03/09/2026
Massimiliano Reggiani racconta Edit: la pittrice abruzzese che svela l’anima geometrica e pop di Palermo
Arte

Massimiliano Reggiani racconta Edit: la pittrice abruzzese che svela l’anima geometrica e pop di Palermo

Set 2, 2026

Gli sguardi su Palermo della pittrice abruzzese Edit mescolano sapientemente citazioni colte e tratto pop, con una deliberata semplificazione delle forme e un chiaro distacco dalle anatomie accademiche. Architetto di formazione Ergilia Di Teodoro, in arte Edit, affianca all’attività professionale una ricca produzione di opere dipinte usando gli acrilici o il più tradizionale olio. Abile nella composizione, assolutamente padrona della Gestalttheorie per cui il tutto trasmette qualcosa di diverso dalla mera somma delle singole parti, Edit ha dato nuova e colorata linfa ad un modo di rappresentare che ci accompagna fin dall’antichità: basti pensare alla monetazione classica, patrimonio iconografico della cultura mediterranea.

Contenere in una forma geometrica una pluralità di significati, ricondotti armoniosamente ad unità. Sembra essere questa la struttura fondamentale delle sue opere. Edit non appartiene a quella tradizione che ha sempre cercato il realismo quasi fotografico ma è un linguaggio che comunque ci appartiene: le banconote e i francobolli hanno formato il nostro immaginario visivo ancor prima dei quadri esposti nelle pinacoteche. Per questo motivo leggiamo ogni singola opera con facilità ricomponendone i particolari in un viaggio mentale. Possiamo riconoscerci nella medesima esperienza se l’abbiamo condivisa o immaginare semplicemente di viverla talmente tante sono le informazioni e gli stimoli trasmessi.

Piazza Villena a Palermo, celebre per la sua forma ottagonale, viene rappresentata nel contesto urbanistico del quadrivio generatore di una rigorosa geometria. I prospetti dei quattro edifici monumentali, pur fortemente scorciati, mantengono l’emozione della lettura che Edit fa di ogni architettura: la proiezione ortogonale. Architetto nell’anima ha la naturale capacità di cogliere proporzioni e partiture: è il dato oggettivo, l’elemento protagonista che accomuna qualsiasi osservatore. Dal turista al mero passante, dal tecnico allo storico dell’arte, tutti devono riconoscere che l’ambiente antropico è sedimentazione culturale da vivere senza velleità da puristi. Su queste linee condivise da tutti l’Artista tesse le proprie vivide trame.

Edit si lega ad un luogo per lasciare poi libera la danza policroma delle emozioni. Il sontuoso Teatro Massimo diventa parte di una grande coreografia che lo circonda e si fa cielo. Su questo palco un intrecciarsi di linee evoca il balletto, le statue simboliche della facciata camminano libere coi propri passi felini e gli attuali calessi turistici riscoprono la propria radice di cavallini parati a festa, fra pennacchi e sonagli. L’architettura si trasfigura: nel Teatro Massimo il luogo si accende con uno sfavillare di comparse e danzatori, mentre nella cattedrale si ha la suggestione visiva di una grande croce in cui la pietra viene sublimata in simbolo e il percorso passa da spazio fisico a significato spirituale.

L’architettura esprime un significato identitario quando diventa asse e tutto vi ruota intorno. Ne è esempio la cupola riccamente adorna del Carmine Maggiore che campeggia lieve dietro il quotidiano tumulto del mercato di Ballarò. I venditori, la merce imbandita, tutto appare con uno stile volutamente naif per come è l’animo più vero di chi trascorre i giorni cercando di farsi attrazione agli occhi degli altri. La composizione scorre per piani paralleli, volute manieriste incidono e mescolano le sequenze creando un contrappunto fra le due narrazioni. L’opera è molto più articolata e complessa di quanto non sembri al primo sguardo: è labirintica come l’intrico di culture e di famiglie, di frustrazioni e speranze che abitano l’Albergheria.

Edit sa cogliere il senso dello spazio, inteso come pieni e vuoti, come natura contrapposta al volume edificato. Non insiste sul dettaglio nonostante sia esuberante e fastoso come nella Palazzina cinese. Non si lascia ingannare dalla ridondanza del decoro: crea uno schema capace di raccontare l’equilibrio – ormai perduto – tra uomo e territorio. Questo capolavoro borbonico che rimembra lo stupore per la varietà del mondo trova la propria collocazione in un enorme complesso di giardini, coltivi e anche di selve. Raccontava il piacere e lo sgomento dei missionari verso Oriente, dei Conquistadores sbarcati sulle coste Indie, dei navigatori che doppiavano il Capo di Buona Speranza, del novello Ulisse che vive in ognuno di noi.

La Palazzina cinese e il grande Ficus di Piazza marina hanno un respiro diverso, lirico. Un abbandono nel cuore imprevedibile della natura: una fantasmagoria di colori, di sfumature e di forme. L’arte di Edit riesce a costruire schemi narrativi su base geometrica, senza una necessità narrativa ma con attenzione alla percezione complessiva. Una Gestaltung che incide profondamente nell’emozione di chi guarda. Sensibilità adatta ad esprimere anche luoghi insoliti, come le teorie di corpi nelle catacombe dei cappuccini. Presenze che hanno attraversato i secoli e vengono sottratte all’oblio da contrasti di colore e un serrato ritmo grafico: senza indulgere sul fascino del macabro l’Artista rimanda alle loro vite barocche ormai perdute.

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