Antonio Sposito e il suo “Almanacco del Pronto Soccorso”: l’umanità che resiste tra le corsie
L’Epoca Culturale incontra Antonio Sposito, autore di Almanacco del Pronto Soccorso, un romanzo che nasce dal battito incessante delle corsie ospedaliere e si trasforma in un canto di resilienza e di luce.
Tra l’affanno dei turni e la delicatezza dei gesti quotidiani, Sposito tesse una trama di volti, errori, rinascite: un inno alla dignità del lavoro, alla forza silenziosa di chi cura e alla fragile bellezza dell’essere umano.
Con una prosa che unisce ironia e introspezione, lo scrittore ci invita a guardare oltre la fatica, là dove anche la sofferenza può diventare un atto d’amore e la vita ritrova il suo senso più vero.
- Signor Antonio Sposito, Almanacco del Pronto Soccorso ci porta dentro il cuore frenetico di un ospedale, mostrando non solo le difficoltà ma anche l’umanità che emerge nelle situazioni più estreme. Cosa l’ha spinta a raccontare proprio questo mondo e quali esperienze personali hanno dato vita al personaggio di Edoardo?
Almanacco del Pronto Soccorso non è nato da un semplice desiderio di scrivere o da un processo di introspezione personale, come spesso accade. La sua origine è più viva, più concreta, più umana: nasce dalla richiesta sentita e ripetuta della mia primaria, la dottoressa Giovanna Esposito, donna di grande dedizione, che vive il suo lavoro con una passione rara, capace di andare oltre i turni, oltre la fatica, oltre le difficoltà.
Fu lei, con determinazione e affetto, a chiedermi più volte di scrivere un libro che raccontasse il vero volto del pronto soccorso. Un libro che parlasse alla gente comune, per aiutarla a comprendere cosa si vive ogni giorno dietro quelle porte: i limiti, le cadute, le corse contro il tempo, ma anche i successi, i gesti silenziosi, l’umanità che resiste.
Non voleva un libro tecnico, ma un libro vero, che facesse sorridere, ma anche riflettere. Ci ho provato tante volte. Ho scritto, strappato, ricominciato. Più volte ho pensato di lasciar perdere, di non scriverlo più. Perché quando sei uno scrittore emergente, spesso ti chiedi se qualcuno leggerà mai quello che hai dentro. Ma la motivazione che portava in sé la dottoressa Esposito è stata come il sole: talmente piena di luce da riuscire a irradiarne anche su di me.
Con il suo entusiasmo, la sua fiducia, mi ha acceso dentro qualcosa. Mi ha fatto credere nel progetto, ma soprattutto mi ha fatto credere in me stesso. E così, quel libro che rischiava di restare nel cassetto, ha preso forma.
È nato Edoardo, il protagonista: un giovane pasticcione, ironico, ma vero, in cui mi sono rivisto. Perché a volte è proprio l’ironia il modo più profondo per dire la verità. E così ho cercato di raccontare, con leggerezza e profondità, la vita vera del pronto soccorso, quella fatta di anime stanche ma determinate, di trincee silenziose e di piccole grandi vittorie umane.
Questo libro esiste perché c’era un messaggio da trasmettere. Ma soprattutto, lperché c’era qualcuno che ci ha creduto con me. E questo, a volte, fa tutta la differenza.
- Nei suoi precedenti lavori, Ti amerò a prescindere e Oltre l’Orizzonte, ha affrontato temi diversi ma sempre radicati nell’umanità e nelle sfide quotidiane. Con Almanacco del Pronto Soccorso torna a raccontare storie di vita vissuta, questa volta in un contesto ospedaliero. Qual è il filo che lega queste opere tra loro e cosa rappresentano, nell’insieme, nel suo percorso di scrittore?
Ciò che accomuna i miei tre libri è qualcosa che va oltre la trama o i personaggi: è il cammino. In Ti amerò a prescindere, il protagonista è un operatore socio-sanitario che lavora in oncologia. Non è un eroe, ma un uomo, con i suoi limiti, che parte da un punto della sua esistenza per approdare in un altro. E in questo percorso, lento e profondo, scopre qualcosa di sé. Perché la vita vera, dopotutto, è così: ci troviamo in un punto e, se abbiamo il coraggio di ascoltare, osservare e sentire, arriviamo altrove. Cambiati. A volte feriti, ma sempre più consapevoli.
Anche in Oltre l’orizzonte accade la stessa cosa. È una raccolta di storie diverse, ma ogni protagonista si trova a dover affrontare un passaggio, un varco. Sono vite in movimento, anime che si evolvono, persone che – a modo loro – cercano di diventare qualcosa di più vicino alla verità, o almeno alla loro.
