I sette vizi capitali: L’Accidia
Articolo a cura di Maria Rosa Cottone
Agostino: Bada ai lacci che ti tende il mondo, a tanti vani fantasmi che ti si aggirano attorno, a tante futili cure che ti fan guerra… t’affatichi, t’agiti, t’immergi fra tante cure che poi ti stringono, ti rapiscono tutto a sé né ti lasciano pensare ad altro. E così, confidato nelle sole tue forze, per difficoltà grandi che rechi in sé alcuna cosa, stimi che un tuo pari non debba ritrarsene; e tanto ti compiaci se vi riesci, da incorrere nello sdegno del tuo Creatore
Francesco: E che potrò io sperare da questo caduco e mortal corpicciuolo, se me lo sento ogni dì più cader sotto? Così Dio mi aiuti, che io non me ne do un pensiero al mondo! […]
Francesco: Vorrei sperare che sia questa l’ultima delle tue accuse. Orsù via chiariscimi schiettamente di ciò che mi conduce fuori del buon sentiero.
Agostino: La cupidigia dei beni temporali. L’ animo tuo è dominato da una cotal peste che i moderni chiamano malinconia e gli antichi dissero tristezza.
Francesco: …tutto in lei è tristo, misero, aspro ed orrendo, tutto mena alla disperazione e a quegli eccessi che trascinano gl’infelici al precipizio. Oltre a ciò, frequenti, sì, ma brevi e momentanei sono gli assalti che mi danno le altre passioni, ma questa maligna e tenace tanto mi stringe che né giorno né notte allenta le sue catene; ed allora non è intorno a me luce quella che splende, ma notte d’inferno, non vita che io goda, ma acerbissima morte. E per colmo di sventura, mentre di sì fatta guisa essa mi accuora e dolorosamente m’affrange, io mi sento preso da una cotale voluttà che non posso strapparmi dalle sue braccia senza provarne rincrescimento.
Agostino: E niente v’ ha di tutto ciò che t’aggradi?
Francesco: Ben poco, o nulla.
Agostino: Ecco un altro effetto di quell’umor nero che sì t’opprime. Or bene; ed io credo che sieno i fatti tuoi quelli di che prendi maggior fastidio.
Francesco: Cessa, o padre, dal rinnovarmene la domanda? Aggiungerò solo ch’essi mi annoiano più che io non basti a significare…”

Dal “Secretum” di Francesco Petrarca l’Accidia come impedimento nell’operare
Il dialogo che precede è tratto dal 2° libro del “Secretum” di Francesco Petrarca; il grande scrittore, poeta, filosofo e primo filologo, che riconoscendo in sé il vizio devastante dell’accidia immagina un colloquio con il suo padre spirituale Sant’Agostino, al quale chiede come uscire da questo malessere spirituale che gli impedisce di operare il bene, poiché annoiato, pigro ed indifferente alle gioie della vita.
L’Accidia è uno dei sette vizi capitali che, nella morale cattolica, impedisce all’uomo di applicare le virtù per grave negligenza o pigrizia. È quel malessere interiore che i Padri del deserto definivano “il demone del mezzogiorno” ovvero quella svogliatezza che li coglieva a metà mattina impedendo loro di continuare serenamente le proprie attività.
Accidia o “male oscuro”?

