Antonella Colonna Vilasi e la sua “Natura Poiesis”: la poesia come voce della Terra e dell’anima
L’Epoca Culturale intervista la professoressa Antonella Colonna Vilasi, autrice della silloge Natura Poiesis, un’opera che intreccia mito, spiritualità e coscienza ecologica in un dialogo profondo tra l’uomo e il mondo naturale. Per la studiosa, la poesia non è solo linguaggio estetico ma gesto di resistenza, spazio in cui il dolore si trasforma in consapevolezza e la parola diventa cura del sé e del pianeta.
Dalla riflessione ecopsicologica alla memoria delle “donne dimenticate” dell’intelligence italiana, la sua ricerca poetica e accademica si muove lungo un unico filo: restituire voce a ciò che è stato taciuto, riconnettere l’essere umano alle proprie radici interiori e al sacro quotidiano della vita.
- Professoressa Colonna Vilasi, nella sua silloge Natura Poiesis la natura diventa voce, specchio e simbolo. Emily Dickinson scriveva: “La Natura è una casa di parole”. In che misura la poesia, per lei, diventa un linguaggio capace di restituire senso e armonia in un’epoca di crisi ambientale e sociale?
La poesia diventa un potente linguaggio di restituzione di senso e armonia in un’epoca di crisi ambientale e sociale perché riesce a tradurre in immagini profondamente umane le tensioni del nostro tempo, offrendo nuove prospettive di ascolto e riflessione. Attraverso la sua capacità di evocare emozioni, connettere la natura e l’esperienza individuale, la poesia crea uno spazio di empatia e consapevolezza, invitando a riconoscere la fragilità del mondo e la necessità di un cambiamento. In questo modo, diventa non solo un atto estetico, ma un gesto di speranza, capace di ricostruire un senso condiviso di cura e responsabilità.
- I suoi versi intrecciano mito, memoria e spiritualità. Lei crede che la poesia possa davvero essere letta come una forma di resistenza, una fioritura che continua nonostante il dolore e il degrado del nostro tempo?
Sì, credo che la poesia possa essere letta come una forma di resistenza, proprio perché nasce spesso dal dolore e dal degrado del nostro tempo. La poesia ha la capacità unica di dare voce a ciò che sembra impossibile da esprimere, trasformando la sofferenza in consapevolezza e offrendo un modo per elaborarla. In questo senso, scrivere e leggere poesia diventa un atto di coraggio e di speranza, una opposizione silenziosa ma potente alle ingiustizie e alla distruzione, capace di preservare la dignità umana e di alimentare il desiderio di cambiamento.
- Lei si è formata accanto ai padri fondatori dell’ecopsicologia. In che modo questa disciplina, che mette al centro il rapporto profondo tra individuo e ambiente, ha influenzato la sua scrittura poetica? Possiamo dire che la sua poesia sia anche una sorta di ecologia dell’anima?
Sì, definirla come un’ecologia dell’anima è un’immagine molto efficace. La poesia, infatti, ha il potere di nutrire, rigenerare e riequilibrare il nostro mondo interiore, proprio come l’ecologia si occupa di mantenere l’armonia negli ecosistemi naturali. Attraverso il linguaggio poetico possiamo coltivare consapevolezza, cura e rispetto per noi stessi e per gli altri, contribuendo a una forma di equilibrio emotivo e spirituale che riflette e sostiene anche l’armonia del mondo esterno.
- Professoressa Colonna Vilasi, la sua raccolta invita a un ritorno al sacro quotidiano, a una danza tra uomo e natura. Pensa che oggi, attraverso la poesia, si possa tornare a un contatto più autentico con la vita, lontano dall’alienazione contemporanea?
Assolutamente sì, la poesia può rappresentare un ponte prezioso per ritrovare un contatto più autentico con la vita, lontano dall’alienazione che caratterizza molti aspetti della nostra contemporaneità. Attraverso la sua capacità di toccare le emozioni più profonde e di restituire valore alle piccole cose, la poesia ci invita a rallentare, ad ascoltare e a riflettere, permettendoci di riconnetterci con noi stessi, con gli altri e con il mondo che ci circonda in modo più vero e significativo.
- Con Le donne dell’intelligence italiana lei ci consegna un’opera di grande valore storico e civile. Virginia Woolf scriveva: “Dietro ogni grande uomo c’è una donna dimenticata”. Nel suo lavoro, invece, queste donne riemergono da un silenzio secolare. Ci racconta da dove nasce il bisogno di restituire loro dignità e visibilità?
Il bisogno di restituire dignità e visibilità alle donne dell’intelligence italiana nasce dalla lunga marginalizzazione e dimenticanza storica delle loro testimonianze e del loro contributo. Nel mio libro evidenzio come queste donne, spesso operanti in condizioni pericolose e con grande coraggio, siano state protagoniste fondamentali in missioni di spionaggio e sicurezza nazionale, ma il cui ruolo è stato a lungo ignorato dalla storiografia ufficiale. Restituire loro voce e identità significa non solo riparare un’ingiustizia storica, ma anche offrire un nuovo paradigma in cui le donne non siano più considerate comprimarie ma vere protagoniste nella storia dell’intelligence italiana, valorizzando così la loro forza, ingegno e dedizione.
