11/06/2026

Racconto di Eduardo Palumbo

Regola numero Uno: chi vive ai piani alti non sia cafone con chi vive ai piani bassi. È così. Gli appartamenti in cima sono sempre più luminosi di quelli al pian terreno. Che poi, pian terreno significa terreno veramente, dato il caso.

Dunque, se i Fringuelli vedono che c’è il sole, devono svegliare tutti gli altri. Se non lo fanno loro, non lo fa nessuno, e poi nessuno va al lavoro. Però devono cantare canzoni melodiose, belle davvero, che da meravigliose note disneyane a fischiacci stonati e spaccatimpano è un attimo.

Secondo, gli Animali che vivono negli appartamenti ai piani bassi hanno il dovere, e ripeto il Dovere, di impedire alle Termiti di risalire l’Albero.

Non è una questione di discriminazione o differenza, è che le Termiti vivono mangiandosi gli alberi, cavolo! Se mangiano fino a che il Condominio casca giù, l’Amministrazione non si riserva nessuna responsabilità in merito. Non ci sono altri semi in costruzione. Il Condominio uno è, e uno rimane. Finito quello, fine!

Punto Terzo: non rompere le palle al Capo dell’Albero. L’Amministrazione comprende che la convivenza tra individui della stessa specie è già una questione spinosa di per sé, figuriamoci la convivenza inter-specie.

Tuttavia, il Capo dell’Albero non può essere disturbato perché Scoiattolo ha litigato con Passero per la gestione delle foglie secche al piano terzo, o perché Lumaca lascia le colate di bava per tutto il corridoio, al quinto piano.

Queste scaramucce vanno risolte in autonomia, il Capo dell’Albero declina qualsiasi responsabilità in merito e la rimette ai condomini.

Cogestione, Armonia, Civiltà.

Questi devono essere i postulati del Condominio.

Non siamo Umani, non lo diventiamo. Comportiamoci da Signori.

Ps: non sbattere il portone quando si esce.

Questa è la lettera che lo Gnomo, il Capo dell’Albero, avrebbe affisso all’entrata del Condominio.

Una lettera forte, eloquente, dal significato chiaro e che trasudava di convinzione, logica, buon senso…

L’avrebbe affissa sul portone d’ingresso, gli altri Animali avrebbero capito. I meno ignoranti gli avrebbero dato retta, anche.

Funzionava così.

Gestire un condominio di diciassette piani (diciotto, se consideriamo l’ultimo rametto in alto germogliato in primavera, su cui si appoggiava l’insetto Stecco) non era cosa da poco, considerando che erano tutte specie diverse. Scoiattoli, Api, Lucertole, Bruchi…. Come mettere d’accordo animali tanto differenti?!

Per fortuna lui c’era riuscito. Lo Gnomo, il Capo dell’Albero. Faceva quel mestiere da seicentocinquantasei anni, anello più anello meno.

Quando era nato l’Albero era nato anche lui, qualcuno gli aveva detto che era lo Spirito dell’Albero stesso.

Lui non sapeva rispondere con certezza a tale affermazione…. Dopotutto, nessuno si ricorda quando è nato, chi c’era, chi c’era insieme prima e chi c’era insieme dopo!

Fatto sta, che così stavano le cose.

E nonostante le rotture di palle che gli animali dell’Albero ogni giorno gli sottoponevano, lo Gnomo se ne stava in ultima piuttosto bene.

Una notte, però, mentre fumava la pipa sul balcone, ascoltò un vociare sinistro.

“Lo dobbiamo tagliare, vedi, è stato infettato dal parassita…. Se lo lasciamo qua, infetterà tutti gli altri alberi del giardino e arriverà fino all’uliveto. E poi, addio olio! Questo parassita bastardo si trasmette anche da una specie di albero all’altra!”

Erano due Umani, ovvio. Barbari, i soliti. Il grosso ciccione con il naso nerboruto e rosso, e il piccolo armadio stupido con la testa rasata.

Cavolo, doveva fare qualcosa, la situazione si metteva brutta per tutti gli Animali dell’Albero. Nonché per L’Albero stesso. Nonché per lui.

DIN DON! DIN DON! DIN DON!!! Se ne andò lo Gnomo suonando il suo campanello, per svegliare tutti e chiamarli a raccolta.

“RIUNIONE DI EMERGENZA! RIPETO. È UNA EMERGENZA!!!!”

Tutti gli animali si radunarono sul tetto, chi prima chi dopo.

“Che succede?” Chiesero i coniugi Lucertola.

“Che vogliono tagliare l’Albero, gli Umani.” Rispose secco lo Gnomo. “Dicono che c’è un parassita, che qui tutto morirà!

“Io l’ho visto!” Esclamò Mantide, tutta concitata “Li ho visti anzi! Sono insetti tutti rossi, forestieri!”

Fu in quel momento che il Pungolo Rosso si fece avanti, mesto, mesto. Prese il microfono.

“Buonasera, pare siamo noi il problema. Gli Umani hanno ragione, noi divoriamo tutto. Se qui ci facciamo il nido, tempo un anno e sarà tutto marcio. L’Albero morirà. Noi non vogliamo fare male a nessuno, ma non possiamo neanche morire di fame!”

Lo Gnomo conosceva quella storia a memoria. Da sempre gli Animali non volevano farsi del male, tuttavia erano sottoposti al duro e imprescindibile Gioco della Sopravvivenza. In quel caso la questione era ostica.

