21/04/2026
Come un Capodanno a Cali
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Come un Capodanno a Cali

Dic 13, 2024

Incontri e Racconti a cura di Edoardo Palumbo

Il Natale a Palmira, provincia di Cali, Colombia occidentale, iniziò il primo novembre.

Era il 2020, insegnavo italiano per il Consolato di Barranquilla. Causa Covid lavoravo dal computer. Era comodo, avevo solo bisogno di una connessione stabile e silenzio intorno.

La mia dirimpettaia, al contrario, decise che era arrivato il momento. Rompere il silenzio. Dare il Grande Annuncio. Accese il ripetitore stereo, rigorosamente puntato verso l’esterno, scelse la sua canzone e premette play.

Jingle Bells.

Ore otto di mattina, primo novembre.

Temperatura esterna media di venticinque o ventisei gradi.

Jingle Bells.

Era iniziato il Natale.

Tempo poche ore, o al massimo giorni, e tutto il vicinato scese in campo.

Adesivi di renne attaccati lungo le grate dei cancelli. Pupazzi di Babbi Natale che penzolavano dalle finestre, nel simulato atto di arrampicarsi lungo le corde cucite alle mani. Festoni, coccarde verdi, oro, rosse.

Alberi di Natale, alcuni anche veri.

Le parole d’ordine per il quartiere divennero due:

Feliz Navidad, Feliz Año Nuevo.

Era chiaro che non si trattava di decorazioni messe così, per fare contenti i bambini. Come si vede nei film americani, anche in Colombia sembrava di assistere a una specie di gara dove ogni famiglia puntava a incarnare il celebrante più appariscente e vistoso, senza alcuna paura di risultare stucchevole.

Non potevo essere da meno.

Con la mia ex comprammo venticinque metri di luminarie. Venticinque. Tutti i colori dello spettro visibile. Cinque programmi di illuminazione, accensione a velocità controllabile, telecomandino per selezione centralizzata.

Anche la nostra umile dimora, per un mese si trasformò nella navicella di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo.

Babbo Natale avrebbe potuto vederci anche dallo Spazio.

A partire dal primo dicembre, le case divennero le piazze per un continuum di trenta giorni di raduni familiari. Già dalla mattina arrivava lo zio, la zia, poi il cuginetto, la cugina del cuginetto, il fidanzatino. Nel pomeriggio passava il cognato, la moglie, si portavano il figlio con un paio di amichetti.

Fiumi di chiacchere, sorrisi, rum, empanadas. Si seguiva fino a sera, la mattina dopo ricominciava tutto d’accapo.

Mi sorprese constatare che nei loro sempre importanti impianti di riproduzione musicale, i colombiani non passavano Michael Bublé, Marie Carey o i Wham. A Natale, ovvero dal primo dicembre al sei di gennaio, risuonava per tutto il quartiere la cumbia natalizia. Una precisa sequenza di canzoni tradizionali di cumbia, che anche se non avevano espliciti riferimenti al Natale venivano riprodotte solo in quel periodo.

Invito ad ascoltarle, a partire dalla Colegiala.

Sapevo che di lì a poco la mia esperienza in Colombia, dopo quattro anni di onorato servizio, stava definitivamente per concludersi.

Era il mio ultimo Natale lì.

Così, all’apice della mezzanotte di Capodanno, decisi di trasmettere il mio lascito spirituale.

Mi collegai con il telefono allo stereo e la feci partire, con orgoglio italiano.

La Colita.

Ora, ovviamente i colombiani conoscono quelle canzoni, le hanno inventate loro, ma incredibilmente per noi non hanno idea di cosa siano i Balli di Gruppo.

Loro la Colita la ballano a coppie, come se fosse un merengue qualsiasi.

Io invece, forte di tutte le feste di diciott’anni, villaggi vacanze, Capodanni in casa e la Grande Bellezza, replicai la coreografia esatta e ineluttabile della Colita con la stessa naturalezza con cui mi allaccio le scarpe.

Mi seguirono.

Facemmo tutta la sequenza, tutto il ritornello, la parte dove si scende fino quasi a toccare terra e poi il climax ascendente.

Li avevo conquistati.

Misi le altre a mitraglia.

La Bomba, il Tipitipitero, il Ritmo Vuelta.

Conclusi con Gioca a Jouer.

Addirittura terminammo con l’applauso finale.

Gracias Amigos pensai in quel momento, ora rivolto anche a Voi.

¡Feliz Navidad! Feliz Año Nuevo!