Asemia e mondo tra linguaggio e scrittura
Articolo a cura di Damiano Milone
Il linguaggio: una capacità umana
Analizzare in modo essenziale e genetico il fenomeno del linguaggio umano è un fatto complesso e anticipatore di molteplici punti di vista. Alla base di ogni proferimento verbale, vi è la capacità dell’individuo di produrre, interpretare e comprendere segnali e, partendo da questi, segni significativi che rimandano ad un panorama di senso compiuto e delimitante.

Il linguaggio umano nella sua più intima struttura proprio con Saussure (2023) e il primo Wittgenstein (2009), ha orientato gli studiosi verso una logica referenzialista ovvero una posizione designante il significato linguistico come somma di oggetti atomici o, come affermava lo stesso Wittgenstein, ciò che è definibile come «stati di cose» (ivi, p. 25) non linguistici. Tale posizione della ricerca, ha inteso declinare la quantificabilità di senso di ogni asserto linguistico, dimenticando però, la dimensione interna ed implicita in ogni significato, come riferito dallo stesso De Mauro (2021) ed il suo importante valore relazionale ed emotivo.
La peculiarità della semiologia in riferimento al linguaggio, sta nella sua caratterizzazione scientifica di studio di tutti i segni, soprattutto nel rapporto tra significante e significato, denotazione e connotazione, senso e riferimento e nella stipulazione convenzionale dei partecipanti. L’essere umano utilizza inconsapevolmente una serie intricata di elementi semiosici che intercettano in modo competente l’ambito fonetico, quello morfologico e, ancor più, la cumulatività semantica ovvero una quantità discreta di parole con particolari significati. Una caratteristica ancor più saliente del linguaggio, che lo allontana decisamente da ogni riflessione meramente referenzialista, sta nel fatto che lo stesso uso delle parole consta in modo peculiare di un vero e proprio «vento dello spirito» (De Mauro, 2022, p. 29) irrelato e che solo successivamente, diventa strumento di comunicazione inter ed intrapersonale.

Ma il sopra citato “vento dello spirito” del segno, non rimane ancorato ad una tale disposizione del pensare, ma apre dinamiche ancora più interessanti e maggiormente veridiche. La lettura di un romanzo, di un componimento poetico o gli stessi dialoghi all’interno di una pellicola o il proferente in un podcast, denotano una capacità linguistica che va sempre oltre da sé, in un terreno ancor più fertile di un dato semplicemente trasmesso.
Per il referenzialista, posizione logicamente ineccepibile per il senso comune, una parola serve solo per designare un oggetto della realtà circostante e tale facoltà si riduce nella capacità effettiva di trasmissione del dato di senso tra un mittente ed un destinatario.

Se da un lato una teoria referenzialista individua una congruenza conveniente tra la parola e la cosa designata, diversamente la posizione di linguistica come Chomsky rende proponibile quanto la proprietà mente/cervello indichi una facoltà linguistica innata di costruzione di sistemi complessi con principi «geneticamente determinati» (1998, p. 16) attivati da particolari rinforzi ambientali e contestuali. Per Chomsky, in conseguenza di ciò, una referenza significativa nel mondo circostante esiste, ma tale occorrenza si struttura comunque in modo attuativo all’interno di regole logiche ben determinate nel soggetto proferente.
Riflessione genetica sulla comunicazione umana
Una considerazione genetica del linguaggio, d’altronde, non intende riflettere primariamente sul senso di una referenza linguistica, anche se tale fatto appare rilevante e intuitivo, ma proprio sul processo linguistico in quanto tonalità effettiva fondamentale dell’essere umano. La posizione che è vagliata da questo contributo, è proprio di natura essenziale, volto a chiarire due accadimenti contigui e idealmente posizionabili su due luoghi differenti: l’uomo ed il mondo.
Se la connotazione dell’essere umano come animale parlante mette in campo il concetto di “esperienza pura” in una prospettiva empirista radicale, come sottolineato da James (2009), dall’altra riprova che l’essere umano proprio nel linguaggio e nella scrittura documenta ed avvalora in modo ancor più focale il suo esser-da-oltre. Parafrasando il De oratore di Cicerone (2019), si può sottolineare che non si indaga lo strillone o il causidico ciarlone che enuncia in modo causativo qualsiasi referenza, ma quell’uomo che parlando «ha fatto pensare al dono di un dio» (ivi, p. 251) e che proferendo o scrivendo, denota un mondo incausato e inconseguente, somma di referenze inventive e immaginifiche.