- Il mondo dell’intelligence è stato per lungo tempo narrato in chiave maschile. Marguerite Yourcenar diceva: “Il silenzio delle donne è stato spesso imposto”. Secondo lei, perché la presenza femminile nei servizi segreti italiani è stata a lungo invisibile, e cosa ci insegnano oggi queste figure riscoperte?
La presenza femminile nei servizi segreti italiani è stata a lungo invisibile principalmente per motivi storici e culturali. Tradizionalmente, lo spionaggio è stato visto come un ambito prevalentemente maschile, dove le donne venivano spesso ignorate o marginalizzate nelle narrazioni ufficiali. Tuttavia, ricerche storiche hanno rivelato che le donne hanno svolto ruoli cruciali e coraggiosi, operando spesso nell’ombra, in condizioni di grande pericolo, sia durante l’epoca preunitaria che a partire dal 1861, e fino al secondo dopoguerra. Figure femminili che erano attive come informatrici, staffette, criptanaliste, infiltrate o trasmettitrici, e il cui contributo è stato a lungo sottovalutato o addirittura ignorato dalla storiografia ufficiale.
Queste donne ci insegnano molte cose: innanzitutto, mostrano come la storia dei servizi segreti debba essere riscritta per riconoscere il ruolo centrale delle donne, non più solo come comprimarie ma come protagoniste. Inoltre, il loro coraggio e ingegno in contesti difficili e pericolosi offre un nuovo paradigma nella comprensione della sicurezza nazionale, sottolineando l’importanza della diversità di genere nelle operazioni di intelligence. Infine, è un atto di giustizia storica e culturale, invitandoci a guardare alla storia con occhi nuovi e più inclusivi, riconoscendo un contributo femminile spesso nascosto o cancellato.
- Lei è docente, studiosa e autrice di oltre cento pubblicazioni. Qual è la sfida maggiore quando si deve scrivere di temi tanto diversi – dall’ecopsicologia alla poesia, fino all’intelligence – mantenendo sempre un equilibrio tra rigore scientifico e capacità divulgativa?
La sfida maggiore quando si scrive di temi diversi mantenendo un equilibrio tra rigore scientifico e capacità divulgativa è quella di tradurre concetti complessi e tecnici in contenuti chiari, comprensibili e coinvolgenti, senza perdere l’accuratezza e la correttezza scientifica. Bisogna saper sintetizzare le informazioni chiave, adattare il linguaggio al pubblico di riferimento e evitare sia la banalizzazione che l’eccesso di difficoltà, mantenendo al contempo la precisione e la validità delle informazioni. Questo equilibrio richiede competenze scientifiche profonde, sensibilità comunicativa, creatività e la capacità di immedesimarsi nel lettore o ascoltatore, per cui il comunicatore scientifico diventa un vero e proprio “ponte” tra il contenuto scientifico e la forma comunicativa accessibile.
- Nei suoi lavori sembra emergere un filo rosso: sia la poesia che i saggi storici raccontano memoria, resilienza e identità. Possiamo dire che, in fondo, la sua ricerca – letteraria e scientifica – sia animata da una stessa missione: ridare voce a ciò che è dimenticato, nascosto o marginalizzato?
Sì, si può dire che la mia ricerca sia anche in parte animata dalla missione di ridare voce a ciò che è dimenticato. Nei miei scritti, sia poetici che saggi storici, emerge una profonda attenzione alla memoria come strumento di continuità e resistenza contro l’oblio e la perdita di identità. La memoria non viene vissuta solo come un ricordo personale o storico, ma come un’azione vitale che collega passato, presente e futuro, fondando così un senso di identità collettiva e personale. Propongo di risvegliare e preservare ciò che rischia di essere cancellato dal tempo o dalla dimenticanza, riaffermando la resilienza come forza capace di sostenere la costruzione dell’identità stessa.
- Professoressa, lei dirige il Centro Studi Intelligence, riconosciuto dal MIUR e dalla Commissione Europea. Quanto è importante oggi coinvolgere le nuove generazioni in una cultura della sicurezza che sappia unire conoscenza storica e spirito critico?
Coinvolgere oggi le nuove generazioni in una cultura della sicurezza che unisca conoscenza storica e spirito critico è fondamentale per prepararle a navigare in contesti complessi e in continua evoluzione, specialmente in ambiti come la sicurezza digitale e la prevenzione dei rischi. Le nuove generazioni, nativi digitali, apprendono in modo diverso rispetto alle generazioni precedenti e richiedono approcci formativi interattivi e moderni che valorizzino sia la consapevolezza storica degli errori passati sia la capacità di pensiero critico per riconoscere e prevenire nuovi rischi. Inoltre, costruire una cultura della sicurezza condivisa e radicata nel tempo aiuta a trasformare le regole in comportamenti concreti e proattivi, creando ambienti più sicuri e sostenibili.
Le nuove generazioni, come Millennials e Gen Z, richiedono metodi formativi innovativi, come microlearning, gamification e storytelling, che rendano l’apprendimento della sicurezza più coinvolgente e efficace, per costruire abitudini durature e cultura radicata. Le scuole, le università e le istituzioni educative hanno un ruolo chiave nell’integrare questi insegnamenti, rendendo la cultura della sicurezza parte integrante dell’educazione civica.
Grazie per il tempo che ha dedicato ai nostri lettori