E poi c’è Almanacco del Pronto Soccorso, che apparentemente può sembrare il più ironico, ma in realtà nasconde un viaggio altrettanto profondo. Anche lì c’è un protagonista che cresce, sbaglia, si interroga. E c’è sempre un mentore, una voce, una guida che lo invita a guardare oltre
- Dostoevskij scriveva: «Si può conoscere un uomo dal modo in cui ride». Nel suo libro l’ironia diventa un’arma potente anche nei momenti più difficili. Quanto è importante, secondo lei, l’umorismo per sopravvivere nel caos del pronto soccorso e, più in generale, nella vita quotidiana?
Nella vita, credo profondamente che l’ironia sia una benedizione. Ci aiuta a non cadere nel tranello di prenderci troppo sul serio, a non restare intrappolati nei nostri errori, nelle nostre ferite, nei piccoli inciampi quotidiani. Quando sbagliamo, la prima reazione spesso è quella di sentirci inadeguati, manchevoli, quasi fallati. Ma se cambiamo sguardo, se riusciamo a trasformare quell’errore in una lezione di vita, allora ciò che ci sembrava una caduta può rivelarsi un vero dono.
E se a questa consapevolezza aggiungiamo un pizzico di ironia, tutto cambia. Ironizzare non vuol dire sminuire, ma alleggerire, dare ossigeno al cuore e spazio alla mente.
Anche nei momenti difficili, una risata, un sorriso, uno sguardo ironico ci permettono di vedere le cose da una prospettiva nuova. E ci ricordano che siamo umani. Che possiamo sbagliare. Ma anche rialzarci.
Mi viene in mente quel passo della Genesi, quando Dio affida all’uomo il potere di dare un nome alle cose. Ecco, io credo che ancora oggi abbiamo questo potere. Il nome che diamo a ciò che viviamo può fare la differenza tra restare fermi o andare avanti, tra soccombere o rinascere. Se chiamiamo una difficoltà “fine”, sarà una chiusura. Se la chiamiamo “prova”, potrà diventare un inizio. E se la chiamiamo “lezione”, allora cresceremo.
E se in tutto questo mettiamo un po’ di ironia, quella buona, quella che nasce dal cuore, allora potremo camminare più leggeri, senza zavorre. Imparando, sì. Ma anche sorridendo.
- In più di una pagina emerge il senso di squadra, la resilienza del personale sanitario e la forza dei piccoli gesti. Quanto è stato importante restituire voce e dignità a tutte le figure che lavorano in questo microcosmo ospedaliero, dagli OSS ai medici?
Uno degli aspetti più preziosi che ho voluto trasmettere in questo libro è il valore profondo e insostituibile del lavoro di squadra. Nel corso della mia esperienza, mi è capitato di far parte di gruppi in cui ognuno andava per conto proprio, dove il “fare insieme” era solo una parola, e non una realtà. E quando accade questo, anche il mestiere più umano del mondo — prendersi cura degli altri — si trasforma in un lavoro solitario, sterile, vuoto.
Perché la verità è semplice: da soli non si cura nessuno. Se i miei pregi non vengono messi a servizio del gruppo e i miei limiti non trovano sostegno nei punti di forza degli altri, allora tutto si spezza.
Ma se invece ognuno mette a disposizione ciò che ha — la propria pazienza, competenza, sensibilità, intuito — e accoglie ciò che manca grazie agli altri, allora il miracolo accade: si cura davvero, insieme.
È come un puzzle: ogni pezzo ha le sue sporgenze e le sue rientranze. Quelle sporgenze trovano casa nelle rientranze dell’altro, e viceversa. Solo così, un pezzo alla volta, nasce l’immagine completa, il senso del tutto.
- Signor Sposito, nel prologo lei descrive il mare come simbolo di silenzio e di ricerca interiore. Possiamo dire che la scrittura sia per lei un modo di “digiunare dal caos” e di trovare un equilibrio tra la vita privata e quella professionale?
Scrivere, per me, è come guardarmi dentro con sincerità. È quel momento intimo in cui resto solo con me stesso, senza filtri, senza distrazioni, e mi domando: “Cosa ho fatto di buono oggi? E cosa, invece, avrei potuto fare meglio?”
È un dialogo silenzioso, ma profondo. È come quando un negoziante, a fine giornata, apre il registratore di cassa e fa i conti: valuta guadagni, perdite, ciò che ha funzionato e ciò che va migliorato. E proprio come quel negoziante, anche io — grazie alla scrittura — riesco a capire come affrontare meglio il giorno dopo.