Anche la stessa posizione di Saussure con la sua distinzione di langue e parole del resto, che si ribadirà poi nello studio diacronico e sincronico, istituisce quell’ipotesi strutturalista che sarà la considerazione base di autori quali Althusser, Levi-Strauss e Lenin (Jameson, 1982). In essi, difatti, la valutazione linguistica diventa analisi delle «sovrastrutture» (ivi, 1982) ovvero del sistema di rappresentazione che caratterizza formalmente la vita sociale. Il linguaggio umano, rispetto alla vita comunicativa animale, vive dell’eccezione o nella «contraddizione surdeterminata» (Althusser, 2008, p. 96) come vera e propria rottura e blocco rivoluzionario. L’uso dei segni per il soggetto parlante, è come un delimitare eternamente differente del materiale segnico e fonico per esprimere oggetti di senso e processi di significazione anche inventivi. Il soggetto nell’atto comunicativo assoggetta il proprio io in modo diacronico agli altri soggetti nel riconoscimento reciproco contestuale ma, proprio per quell’eccedenza poco sopra riconosciuta, tale atto si ripercuote in un Soggetto ideologico, forma di controllo e di repressione politica-individuale (Althusser, 2014). L’accezione politica e repressiva dell’ideologia che si fa anche linguaggio, propaganda e proselitismo, chiarisce in modo profondo quanto il linguaggio sia da una parte limite repressivo, dall’altra una capacità dell’eccedenza e che proprio tale essere-da-oltre, rappresenti un superamento di una posizione meramente referenzialista del linguaggio.

Asemia, mondo e scrittura
L’uomo esprime, come riferito poco sopra, nella capacità linguistica l’abilità del proferire attivo e la competenza di andare oltre l’esperienza data, colorando in modo creativo tonalità impensabili del dire. Tale competenza, come sottolineava l’antropologo Hymes (2013), consta non soltanto della facoltà di produrre e comprendere segni, ma anche di alzare o abbassare il tono e il livello linguistico in considerazione dell’interlocutore e ancor più, oltretutto, di saper tacere quando la situazione lo richieda.
Se però una posizione referenzialista sembri dominare il senso comune poiché facilmente raffigurabile il percorso di designazione referenziale anche in modo funzionale (Hjelmslev, 1969), in realtà proprio in questo contributo si vuole insinuare una differenza nel dato semantico, un oltre da essere. Considerare un mondo come dato conoscibile, significa antropomorfizzare in modo segnico la totalità del mondo circostante come un compagno di specie.

Se si vuole in modo inventivo raffigurare l’uomo nella radura del mondo, tale posizione deve certamente ricordare che comunque mondo e uomo sono due enti diversi e che, soprattutto, una lettura segnica totalizzante è solo opera della mente umana. Hartmann (2018) sottolineava come l’effettività ontica vive dell’ordine della possibilità anche nella stessa necessità ontica e che la stessa modalità dell’essere in generale, consta proprio nell’eterogeneità e, si potrebbe aggiungere, nella differenza infinita del possibile. Il mondo antropomorficamente, è letto come un libro da interpretare e ordinare, leggi e principi generali da scoprire e catalogare, ma tale lettura è solo un fatto interamente umano. La tesi principale di questo contributo, pertanto, vuole vagliare quanto il mondo sia profondamente asemico, non riconoscente i segni del suo trascorrere, perire o nascere.
Se un soggetto passeggia in un bosco o nel verde immerso entro un panorama urbano, potrebbe riconoscere immancabilmente una quantità innumerevole di segnali e di segni semantici e pragmatici (Barthes, 2002), ma tale rilevazione è sempre e solo un fatto umano. È sempre e soltanto l’uomo, che leggendo o comunicando con segni rimanda significati con significanti attributivi e libera orizzonti di senso liberi, ma anche delimitati e circoscritti. Barthes ha rilevato come proprio l’opera letteraria sia riduzione dell’ambiguità e anche, come praticava la Pizia, una vera e propria «situazione profetica» (Barthes, 2002, p. 47) e al contempo anche una negatività o «limite iniziale del possibile» (Barthes, 2003, p. 11). Con l’attività segnica un individuo circoscrive e localizza significanti e riconosce segni e segnali esplicativi; il mondo vive invece senza neanche averne consapevolezza e, oltretutto, non riconosce segni, significanti, langue e parole.

