Al Tramonto
Racconto di Letizia Sebastiani

Dicono gli alberi dei boschi siano così alti perché si contendono la luce del sole, è una gara a chi arriva più vicino alla sfera della vita, la fonte del calore, il combustibile che fa girare il mondo e tutto gli gira intorno.
Dicono che sono talmente alti che convivono sono due ecosistemi diversi in cima e alle radici. Le piante, che rimangono in basso sono abituate a vivere all’ombra e all’umidità, il sole non ci arriva, eppur lo vedo. É sorto da un po’, l’ho visto nasce e salire, deve essere mattina inoltrata ormai. Quando sono arrivata era notte, non capivo dov’ero e sentivo solo il bagnato, un bagnato che ancora non so se vene da me o dal terreno. Non posso muovermi né voltarmi, devo avere qualcosa di rotto eppur son qui da ore, non sento freddo né dolore, ma avverto forte il profumo delle felci, l’odore intenso della terra umida, delle foglie estive.

E sento: gli uccelli, il calore del sole, lo zampettare di piccoli animali che mi sfrecciano intorno senza avvicinarsi mai. Non ancora.
Il sole gioca con la rugiada e vedo strane forme azzurrine, o forse è la mia anima in ascesa.
Devo guardare il sole, questo li aiuterà…
24 ore dopo

I nastri gialli della scientifica delimitano la zona per un raggio di cento metri intorno al corpo; il commissario Stasi, in compagnia del pubblico ministero e di alcuni dei suoi agenti migliori, attraversa il nastro passandoci sotto e si avvicina al cadavere con rispettosa circospezione. Indossa dei copriscarpe anche se la scientifica ha finito i rilievi da ore, non vuole correre rischi; il PM invece se ne frega e stampa tutt’intorno la suola numero 42 di una scarpa Valentino.
Stasi si inginocchia di fronte al volto della ragazza e le scosta i capelli dagli occhi. Sono castani e guardano un punto fisso all’orizzonte, dietro i lui.
<<Sappiamo chi è?>> Un agente gli si avvicina con un blocco in mano:
<<C’è una ragazza scomparsa che corrisponde alla descrizione commissario, dalla foto direi non ci sono dubbi: Caterina Mertz, ventiquattro anni, studentessa e baby sitter part time, abitava in via Lorenzo De Medici.
<<Qua dietro.>>
<<Già, l’assassino ha fatto davvero poca strada>>
<<é stata uccisa qui?>>
<<Seviziata e uccisa, il medico legale è andato via ora ma dai segni sul copro ritiene sia stata torturata e probabilmente violentata. Mancano le mutandine e come vede i jeans sono stati sfilati da una gamba>>

<<Causa della morte?>>
<<Lei non può vederlo da lì, ma se le passa dietro non avrà più motivo di chiedermelo>> Stasi lo guardò per la prima volta, aggrottando le sopracciglia; lo raggiunse e si portò dietro la nuca della ragazza: un goro grande quanto un pugno aveva sfondato il cranio della malcapitata e tra i capelli ramati e i residui di liquido cerebrale si potevano vedere pezzi di cranio galleggiare nel sangue rappreso.
<<Porca put…>>
<<é quello che ho detto anche io>>
<<Cos’è che provoca un buco del genere?>>
<<Per esempio una mazza da croquet, commissario>> Stasi lo guardò di nuovo, stavolta dubbioso,
<<Ma c’è qualcuno che gioca a croquet davvero?>>
<<Verificheremo signore.>>
<<Infatti, come ti chiami tu?>>
<<Agente scelto Mancini signore, secondo distretto>>
<<Bravo Mancini, tu ti occuperati della mazza>> Mancini partì con la nuova missione nel cuore e Stasi si riavvicinò al cadavere, gli venne in mente una cosa e richiamò l’agente:
<<Scusa, Mancini?>>
Il ragazzo si voltò di scatto a metà di un passo, rischiando di cadere.

<<Sì, signore?>>
<<Ora approssimativa del decesso lo sappiamo?>> L’agente consultò il suo taccuino e annuì.
<<Il dottor Scalise ha detto circa 24 ore fa.>>
<<Quindi ieri alle 10.00 del mattino>> Tornò ad osservare, rapito, gli occhi della ragazza, e ne
seguì la traiettoria, puntava dritta al sole. <<Era il sole che guardavi…>>