Scrivere è un bilancio emotivo, umano, spirituale. Mi aiuta a crescere, a migliorarmi nel lavoro, nei rapporti, nella visione delle cose. E mi spinge a cercare la bellezza anche nelle parole degli altri, nelle storie degli altri, ad imparare con umiltà. Perché solo chi osserva con attenzione e ascolta con il cuore può davvero scrivere in profondità.
Ma la scrittura è anche un sogno. È costruire mondi, evocare immagini, dare voce a emozioni. E, proprio come un genitore riconosce qualcosa di sé nello sguardo del proprio figlio, anche in ogni mio libro c’è una parte di me: un gesto, un pensiero, un errore, un ricordo.
Un libro, in fondo, è un figlio dell’anima. Non è mai solo “una storia inventata”: è sempre qualcosa che nasce da dentro, che porta con sé frammenti del tuo vissuto, della tua visione, della tua sensibilità.
Anche quando parlo di personaggi di fantasia o racconto vicende lontane dalla mia quotidianità, una parte di me resta lì, tra le righe, come un’impronta indelebile. E forse è proprio questa la magia della scrittura: lasciare un pezzo di sé agli altri, affinché possano riconoscersi, emozionarsi, riflettere e — magari — sentirsi meno soli.
- La sua scrittura ha uno stile diretto, a tratti colloquiale, altre volte più ricercato. Come ha lavorato sul linguaggio per rendere accessibile un tema complesso come quello della sanità, senza perdere profondità ma riuscendo a coinvolgere ogni tipo di lettore?
Il mio stile di scrittura nasce dall’ascolto profondo. Ascolto gli altri attraverso le pagine dei libri che leggo, e ogni autore che incontro è per me un maestro silenzioso che mi insegna l’arte più difficile: quella di trovare le parole giuste. Parole che non siano solo suoni, ma ponti tra pensiero ed emozione, tra vissuto e riflessione. Parole che non siano gabbie, ma cielo aperto.
Ricordo un episodio della mia giovinezza: una mia amica, amante degli uccelli, mi disse che sognava una gabbia così grande da farli sentire liberi. Ma io le risposi: “Anche la gabbia più grande resta una prigione rispetto all’immensitá del cielo.”
E così accade anche con le parole: se non sono scelte con cura, rischiano di rinchiudere un concetto, un’emozione, invece di liberarlo.
Scrivere, per me, significa proprio questo: non costruire gabbie, ma aprire spazi in cui chi legge possa riconoscersi e volare con la mente e col cuore. Per affinare questo stile, ho letto molti autori, e continuo a farlo. Perché ogni voce nuova può insegnarmi qualcosa. Ma soprattutto, dopo aver scritto, ho scelto di far leggere i miei testi a persone diverse: amici, colleghi, infermieri, OSS, medici e anche chi non lavora in ambito sanitario.
Ascoltare i loro pareri è stato fondamentale. Perché volevo che il mio libro parlasse a tutti, non solo agli “addetti ai lavori”. Volevo una scrittura semplice ma profonda, capace di arrivare anche a chi non conosce il nostro mondo. Perché se scrivi solo per chi sa, non allarghi orizzonti. Ma se scrivi per tutti, allora davvero .
- Albert Camus affermava: «Nel bel mezzo dell’inverno, ho infine imparato che vi era in me un’invincibile estate». Molti lettori hanno riconosciuto nel suo libro proprio questa forza interiore, capace di emergere dal dolore e dalla fatica. Quanto conta per lei trasmettere al lettore questo senso di resilienza e speranza?
Ricordo con affetto il mio primo approccio alla scrittura: si trattava di un piccolo diario illustrato, scritto quando avevo circa 9 o 10 anni, che chiamai “Pastroc Riflessivo”. Era un racconto ingenuo delle mie giornate alle elementari, fatto di pensieri semplici ma sinceri. Da lì, scrivere è sempre stato per me un modo di esprimermi, anche se per molto tempo ho tenuto tutto nel cassetto, consapevole che la scrittura – quella vera – non è solo un gioco.
Mio padre mi ha insegnato una cosa importante: un libro ha valore solo se ha qualcosa da dire. Se serve a raccontare una verità, a offrire una prospettiva, a condividere un’esperienza che può essere utile a qualcun altro. “Chi legge ti dona il suo tempo, come tu lo hai donato scrivendo” mi diceva.” E quel tempo va rispettato”.
