Oltsen Gripshi e il dramma della nudità umana: lo sguardo critico di Massimiliano Reggiani su “LAKURIQ”
Uno spazio vuoto, asettico, generato dall’estetica della mera funzionalità: è la cornice voluta per “LAKURIQ” (Nudo) la nuova esposizione di Oltsen Gripshi curata da Massimo Scaringella alla Gallery of Contemporary Art Tirana (GOCAT). L’artista, seppur giovane ha già pubblicato diverse monografie scientifiche di Storia dell’arte e vanta una prestigiosa carriera accademica come docente ordinario. È una persona assolutamente colta, abile nel disegno, libero e gestuale nelle opere astratte ricche di colori che presenta nel proprio sito. In questa mostra, però, privilegia una ricerca completamente diversa: si stacca dal creare un oggetto d’arte e reinterpreta – con una palese intuizione poetica – le scene, i materiali e gli oggetti della più anonima e ordinaria normalità. Cattura e raccoglie frammenti, li riassembla, li reinterpreta fino ad estrapolare un nuovo significato intrinseco nascosto agli occhi dei più.
“Il percorso formativo dell’artista, sviluppatosi anche all’estero, – spiega il curatore – ha contribuito a costruire una visione in cui l’identità non appare più come un dato stabile, ma come una dimensione fluida, stratificata e in continuo divenire”. L’estero di Oltsen Gripshi è una frontiera che ci appartiene: costruita in rosso cotto e vivaci marmi è la città scaligera sull’Adige, Verona, nella cui Accademia Cignaroli si è formato. Abbiamo quindi alcuni elementi per iniziare a comprendere questa mostra straniante, intensa e drammatica.
Il luogo dell’allestimento non ha alcun richiamo né a forme classiche né alla sontuosa architettura dei palazzi signorili della Mitteleuropa. Non è un interno borghese né richiama in alcun modo la natura romanticamente intesa. Sulle pareti corrono ordinate sia le tubature dell’impianto elettrico che i condotti dell’aerazione; dai binari alcuni faretti tagliano con luci gelide il buio ostinato dello spazio. Dove siamo? È un luogo della mente, lontano da ogni riferimento sociale: un luogo anaffettivo, ordinato, disadorno; in poche parole inumano.
Massimo Scaringella lo spiega chiaramente: ci parla dell’identità come dimensione fluida, stratificata, in continuo divenire. Ma è proprio in quest’ultima sottolineatura – il continuo divenire – che l’allestimento si illumina nella sua tragicità. Divenire, nel linguaggio ordinario, indica un flusso orientato con un sottinteso positivo. Per Oltsen Gripshi il divenire si traduce invece con un accumularsi temporaneo per poi dissolversi lasciando che altri corpi simili occupino lo spazio lasciato vuoto. Un meccanismo di ordinata alienazione, in cui cessano di esistere le persone per trasformarsi in semplici corpi, o parti di corpo.
Un’emozione simile la si può provare seguendo il ritmo folle e forsennato dell’ungherese “Saul fia” (Il figlio di Saul) Gran Prix Speciale della Giuria a Cannes 2015, Oscar miglior film straniero nel 2016. L’orrore seriale, incredibilmente accettato e accettabile prima che sfoci nel dramma la disumanità: una morte liberatoria rispetto all’assuefazione allo sterminio, la storia di un Sanderkommando nel Lager di Auschwitz. In “LAKURIQ” (Nudo) questo momento di tragedia volutamente manca. Riverbera qui l’intelligenza e la sensibilità dell’artista. Corpi sostituiscono corpi: è il dramma del mattatoio, del crematorio, della mattanza. Fragilità e resilienza, il dolore che diviene ordinario. Si può sopravvivere, ma a quale costo?
Vi è un altro passo illuminante di Massimo Scaringella: “Attraverso corpi spezzati, deformati o moltiplicati, l’artista racconta una realtà complessa, segnata negli ultimi mesi anche dall’esperienza dolorosa della malattia oncologica della madre”. Il calvario terapeutico diventa, a mio parere, la chiave di lettura di “LAKURIQ” (Nudo). Non è una Via Crucis che baratta la tragedia terrena con l’adempimento della Scrittura e fa irrompere prepotente la Salvezza nella storia dell’umanità. No, la pratica ospedaliera – esperienza appena provata dall’artista – fa l’esatto contrario: aiutando il singolo lo trasforma in corpo, in caso clinico, in numero statistico. Lo smembra in cartelle sanitarie, volumi di urina, percentuali di ossigeno, pulsazioni, battiti, ritmi, frequenze, indici di flogosi, temperature, ripresa, spegnimento.
Nudo è il corpo di ognuno quando ormai perduta è l’individualità: quando l’abito è stato abitato e restano solo l’odore, il profumo, la memoria. Nuda è la pelle trasformata in gigantografia da un possibile e indiscreto capillaroscopio, nudo l’addome palpato e archiviato nei cassetti della diagnostica, nuda la carne tagliata ed esposta, nuda è la traccia lasciata su di un lenzuolo che diventa sudario. Questa nudità è la consapevolezza dell’ineluttabile che a breve ci presenterà con sguardo opaco il conto della vita vissuta. Quanta nostalgia, in quest’allestimento di Oltsen Gripshi, della nudità complice fra modella e artista. Questa invece è la cruda poesia delle cose, di manichini sezionati ma ancora capaci di generare una possibile ed ultima carezza. È l’onda di marea che torna verso la spiaggia, il farsi materia di una profonda intuizione di Oltsen Gripshi pubblicato nel 2012 sulla rivista “MUZA”: “L’attrazione a vicenda tra l’arte e la pubblicità”, l’analisi di un continuo scambio tra mondi solo in apparenza alieni.











