Olio su cartone
Racconto di Simona Quilici
Annuso il profumo della tempera, intingo le dita e coloro, lo faccio da quando avevo sei anni. Tutti da allora mi chiamano artista.
Sono nato con gli occhi coperti da un velo, vivo immerso nel caldo profumo della liquirizia, è così che percepisco quello che per tutti è il colore nero. Un odore corposo, dolce e amarognolo, un profumo pieno. Ho sentito dire che il nero non è un colore, che dire io c’avrei scommesso; si capisce bene dall’aroma concentrato che emana, un’essenza piena che accoglie tutto e abbraccia me quotidianamente.

Io adoro la liquirizia.
Sono cieco, eppure vedo bene ogni cosa.
È stata mia madre a farmi conoscere i colori; quando ebbi l’età per comprendere lei mi disse :
-Allah ha voluto che tu immaginassi il mondo, io ti aiuterò a colorarlo –
Ogni sera, con le mie spalle raccolte dentro alle sue e le braccia intrecciate le une sopra le altre, io e lei giocavamo a fare gli artisti. .All’inizio in verità era lei a disegnare, faceva scorrere la penna su un cartoncino leggero, dove il tratto restava ben impresso.
Piccoli solchi paralleli che viaggiavano in alto e si allargavano in tanti altri tratti contorti.

Ascoltavo il graffiare della penna sulla carta, così come si ascolta un concerto.
Adoravo fare quel gioco.
Quando mamma aveva finito di disegnare, con grande pazienza mi aiutava a distinguere il tratto. Il mio indice, stretto nella sua mano, seguiva il contorno deciso :
-Hai visto Eseref, questo è il tronco di un albero, proprio come quello che abbiamo abbracciato nel parco-
Mi aveva chiesto di aprire la mano
-La parte che profuma di più nell’albero si chiama corteccia –
Ricordo che d’istinto avevo stretto il pugno, a quel punto il bastoncino che avevo ricevuto sì era rotto. La vera meraviglia mi avvolse aprendo la mano, un odore intenso in un attimo era arrivato ad accarezzare le narici.

-Questo è il profumo della cannella, una delle tante tonalità del marrone –
Iniziò così il mio studio dei colori. Gli alberi furono i miei primi soggetti, ne ho disegnati a centinaia, finché la penna non seppe come solcare i contorni con precisione e le dita non ebbero preso la forma di dieci pennelli.

A dire il vero, quel giorno, mai e poi mai avrei immaginato che il solo colore marrone avesse tante sfumature.
Nei primi mesi di disegno, dopo aver imparato ad applicare la polvere di cannella che la mamma impastava per me, fino a creare una poltiglia cremosa e ben spalmabile, ci divertimmo a trovare di quel colore molte altre tonalità: il marrone caffè, il marrone ricavato dalle radici di tarassaco, il marrone pastoso del mallo di noce che tende al rosso del tramonto,(così diceva la mamma), poi la fragranza più deliziosa di tutte, il marrone cacao, quello spesso arrivava alla mia bocca, prima ancora di tracciare segni scuri sul foglio bianco.
Da bambino tutti i colori sulla mia tavolozza avevano odore e sapore, vasetti con cento e più preparazioni diverse.
Chi può vedere, non credo immagini quanto il naso possa essere un acuto osservatore e sia capace, io credo, di sostituire gli occhi con estrema precisione.
Il mio olfatto è sempre stato ipersensibile, anche se con gli anni ha perso un po’ della sua magia, da piccolo sapevo riconoscere nell’aria tutte le essenze anche le più delicate, ecco io le distinguevo perfettamente, sapevo cercarle tra le tante a me disponibili. Giocavo con le note agrumate di ogni arancione sfumato,

il viola agre del cavolo rosso,
il fucsia intenso della rapa.
Per ogni boccetta un gusto diverso, una diversa consistenza, un nuovo odore.
Il tempo passa, è un dato di fatto, anche noi ciechi ne abbiamo coscienza, se non visiva, tattile, ecco come mi accorsi che quel ladro mi aveva portato via i colori; un lieve stato di polvere odorosa scivolava via dai cartoncini disegnati.
Piansi.
-Eseref, non fare così, su non piangere, non sono spariti. I tuoi colori sono in viaggio verso il sole , tornano lassù da dove un giorno erano scesi.-
-Ma allora mamma che senso ha-
Quella stessa sera la mamma mi consegnó una grande scatola di legno:
-Questo é colore magico, presto imparerai ad usarlo, dovrai stenderli strato su strato, dovrai essere molto paziente. Questo figlio mio è colore che resta per sempre. –
Ogni tubetto venne abbinato al suo odore e io imparai l’arte della pazienza.
Stendere la tempera ad olio, richiede un tempo infinito.

Il tempo che uso per immaginare.
Senza fretta da settant’anni affino i miei sensi per dare vita al mio mondo a colori.
Oggi ho disegnato i miei amati alberi, ho inciso le tracce e steso il primo strato di colore.
C’è tempo prima che asciughi, così ho lasciato il cartone appeso al cavalletto.
Ho deciso di andare al parco ad aspettare che il sole tramonti.
Chissà che sfumature incredibili avrò occasione di vedere.