“Accidia”, termine ormai in disuso, viene sovente sostituito col termine “depressione”, quella voglia di far niente, quel disinteresse che nega di gioire e godere del bello che il mondo ci regala ed anche l’incapacità di reagire per trovare una via d’uscita; è la condizione di molti, soprattutto giovani, che non riconoscendo i valori della vita, commettono atti anche criminosi, chiusi nel loro mondo si disinteressano di tutto ciò che li circonda a meno che non escogitino un piano, fortemente impattante per la società che dia loro una forte scarica adrenalinica, come ad esempio far parlare di sé, manifestano con la rabbia il loro vuoto interiore creandosi una realtà virtuale forse anche ricca di progetti futuri che però non hanno voglia di portare avanti vinti dall’inerzia del tempo percepito.
Questo “male oscuro” è molto presente nella società odierna e lo percepiamo principalmente nell’indifferenza che attanaglia gli uni agli altri, nel menefreghismo che non ci consente di volgere lo sguardo verso chi ci sta vicino, nel “non fare” quelle azioni migliorative per l’accrescimento di sé stessi, nella paura di soffrire, nella non accettazione della caducità dell’essere negandoci la serenità per vivere appieno il dono della vita. Abbiamo paura di vivere le nostre passioni/interessi e ci abbandoniamo alla noia.
Nella debolezza umana il rifiuto alla Speranza
“Allora presi in odio la vita, perché mi era insopportabile quello che si fa sotto il sole. Tutto infatti è vanità e un correre dietro al vento” (Qoelet 2,17).
Nella sacra scrittura l’Accidia ci viene descritta come una debolezza dell’anima, un rifiuto della speranza, un chiudersi in sé stessi per timore di affrontare il futuro, tutto il contrario di ciò che ci ha rivelato Dio.

È indicativa la parabola dei talenti, che ci racconta di un padrone che affidò a cinque suoi servi alcuni talenti affinché li facessero fruttare, quattro di loro investirono il denaro e restituirono al padrone il doppio di quanto avevano ricevuto, il quinto invece, per paura di perdere il capitale, sotterrò il talento restituendolo poi al padrone; questi indispettito da tale inerzia lo punì severamente (Mt.25, 14-30).
Nelle opere teatrali l’Accidia è molto rappresentata, famosa è l’apatia che colpisce il giovane Amleto la cui volontà viene annientata da questa depressione psicologica che lo porta ad avanzare il dubbio se sia più semplice vivere o morire.
Da Dante a Cecov fino al disagio esistenziale di Montale
Anton Cecov porta in scena il dramma dei personaggi nello zio Vanja che paralizzati dal fallimento nelle loro vite, non trovano, neanche nei sentimenti, una via d’uscita alla loro incapacità relazionale.
Tanti poeti e scrittori hanno vissuto il male di vivere: da Dante a Cecco Angiolieri, Foscolo, Manzoni, Goethe, Sartre e molti altri…
“Spesso il male di vivere ho incontrato […] era la statua della sonnolenza del meriggio” (tratta dalla raccolta Ossi di seppia, 1925) Eugenio Montale vede in tutto ciò che lo circonda il disagio esistenziale di cui la natura umana è connaturata.
Come possiamo comprendere l’Accidia è un malessere dell’anima che si riflette sul comportamento, sulla vita sociale, e blocca ogni iniziativa volta alla serenità. Molto spesso ne sono colpiti gli anziani che nella loro ridotta capacità fisica ritengono che la loro vita non abbia più un senso, un futuro accettabile, si pensa all’imminenza della morte morendo dentro anzitempo, se rivolgessimo la mente all’amore incondizionato di Dio e ci rendessimo conto che ognuno di noi è prezioso ai suoi occhi, sicuramente questa sorta di sconforto potrebbe essere gestita.

Immaginiamo una foglia: essa spunta sul ramo, cresce insieme a tante altre foglie, poi ingiallisce e cade ma nel ramo dove è nata lascerà il posto a nuove foglie. Così ci dice anche il vangelo di Giovanni “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv. 12, 24).
Cristianamente due le strade contro l’Accidia: Preghiera e Adorazione
Teologicamente l’Accidia è un peccato che impedisce la gioia donata dalla carità, è privazione della carità di Dio ed interrompe la relazione con Lui; cristianamente l’uomo è relazione con sé stesso e con Dio, se noi interrompiamo queste relazioni chiudendoci in noi stessi, non avremo più una fede viva, ma una fede tiepida, o inesistente.
“Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap. 3,16).

Durissime queste parole di Gesù che pur conservando un amore immenso per le sue creature minaccia di allontanarle da Se, anche se noi siamo consapevoli che Lui ci ama sempre e comunque, anche se molto spesso lo deludiamo, Gesù ci esorta ad agire, in diversi modi: con la preghiera e l’adorazione; con l’ascolto e la meditazione della Sua parola; con l’espiazione e il pentimento; con la testimonianza fatta anche di gesti di carità.



