in carcere, ricordo ad esempio le ragazze malate di anoressia dell’Istituto di Neuropsichiatria Infantile di Via dei Sabelli, quello del film “Il grande cocomero”), il minimo che può accadere è una crescita interiore. Chiunque di loro ti lascia qualcosa. Ricordo ancora bene uno per uno i miei “allievi” del carcere di Regina Coeli, ad esempio. Soprattutto i “giovani adulti”, come vengono chiamati i ragazzi che hanno appena compiuto i 18 anni e che quindi passano dal carcere minorile al penitenziario: chi abbandonato dalla famiglia e che ha vissuto con parenti e/o amici di qua e di là finché si è dato alle rapine a mano armata, chi aveva i genitori tossicodipendenti e conseguentemente ha iniziato a drogarsi e poi a spacciare… Devo dire in assoluta sincerità che ho trovato “dentro” una insospettabile umanità che spesso non trovo “fuori” e che mi resta difficile da descrivere in poche righe

  • Nel romanzo Tangeri sembra assumere una presenza quasi viva, capace di spogliare i protagonisti delle loro maschere e di condurli verso una verità più autentica. Crede che esistano luoghi che, più di altri, costringono l’individuo a confrontarsi con se stesso, accelerando processi interiori che altrove richiederebbero anni?

Credo che sia assolutamente così. Vi sono sul Pianeta dei luoghi che definirei magici, dove il mistero incrocia la storia del luogo facendo sì che lo spazio e il tempo diventino variabili quasi impazzite che facciamo fatica a riconoscere, come ad esempio nel caso della “francese”, la cassiera del Tangerine (locale frequentato da contrabbandieri e personaggi strani), che aspetta da tanti anni che una sera qualsiasi suo marito  – sparito misteriosamente da molto tempo – varchi l’uscio di quel locale…

  •   Questo è il Suo tredicesimo romanzo. Dopo un percorso così ampio e stratificato, sente di scrivere ancora per cercare risposte oppure, con il tempo, la scrittura è diventata soprattutto uno strumento per formulare nuove domande

Credo che il dovere di un romanziere sia sempre quello di porre domande a sé stesso e ai lettori… Il romanzo deve essere un mezzo per interrogarsi, riflettere, per discutere, mai quello di voler dare delle risposte… Quelle, ognuno le deve cercare da sé attraverso l’introspezione di se stesso…

  • “Diventa ciò che sei.” – Friedrich Nietzsche. Se dovesse sintetizzare il senso più profondo di Quell’estate a Tangeri, quale trasformazione interiore desidera che il lettore viva, una volta chiuso il libro, e quale traccia emotiva o spirituale spera rimanga nel tempo?

Vorrei che questo mio romanzo possa essere un mezzo per far scaturire una trasformazione interiore dell’abbandono di quelle poche certezze emotive che ognuno di noi ha (e che custodisce gelosamente dentro di sé) per abbandonarsi ad una ricerca interiore senza filtri e senza alibi, un viaggio all’interno di sé stessi, esattamente come fanno i personaggi principali di questo mio nuovo racconto.  

Grazie per essere stato con noi