Si trattava di una bomba atomica, una specie che ne metteva a rischio altre centocinquanta. E poi gli Umani, che avrebbero tagliato l’Albero ed eliminato il problema come loro solevano fare, ovvero distruggendo tutto.

Lo Gnomo ragionò, camminando su e giù sul terrazzo, con tutti gli Animali riuniti intorno.

Poi prese la sua decisione.

“Aspettate tutti, scendo, ritorno tra poco.”

Scese tutte le scale fino ad arrivare al suo appartamento, il Cuore dell’Albero.

Dentro era tutto al suo posto: le tazze, la teiera, il camino scoppiettante, le foto più belle di lui e gli altri Animali incorniciate, appese alla parete.

Lo Gnomo aprì il baule.

Eccolo, il bricco del Carnevale. Color rosso magenta.

Lo Gnomo sfilò il grosso tappo di sughero e annusò l’Elisir. Dolce, vivo, passionale.

Ad ogni anno che passava, l’Albero produceva, tra le sue venature e nodi, l’Elisir del Carnevale.

Tre gocce. Tre gocce in più, ogni anno. Lo Gnomo le raccoglieva con l’alambicco che gli avevano dato gli Spiriti e le conservava accuratamente nel bricco.

In seicentocinquantasei anni di onorata carriera, l’Albero aveva prodotto circa un litro di Elisir del Carnevale.

Era arrivato il momento di usarlo.

Lo Gnomo strinse il bricco a sé, con cura, prese una ciotola di legno e risalì le scale. Tornò in terrazza, con tutti gli altri Animali.

“Allora…” disse loro prendendo il microfono, era un vero e proprio showman.

“Questo è l’Elisir del Carnevale, lo verserò nella ciotola e tutti ne berrete.

Una goccia per i minori del centimetro di lunghezza, tre gocce per quelli da cinque centimetri e via dicendo con le proporzioni. Se siamo onesti, l’Elisir basterà per tutti.”

Gli altri Animali guardavano, attoniti. Non stavano capendo un granché.

“Mettetevi tutti in fila, a partire dai più piccoli, e bevetene tutti. Si, anche voi, Pungoli Rossi, siete i benvenuti!”

Gli Animali seguirono le direttive dello Gnomo, e uno a uno si abbeverarono dalla ciotola.

All’inizio, nessuno sentì niente, se ne stavano tutti seduti lungo i lati del terrazzo imbarazzati o sospettosi.

Poi, Grilletto fu il primo a fischiare come non aveva mai fatto in vita sua, di cuore.

Lo seguì Rondine, che in un altro momento a Grilletto se lo sarebbe mangiato. Invece ora ci cantava insieme, ebbra e felice.

Piano piano, l’Elisir del Carnevale fece effetto, e tutti gli Animali si misero a far festa.

Ballavano i Bruchi coi Fringuelli, le Lucertole con le Formiche!

Normalmente, si sarebbero mangiati a vicenda, o non si sarebbero comunque mai parlati.

Invece, in quella giostra pazza, tutti erano amici di tutti. Anche i Pungoli Rossi erano stati invitati a cantare e ballare, e il più grosso di loro se ne stava in piedi sul tavolo a dare spettacolo, a raccontare barzellette.

Wow, che bello! Pensò lo Gnomo.

Questo era il prodigio dell’Elisir del Carnevale, prodotto dall’Albero durante tutta la sua Vita.

L’unica bevanda che, per un anno intero, avrebbe fermato, interrotto il duro e ineluttabile dogma della Sopravvivenza.

Tutti gli animali sarebbero stati elusi dal dogma, per un anno.

Liberi di Gozzovigliare.

Per un anno della loro vita, e per una volta nella vita dell’Albero.

Allora, mancava solo una cosa da fare.

Dopo la prima ora di risate e bagordi, lo Gnomo prese in mano il microfono.

“Animali dell’Albero, Amici miei!!!” Tutti gli animali applaudirono al Capo dell’Albero.

“Dobbiamo andare via dagli Umani, e continuare la nostra festa di un anno in un posto privo di pericoli e anche solo rotture di coglioni dall’esterno!”

Le Talpe, allora, rimossero la terra minuziosamente via dalle radici dell’Albero. Tutte le Lucertole, e le Formiche, si gettarono nel bosco alla ricerca di una radura dove trasferire il vecchio e amato Condominio.

Tutti gli Uccelli, le Api, le Vespe, le Mosche e perfino le Zanzare, si strinsero una foglia e iniziarono a volare, sbattendo le ali più forte che potessero.

Il risultato fu che, tutti insieme, riuscirono a sollevare l’Albero da terra, e a portarlo via come se tirato su da un elicottero.

Il giorno dopo, i due Umani tornarono in giardino.

“Dove cazzo sta?!”

“Che cosa?!”

“Come cosa, l’ALBERO!!!”

L’Albero era sparito.

Gli Animali l’avevo portato in salvo nella foresta.

Avrebbero vissuto un lungo anno di sbornia e risate, che bello.

Poi, tristemente, il dogma della Sopravvivenza avrebbe prevalso di nuovo, e i parassiti si sarebbero mangiati l’Albero. Diciassette piani. diciotto, se consideriamo l’ultimo rametto in alto germogliato in primavera, su cui si appoggiava l’insetto Stecco.

Ma nel frattempo, una celebrazione gloriosa.

Era così che morivano gli Alberi pluricentenari.

Lo Gnomo, disteso sulla poltrona e fumando la pipa, se la sogghignava di fronte al camino scoppiettante, nel suo appartamento.

Ancora un anno, e sarebbe andato in pensione.