Socrate…la filosofia
Articolo a cura di Vittorio Salmeri

Socrate, che nulla ha scritto, racchiude il suo pensiero nelle vicende stesse della sua vita: ciò che disse e ciò che fece, altri, infatti, lo hanno scritto e consegnato alla storia della filosofia, e lo hanno fatto in modo così sublime che, se si vuol capire cosa significhi filosofia, Socrate è “il filosofo”, o, meglio, non si può parlare di filosofia, scienza nobile e regina che insegna la vita, senza pensare a lui.
Noi, assetati, come siamo, di verità, per questo motivo, Socrate, pur essendo un grande filosofo, ce lo troviamo molto vicino, quasi” a casa nostra”.
La sua è una filosofia chiara, come la luce del sole; vera, come l’acqua di sorgente; autentica per il suo forte coraggio di vivere sino a saper morire, pur di viverla bene sino in fondo.
Socrate nacque nell’Attica, ad Alopece, vicino Atene, nel 469 a.C. Suo padre era uno scultore, si chiamava Sofronisco; sua madre era un’ostetrica, di nome, forse, Fenarete. Trascorse i suoi settantanni di vita ad Atene, e, pur essendo amico di uomini politici come Crizia e Alcibiade, non partecipò mai alla vita politica, si impegnò però, come soldato, nella guerra del Pelopponeso. Quando ebbe quarant’anni, Il disordine e la corruzione della sua città lo spinsero a lottare per redimere i suoi concittadini, spinto, come lui stesso diceva, da un ” segreto demone” e, cioè, dalla voce interiore della sua coscienza: tutto questo suscitò odi ed inimicizie e così nel 399, Meleto, Anito e Licone lo accusarono di empietà e di corruzione dei giovani.
Processato, fu condannato a morte, costretto a bere la cicuta; rinunziando alla possibilità di fuggire. La cicuta che Socrate fu costretto a bere divenne il simbolo dell’intellettuale che non accetta le parole d’ordine gradite ai potenti; davanti alla prospettiva di bere quel veleno, non fugge, nonostante che gli amici, in particolare il discepolo Critone, siano pronti a sostenere i costi della fuga, corrompendo il carceriere.
Con un linguaggio moderno potremmo affermare che egli “non fu servo di nessuno”. Egli rimase coerente: anche se gli ateniesi hanno sbagliato a condannarlo a morte, egli è “figlio delle leggi” della sua città e non può quindi sottrarsi ad esse. A questo rispetto delle leggi egli da un significato etico: “ è meglio subire il male anziché farlo” .
Il suo insegnamento ci è stato conservato da Senofonte, da Platone e da Aristotele. Nel primo periodo della sua vita si occupò di scienze naturali, seguendo, come allievo, Archelao, allievo di Anassagora, in seguito si dedicò ad argomenti morali e politici.
Socrate fu allievo ribelle dei sofisti, Aristofane nelle Nuvole ha simboleggiato argutamente la sua lotta contro i suoi maestri mediante le armi che essi stessi gli avevano insegnato, attraverso le vicende del vecchio Strepsiade, il quale, essendo tormentato dai creditori, insegnò al figlio l’arte di sgominarli con l’inganno. Il figlio impara benissimo e riesce così a sgominare i creditori; ma, subito dopo, capisce che il suo primo dovere è quello di picchiare il padre, di ridurlo in suo potere con quello stesso inganno che il padre gli aveva fatto insegnato.
Mentre i sofisti, nel campo della conoscenza, praticavano il relativismo, secondo il quale non esiste nessuna verità assoluta, ma, soltanto, la propria verità o la verità degli altri, Socrate sostiene, invece, che l’uomo può cogliere la “Verità assoluta”, quella valida per tutti, ricorrendo alla ragione che ci consente di giungere alla sullepsis, cioè al concetto.
Al “concetto” si può arrivare con il dialogo, attraverso un metodo di ricerca detto maieutica, simile all’arte dell’ostetrica, che porta alla luce, in questo caso, dall’interiorità di ogni uomo, la verità che si trova dentro.
La dotta ignoranza
Il pensiero filosofico di Socrate ha come punto di partenza il principio della Dotta ignoranza, secondo il quale, dice Socrate, l’uomo “sa di non sapere”, a differenza dagli uomini comuni i quali si illudono di conoscere tutto: Io so una cosa sola, di non sapere nulla, afferma; coloro che, invece, pretendono di sapere sono ignoranti “doppiamente”, perchè aggiungono all’ignoranza naturale, quella di “non sapere”, anche la “presunzione di sapere”. Ammettere questa dotta ignoranza è il principio di ogni sapere umano; L’uomo, dunque, non nasce con la verità già pronta, ma deve sobbarcarsi la fatica della sua ricerca.