Per questo, nel mio percorso di scrittura, ho sempre cercato di essere onesto. Di non limitarmi al solo messaggio “positivo”, ma di raccontare anche le parti difficili della vita. Perché solo accettando entrambe le facce della realtà – quella dura e quella luminosa – possiamo davvero parlare di speranza. Ma non una speranza illusoria: una speranza che nasce dalla consapevolezza, dal dolore compreso e trasformato. Una speranza che cura. Una speranza che resiste.puoi cambiare il modo in cui il mondo guarda a certe realtà.
- Nel corso del libro si percepisce spesso la fatica fisica ed emotiva che grava sugli operatori. Quanto è stato difficile per lei trasformare questa realtà dura in narrazione letteraria, mantenendo un equilibrio tra testimonianza e romanzo?
Scrivere questo libro non è mai stato semplice, perché in fondo… ci sono dentro anch’io. Non è solo una raccolta di storie, non è solo finzione. Anche quando inventavo tutto da zero, anche quando costruivo i dialoghi o le situazioni da nulla, sentivo che qualcosa di mio – della mia verità – si infilava tra le righe.
È successo qualcosa di strano, quasi magico: mentre io davo vita al protagonista, Caputo, con la sua goffaggine, i suoi pensieri, le sue emozioni… anche lui, a sua volta, stava dando forma a me. Io lo creavo, ma anche lui mi plasmava.
Mi ritrovavo al lavoro con uno sguardo diverso, come se avessi iniziato a osservare tutto attraverso i suoi occhi. Le sue emozioni diventavano le mie, le sue fragilità mi facevano riflettere sulle mie. Ed è stato proprio questo scambio, questo specchiarsi continuo tra l’autore e il personaggio, che ha reso il libro qualcosa di vivo.
Caputo è diventato un ponte tra ciò che sono e ciò che sto diventando. Scrivendo lui, mi sono raccontato senza accorgermene. E forse è proprio questo il senso più profondo dello scrivere: permettere a una storia inventata di rivelarti chi sei davvero.
- Lei è anche il fondatore del canale Nutrimento per Spirito, dove condivide riflessioni e narrazioni dedicate alla crescita personale e spirituale. Quanto questo percorso parallelo ha influenzato la scrittura di Almanacco del Pronto Soccorso e la sua visione del mondo?
Il mio canale “Nutrimento per lo Spirito”
Il mio canale, Nutrimento per lo Spirito, è nato come una piccola palestra dell’anima. Uno spazio in cui allenare la mente e il cuore, giorno dopo giorno. Lì condivido i contenuti degli argomenti che studio, ciò che imparo, ciò che mi arricchisce… perché credo che la conoscenza, se resta chiusa dentro, si spegne. Ma se condivisa, si moltiplica.
È anche lì che raccolgo le storie che scrivo, spesso ispirate da un’intuizione, un ricordo, un’esperienza vissuta. Sapere che qualcun altro le leggerà, che potrebbero accompagnare qualcuno nel suo percorso, mi spinge a metterle giù, a renderle vive.
Quel canale, in fondo, ha nutrito anche L’Almanacco del Pronto Soccorso. Perché è stato un contenitore di riflessioni, una sorta di incubatrice creativa dove il libro ha cominciato a prendere forma, in silenzio, giorno dopo giorno. Non è solo uno spazio digitale: è il luogo dove ho imparato ad ascoltarmi, ad affinare la mia voce, a trasformare i pensieri in parole che potessero arrivare a qualcuno, e magari toccarlo nel profondo.
- Guardando al futuro: dopo aver esplorato il mondo dell’emergenza sanitaria, ha già in mente nuovi progetti narrativi? Quali temi sente di voler affrontare nei suoi prossimi libri?
Attualmente non ho progetti concreti da mettere in cantiere. Il mio unico vero impegno è leggere tanto, immergermi in nuove conoscenze, e continuare a esercitarmi nella scrittura. Ho appena terminato L’Almanacco del Pronto Soccorso, e ora sento forte il bisogno di arricchire il mio bagaglio interiore, di approfondire, di crescere. Solo così potrò essere pronto, quando arriverà il momento in cui avrò qualcosa di importante da condividere, a farlo nel modo migliore possibile.
Questo desiderio di perfezionamento è una fiamma che non si spegnerà mai dentro di me, perché credo sia così per chiunque ami davvero ciò che fa: c’è sempre voglia di migliorarsi, di spingersi un po’ più in là, per rendere ogni gesto, ogni parola, un dono più autentico e sincero.
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