Si potrebbe a buon diritto obiettare, portando argomentazioni tratte dalle scienze, quanto nella natura siano comprovate leggi di funzionamento generale, ma non si ritiene che dalla parte del mondo ci sia un dipartimento di biologia con annesso un laboratorio sperimentale che organizza il suo funzionamento a tavolino, bensì un mero incedere, quantunque anche ordinato e regolato. In psicologia si parla di disturbi della comprensione ascrivibili a quella parte di corteccia celebrale chiamata area di Wernicke che sviluppa nei pazienti asemie e agnosie uditive (2019).
Usando questo disturbo come metafora espositivi, si potrebbe dimostrare che il mondo per parte sua non riconosce alcun segno e non intende o afferra i suoni dei canali comunicativi (Jakobson, 1993) come lo recepiscono gli esseri umani, ma abita paradossalmente la propria esistenza in modo peculiare. Diversamente, l’animale umano circoscrive la datità del reale con il processo di significazione e risiede nella radura del finito e proprio lì il linguaggio, la poesia e la letteratura operano il miracolo più importante che possa mai accadere, eccedere oltre e oltrepassare la linea della datità segnica. Il mondo è asemico, l’animale umano è, invece, un ente segnico che vive la finitudine di una vita temporalmente povera ma, designando il materiale fonetico, leggendo icone, osservando indici e riconoscendo la convenzionalità di simboli, può dimorare in luoghi molteplici e traslocare continuamente in un oltre da sé.
Conclusione
Serrando le fila del presente contributo, si è voluto riposizionare la differenza di stato che sussiste tra il mondo e l’umano. Due attori di un unico palcoscenico che non possono scambiarsi le parti o entrare in scena davanti al pubblico della vita al posto dell’altro. Il mondo è asemico e aperto alla possibilità, non riconosce segnali e segni linguistici; l’uomo è, diversamente, un essere fatto di parole e di segni interpretati, intimamente finito e profondamente temporale.

Nella sua temporalità il linguaggio permette all’essere umano due importanti retroscena dicotomici. Un versante negativo, attestante la capacità segnica di delimitare e differenziare una materia fonica e discorsiva per intenti comunicativi, vivere della differenza e della contestualità. All’opposto vi è il lato positivo, andare oltre il limite del proprio stato di creatura generata e mortifera e gettare, come diceva Thomas, «un granchio d’ombra sulla terra» (2016, p. 21).
Bibliografia
Adornetti, I. (2019). Le afasie di Broca e di Wernicke alla luce delle moderne neuroscienze cognitive in Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia, 10 (3), pp. 295-312.
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Althusser, L. (2008). Per Marx, Milano: Mimesis.
Barthes, R. (2002). Critica e verità, Torino: Giulio Einaudi editore.
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Chomsky, N. (1998). Linguaggio e problemi della conoscenza, Bologna: il Mulino.
Cicerone. (2019). Dell’oratore, Milano: Bur Rizzoli.
De Mauro, T. (2021). Il valore delle parole in Enciclopedia del Novecento, Roma: Giovanni Treccani Editore.
De Mauro, T. (2022). Prima lezione sul linguaggio, Bari: Laterza.
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Hjelmslev, L. (1969). Il linguaggio, Torino: Giulio Einaudi Editore.
Hymes, D. (2013). Foundations in Sociolinguistics: An ethnographic approach, Londra: Routledge.
Jakobson, R. (1993). Saggi di linguistica generale, Milano: Feltrinelli.
James, W. (2009). Saggi sull’empirismo radicale, Milano – Udine: Mimesis Edizioni.
Jameson, F. (1982), La prigione del linguaggio. Interpretazione critica dello strutturalismo e del formalismo russo, Bologna: Nuova casa editrice L. Cappelli.
Thomad, D. (2016). Poesie, Torino: Giulio Einaudi Editore.
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