Il secondo principio, che scaturisce direttamente dal primo, è quello della Dialettica, che indica il conversare “a due”, diversamente dai i discorsi doppi che costituivano il metodo tipico dei sofisti.
Socrate percorreva la piazza (Agorà) di Atene, e interrogava la gente, chiedeva Ti esti ? che cos’è? , per esempio, la giustizia o la religiosità ecc. Dal confronto delle diverse opinioni invitava i propri interlocutori a giungere alla definizione di una virtù che valesse per tutti. Socrate interrogava la gente, comportandosi come se egli non avesse alcuna opinione e alcuna conoscenza sull’argomento; “faceva finta di interrogare” una persona al fine di imparare da lui, mentre l’autentico scopo era quello di dimostrare l’ ignoranza del suo interlocutore: Ironia significa in greco interrogando dissimulando, ma l’ironia, da sola, non era sufficiente, occorreva anche conoscere le proprie capacità e la propria disposizione interiore: ecco, allora, due atteggiamenti tipici di Socrate, il gnothi sautòn, il “conoscere se stessi”, e il considerare la propria opera di filosofo come quella di chi non fornisce agli altri delle soluzioni, ma li aiuta a rintracciarle da soli, attraverso la “maieutica”.
L’intellettualismo retorico dei sofisti viene sostituito da Socrate con L’ intellettualismo etico, secondo il quale la virtù fondamentale è il sapere e non l’arte di riuscire a convincere con le parole; e per sapere, occorre, innanzitutto, obbedire al dovere di essere “ignorante”.
La ricerca della verità non presuppone soltanto l'”essere ignoranti“, ma presuppone un monologo che ciascuno deve saper fare con se stesso, con il “conoscere se stessi”.
Socrate insegnava a diventare eccellenti nella vita
Ma perché Socrate non scrisse nulla? Ecco il suo ragionamento: scrivere è sempre dannoso e inutile, l’abitudine di scrivere e di leggere è simile, diceva, all’abitudine di chi, facendo un viaggio, porta con sé la fotografia di una persona cara che ha lasciato, costui si illude di avere questa persona con sè, ma la fotografia è fissa , cristallizzata in una posizione. Così accade a chi cristallizza in una pagina scritta qualcosa che potrebbe in seguito evolversi, cambiando. Oltre al problema gnoseologico, Socrate si interessò anche al problema morale. Il punto di partenza della vita morale, diceva, e’ la conoscenza di se stessi; il buono o cattivo comportamento dell’uomo, dipende, unicamente dal cercare dentro di sè la conoscenza del bene: Nessuno pecca volontariamente, ma soltanto per ignoranza; basta conoscere il bene per seguirlo, in questo consiste il suo famoso ” intellettualismo etico”. Anche e soprattutto ai giovani, che lo avvicinavano, Socrate insegnava a diventare eccellenti nella vita privata e in quella pubblica, usando, in piena libertà, le proprie convinzioni.
Dove si può comprare ciò che serve per vivere? chiede Socrate a un giovane, Al mercato, risponde Senofonte. E dove si può imparare a diventar uomini eccellenti?, quello non sa rispondere, Vieni con me e lo saprai gli dice Socrate. I giovani lo seguivano, ma cosa pensavano veramente di lui gli altri?
Se facciamo rispondere i nemici di Socrate, ad esempio il sofista Antifonte, ecco la risposta: Tu, o Socrate, vivi in un modo tale che nessuno schiavo lo sopporterebbe se il padrone glielo imponesse: mangi cibi e bevande vilissime, ti copri soltanto di un vestito miserevole, e per giunta sempre dello stesso, d’estate e d’inverno, e giri sempre senza scarpe e senza tonaca…sei dunque, come gli altri maestri, si fanno imitare dagli allievi, anche tu ridurrai in tale stato quelli che ti seguono, puoi ben dire di essere il maestro della mala sorte.
La vita fra eroismo e leggenda
La vita di Socrate fu avvolta da un velo di leggenda e da un’aureola di eroismo, per cui oggi appare assai difficile ricostruirne la vera figura storica. Il filosofo visse sempre ad Atene, allontanandosi dalla città solo in occasioni di spedizioni militari. Il motivo di questo non volersi mai allontanare altrove lo spiega egli stesso in una pagina del “Fedro “ di Platone: Io sono uno che ama apprendere. La campagna e gli alberi non vogliono insegnarmi nulla, mentre possono farlo gli uomini in città.
Per tutto il tempo della sua vita amò dialogare con tutti e su qualsiasi argomento; diceva, infatti, così è riportato nell’”Apologia”, il massimo bene per l’uomo è proprio questo: discutere ogni giorno della virtù e di tutte le altre cose di cui voi mi avete udito dialogare ed esaminare me stesso e gli altri. Una vita senza questo esaminare non è degna di essere vissuta!. Da lui nacquero delle scuole dove i suoi discepoli cercarono di seguire, ciascuno, a modo proprio il suo pensiero: La scuola dei Cinici, la scuola dei Megarici e la scuola dei Cirenaici.
In genere, queste scuole ereditarono dal maestro il gusto stravagante per una vita isolata dalla società e ostile al senso della natura, senza ereditarne invece l’impulso alla ricerca, il bisogno continuo di cercare le definizioni di ciò che ci circonda.

In un primo tempo i suoi discepoli, fuggendo da Atene, si rifugiano a Megara per timore di possibili persecuzioni, successivamente si divisero anche in altre città.
Il più importante e il più grande dei suoi allievi discepoli sarà Platone, rispetto al quale tutti gli altri saranno definiti “ i socratici minori”.
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