Giandomenico Partipilo e la scienza raccontata con gli occhi di un bambino
In questa intervista concessa a L’Epoca Culturale Giandomenico Partipilo, autore rappresentato dall’Agenzia Francesca Crocetti, si racconta restituendoci le motivazioni che lo hanno spinto verso l’amore per la scienza e di conseguenza al suo carattere di divulgazione. Con i suoi lavori Logicamente C e A Miami da scienziato, Partipilo usa due approcci narrativi diversi per parlare ad adulti e bambini di temi che fanno parte del quotidiano. Non trascurando le illustri prefazioni dei due eminenti scienziati : il Prof Atsuo Yanagisawa e il Prof. Adolfo Panfili
- Dottor Partipilo, “A Miami da Scienziato” nasce come un racconto di formazione ma anche come un modo per avvicinare i più giovani al mondo della medicina ortomolecolare. Da quale intuizione o esperienza personale ha preso forma questa storia che unisce rigore scientifico e poesia dell’esistenza?
Nasce dalla mia esperienza personale: quella di un “bambino” di quasi trent’anni che ha conservato curiosità e stupore, ma con occhi analitici. Si trova di fronte all’equazione più difficile — la malattia di suo padre — e scopre, in modo inaspettato, una soluzione efficace e affascinante, dalle profonde radici storiche, che cambierà entrambe le loro vite.
- Attraverso gli occhi del piccolo Alberto, lei restituisce la meraviglia del conoscere, quel “vedere con il cuore” che ricordava Antoine de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe. Crede che la scienza abbia bisogno di tornare a dialogare con l’immaginazione per essere compresa fino in fondo?
Uno dei maggiori matematici del Novecento, Henri Poincaré, diceva che “È per mezzo della logica che si dimostra, ma è per mezzo dell’immaginazione e dell’intuizione che si inventa”. Il nostro Alberto scopre l’immenso valore dell’intuizione direttamente attraverso lo zio, per di più in circostanze drammatiche legate a un’enigmatica emergenza medica, proprio laddove i calcoli e la razionalità dovrebbero far posto all’immaginazione e al coraggio di percepire le intuizioni più profonde. Pertanto, direi che immaginazione e intuizione sono imprescindibili in ogni scienza — soprattutto in quella che, solo in apparenza, sembra lasciare loro poco spazio.
- Lo zio Paul, figura centrale del racconto, ricorda i maestri socratici: non impone verità, ma le suscita. In questo rapporto tra chi guida e chi apprende, quanto c’è della sua personale esperienza come studioso e divulgatore?
Mi limito a rispondere così: non avevo ancora conosciuto il mio Maestro – l’incommensurabile Prof. Adolfo Panfili – quando ho terminato la stesura del libro, ma, direi magicamente, ho dipinto lo zio Paul ricalcando pressoché esattamente i principali tratti della figura del Prof. Panfili. Coincidenza o sincronicità quantistica?
- Nel libro la vitamina C diventa un simbolo di energia, equilibrio e rinascita: una protagonista silenziosa che attraversa le pagine come una luce. È stata una scelta narrativa o il desiderio di esprimere, attraverso la metafora, la forza vitale che lei da anni studia come scienziato?
Era un desiderio profondo: far comprendere ai più giovani ciò che, enigmaticamente, ancora sfugge ai grandi. Chiamare “vitamina” una sostanza dalle straordinarie potenzialità terapeutiche, di cui siamo cronicamente carenti e che gli animali utilizzano come risorsa di rianimazione, è riduttivo — quasi un errore di prospettiva.
- Lei scrive che “l’uomo è il misterioso punto di equilibrio tra le cellule e l’Universo”: un pensiero che riecheggia, in modo moderno, la visione di Paracelso e la filosofia unitaria di Fritjof Capra ne Il Tao della Fisica. Da dove nasce questa visione in cui biologia, spiritualità e fisica sembrano fondersi in un’unica armonia?
Dall’eco visionario di colui che fu arso di Luce: Giordano Bruno, secondo cui “ogni circonferenza è nel centro, e ogni centro è ovunque”. In questa immagine vedo l’essenza della vita: l’uomo come punto di equilibrio tra microcosmo e macrocosmo, tra biologia e infinito.
- L’incontro fra Alberto e suo zio è anche l’incontro tra due linguaggi — la curiosità dell’infanzia e la competenza della scienza. Possiamo dire che con questo libro lei abbia voluto costruire, come un ponte di parole e conoscenze, un nuovo modo di raccontare la medicina ai più giovani?
Sì esatto, sebbene il racconto scientifico voglia essere un mezzo, non un fine: uno stimolo perché i bambini esplorino le proprie infinite potenzialità, senza mai smettere di stupirsi della meraviglia della Terra e dei cieli.
- Come ne Il piccolo principe, il bambino diventa voce di verità grandi dette con semplicità. È questa la chiave che ha scelto per rivolgersi non solo ai giovani lettori, ma anche agli adulti che hanno dimenticato di stupirsi?
Sì, credo che la semplicità sia la chiave per arrivare a tutti. Una semplicità da non confondere con banalità o riduttività, ma che si ispira a quella limpidezza interiore su cui tutto può scorrere nella maniera più armoniosa.
- Il percorso di Alberto verso la consapevolezza ricorda quello di Jonathan Livingston il gabbiano, dove il desiderio di conoscenza diventa libertà. Anche per lei la scienza è un volo interiore, un modo per superare i limiti del visibile?
Naturalmente sì. La matematica ci insegna a vedere l’invisibile: basti pensare alla straordinaria scoperta di Nettuno, nel 1846, realizzata da Le Verrier e Adams sulla base di soli calcoli teorici. Nel libro ne accenno brevemente, per trasmettere ad Alberto — e al lettore — quello stupore che nasce quando la mente riesce a “vedere” oltre gli occhi.
- In Logicamente C, lei ha raccontato la vitamina C con l’approccio dello scienziato. In A Miami da Scienziato invece la racconta con l’anima del narratore. Si potrebbe dire che, come in Il sistema periodico di Primo Levi, la materia diventa linguaggio, la scienza si fa racconto?
Direi sì e no. Si potrebbe impostare, in termini più precisi e giusto per rimanere in tema, una proporzione matematica: Logicamente C: adulti = A Miami da scienziato: bambini.
- Dottore, se dovesse lasciare un messaggio ai giovani lettori che si avvicinano alla scienza, quale sarebbe? Forse che la curiosità — come sosteneva Einstein — è più importante della conoscenza, perché è la scintilla che tiene vivo il battito del pensiero?
Ai giovani direi di non smettere mai di chiedersi “perché?”, anche quando sembra che tutto sia già stato spiegato, come vuole il pensiero laterale. Perché solo cambiando continuamente punto di vista si scopre che la vita non ha limiti, ma infinite possibilità.
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