La voce del silenzio: Luisa Colombo racconta il suo romanzo più intimo
Nel suo ultimo romanzo, La voce del silenzio, Luisa Colombo affida alla scrittura un compito delicato: dare forma a ciò che resta sospeso, inespresso, taciuto. Il silenzio diventa così spazio narrativo, luogo abitato, presenza viva che attraversa personaggi, scelte e relazioni.
In questa intervista l’autrice ripercorre la genesi del romanzo, soffermandosi sul percorso interiore della protagonista Sara, sulla centralità dei luoghi, Lisbona come crocevia emotivo e memoria dell’infanzia, e su una costruzione narrativa che privilegia il tempo emotivo rispetto a quello lineare.
Ne emerge il ritratto di una scrittura consapevole, che fa del non detto una forma di verità e della resilienza una possibilità concreta di rinascita. Un dialogo intenso, che invita il lettore non solo a comprendere il romanzo, ma ad abitarlo, lasciando che il silenzio continui a parlare anche dopo l’ultima pagina.
- Luisa Colombo, nel suo romanzo La voce del silenzio il silenzio non è mai assenza, ma spazio denso, abitato, quasi un personaggio. Quando ha capito che proprio il silenzio sarebbe stato il vero motore narrativo della storia?
Nel mio romanzo il silenzio ha un significato molto chiaro e l’ho capito da subito. Infatti, ho voluto inserirlo nel titolo. Il silenzio non è appunto assenza, ma è la voce di chi non può parlare, la voce delle donne vessate psichicamente o fisicamente, ma che non hanno voce.
- La voce del silenzio si apre con una frattura netta nella vita di Sara, giornalista di Milano che viene allontanata dalla casa editrice per cui lavora. Quanto questo evento iniziale è stato pensato come detonatore narrativo, capace di innescare non solo la trama ma anche il percorso interiore della protagonista?
Direi che l’allontanamento di Sara dalla redazione è un evento detonatore che dà vita all’intera storia, proprio grazie a questo periodo sabbatico trascorso a Lisbona, Sara si troverà a decidere della sua vita futura e non sarà una decisione facile, in quanto si tratterà per lei di decidere tra cuore e ragione.
- Luisa, la decisione impulsiva di Sara di partire per Lisbona, sembra rispondere a un bisogno di sospensione e di ascolto, in un luogo totalmente diverso da quello in cui era vissuta. È proprio lì che avviene l’incontro con Gabriel, pittore dal passato ambiguo, sospeso tra innocenza e colpa, capace di attrarre e destabilizzare la protagonista. Quanto è stato importante per lei far convergere luogo, personaggio e relazione in un’unica esperienza emotiva?
Molto importante, perché l’incontro con Gabriel darà una svolta alla vita di Sara che si ritrova a combattere con i fantasmi del suo passato, e ho voluto che tutto convergesse a Lisbona, luogo dove Sara aveva trascorso parte della sua infanzia.
- Luisa, nel romanzo ogni capitolo porta il nome del personaggio che ne è il centro emotivo e narrativo. È una costruzione che potremmo definire di focalizzazione per voci, una scelta che orienta lo sguardo del lettore e lo invita, di volta in volta, ad abitare un diverso universo interiore. È una costruzione che ha definito fin dall’inizio? E quanto si sente vicina a certe strutture narrative “corali” che abbiamo visto anche nel cinema d’autore, dove registi come Paul Thomas Anderson, Yorgos Lanthimos o Denis Villeneuve usano il cambiamento di punto di vista non per frammentare, ma per intensificare il senso emotivo e tematico della storia?
Il fatto di intitolare i capitoli coni nomi dei personaggi è stata una mia scelta definita fin da subito e approvata anche dalla mia editor, proprio per invitare il lettore a spostare lo sguardo da un personaggio all’altro, da un universo all’altro. Nei miei romanzi ho spesso utilizzato il cambio di punto di vista, perché ritengo sia una tecnica narrativa che modifica la prospettiva da cui viene narrata la storia, la arricchisce, crea profondità e complessità, alternando tra personaggi diversi per offrire visioni multiple dello stesso evento.
- In alcuni passaggi La voce del silenzio lei richiama quella tensione morale e affettiva che attraversa romanzi come Agnes di Peter Stamm, dove il non detto pesa quanto, se non più, delle parole pronunciate, e le relazioni si costruiscono nei vuoti, nelle omissioni, nelle scelte rimandate. È un’affinità che riconosce nel suo modo di raccontare legami, silenzi e responsabilità emotive?
Purtroppo, non conosco questo scrittore, ma penso che il non detto nei romanzi valga di più delle parole. Io ho spesso utilizzato questa tecnica per mettere in luce legami e relazioni, momenti condivisi dai protagonisti dove è il lettore a percepire la tensione emotiva.
- Ne La voce del silenzio lei adotta spesso il principio dello show, don’t tell, affidando a gesti, sguardi e silenzi ciò che altrove verrebbe spiegato. Allo stesso tempo, la struttura del romanzo segue un ritmo interiore, fatto di pause e riprese, più che una progressione lineare degli eventi. È una scelta che nasce da una precisa idea di scrittura, in cui è il tempo emotivo — e non quello narrativo — a guidare la forma del racconto?
Ho spesso adottato il principio dello show, don’t tell che ritengo fondamentale, in quanto non è necessario dire, ma bisogna mostrare, attraverso la gestualità dei personaggi, quanto accade nel loro animo. Gli eventi non sempre seguono una progressione lineare, ma in effetti, ho privilegiato il tempo emotivo ed è una mia scelta come tecnica di scrittura, soprattutto in romanzi psicologici, dove l’introspezione è basilare.
- Il suo percorso nasce da una formazione in Scienze Politiche e si sviluppa attraverso oltre trent’anni di lavoro nell’editoria, al Touring Club Italiano. In che modo questo lungo esercizio di osservazione del mondo, dei luoghi e delle persone ha inciso sul suo modo di costruire storie e personaggi, e su quella attenzione al dettaglio che attraversa anche la sua narrazione?
Sinceramente il mio percorso professionale non ha inciso in modo sensibile sul mio modo di costruire storie, direi piuttosto il mio percorso di formazione letteraria, al di là dei miei studi. Ho una formazione psicologica da autodidatta che ha inciso in maniera significativa nella creazione dei miei romanzi.
- Prima di questo romanzo ha pubblicato titoli molto diversi tra loro, dal giallo-thriller premiato come Il fiore dell’Apocalisse fino a Legami pericolosi e alla trilogia chiusa con La porta del tempo. Dove si colloca La voce del silenzio all’interno del suo percorso di scrittrice: come una svolta, una maturazione o una naturale evoluzione della sua ricerca narrativa?
Senza dubbio una naturale evoluzione del mio percorso letterario. Dopo la trilogia di psicothriller, ho avvertito la necessità di cambiare genere, una scelta maturata nel tempo e sfociata nel mio ultimo romanzo.
- Luisa, guardando ora all’uscita di La voce del silenzio, come si appresta a viverne l’incontro con i lettori e con la critica? Che tipo di accoglienza immagina o spera per un romanzo così intimo, che affida molto al non detto e alla sensibilità di chi legge?
Sono molto emozionata all’idea di incontrare i lettori e confido che nella loro sensibilità, sperando che possano intuire le tematiche sottese nel romanzo che sono veramente interessanti e attuali, soprattutto quella fondamentale della resilienza.
- Se il silenzio, come scrive nel romanzo, può diventare una forma di verità, che cosa spera rimanga nel lettore una volta chiuso il libro: una risposta, una domanda, o semplicemente uno spazio in cui sostare?
Il silenzio può essere interpretato in varie misure, credo che ogni lettore, una volta chiuso il libro lo vivrà a modo suo. Nel silenzio spesso si possono trovare le nostre risposte e mi auguro sia così anche per il lettore.
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