Oltre la notte
di Angela Di Salvo
Nell’angusta e umida stanza, dove Elena vive da quasi quindici anni, il tempo non passa mai.
Ogni giorno la stessa routine, le solite facce, i medesimi stupidi discorsi.
Le notti poi sono interminabili.
Tanto silenzio intorno. Le mura sembrano avvicinarsi ancora di più come a volerla soffocare nelle spire dell’oscurità. Quante volte, con gli occhi piantati sul soffitto, rannicchiata nel letto, ha inseguito le ombre dei fantasmi del passato, aspettando con ansia l’arrivo del nuovo giorno.
Le ha contate tutte quelle notti, una ad una.
Ma ora finalmente l’attesa è finita.
Questa è l’ultima notte che passerà in tale squallido posto.
Domani se ne andrà via. E sarà per sempre.
Osserva Gabriella che dorme nel letto accanto e la vede sorridere nel sonno. Forse sta sognando il suo bambino che corre e l’abbraccia. Quel bimbo di cui parla sempre e che è morto lasciandola in balia di rimorsi e rimpianti.
Chissà perché la notte le fa paura. Forse perché la notte è quella che assomiglia di più al mistero della follia, alla morte, al dissolversi della coscienza nel sonno.
Eppure Elena sente di amare immensamente la vita. La vita è amore, è gioia, è passione. La vita è un dono che gli uomini sono bravi a sprecare e a sporcare.
Purtroppo anche lei lo ha fatto.
E non è passato un solo giorno senza che abbia maledetto se stessa, la sua impulsività, la sua natura malvagia.
«Mamma, si è fatto vivo Giacomo? »
«No»
«Non so cosa gli sia successo. Lo chiamo da tre giorni, ma ha il cellulare staccato».
Sua madre aveva alzato le spalle ed era uscita silenziosa dalla stanza.
Era una ragazza molto ingenua e fiduciosa prima.
Prima della cosa terribile che aveva fatto.
«Mamma, che hai?» le aveva chiesto qualche tempo addietro, quando si era accorta che la mattina non si era alzata e se ne stava chiusa in camera.
«Niente, tesoro. Non mi sento bene oggi» era stata la sua laconica riposta.
Si era avvicinata e l’aveva vista tentare di nascondere le lacrime.
Perché piangi, che è successo?»
«Non ti preoccupare, è solo un po’ di malinconica, ma ora mi passa».
«Parlamene. Se ti sfoghi, poi ti senti meglio» .
Lei aveva fatto un profondo respiro, infine era arrivata la sua risposta come un sussurro.
«Il fatto è che, mi sento un po’ depressa. La mia vita non ha più alcun senso».
«Ma cosa dici! Mamma, lo so che non ti sei ancora rassegnata a restare da sola dopo che papà se n’è andato via di casa. Ma sei ancora giovane e bella, troverai qualcuno che riempirà la tua vita, vedrai. E poi ci sono io con te. Non ti basta?»
Lei si era girata dall’altra parte e non aveva aggiunto altro, ma non riusciva a soffocare i singhiozzi.
Con il passare dei giorni pian piano l’aveva vista rifiorire, sembrava più serena e gioiosa. Ma anche più sfuggente.
Alla fine, aveva scoperto la verità. Che scema. Solo una stupida come lei aveva potuto non vedere e non capire quello che stava succedendo.
Ricorda la rabbia furiosa che l’aveva assalita quando li aveva sorpresi a casa in atteggiamenti inequivocabili a seguito del suo inaspettato ritorno da una lezione annullata all’Università.
Ma non vuole ripensarci ancora. Quella scena la insegue da troppo tempo e riappare e scompare come un folletto capriccioso e crudele. La memoria dei sentimenti provati è ancora vivida, come se tutti quegli anni non fossero mai passati. Tuttavia, con il trascorrere del tempo e con la continua razionalizzazione degli eventi, inevitabilmente si assumono altri punti di vista.
E allora tutto acquista una luce diversa.
«Elena, scendi della macchina e parliamo!» urlava Giacomo
« Non abbiamo niente da dirci, lasciami andare!»
« Ti prego, non fare così. Ti posso spiegare. Anzi, sai che faccio? Mi metto davanti alla macchina e non mi sposto se non ti calmi e scendi!»
Poi il rumore ruggente del motore, il corpo di Giacomo che vola in aria come un pupazzo, la folle corsa per le strade senza vedere niente, senza riuscire a contenere quell’ira furibonda e quel dolore lancinante dentro il petto.
C’è un grande vuoto nella sua mente dopo quel terribile giorno. Non ha dimenticato però che la sua storia è finita su tutti i giornali, che è diventata oggetto di morbosa attenzione mediatica e di opinioni e commenti a tutto spiano in molti salotti televisivi.
Il suo processo un grande baraccone circense.
Come è brava la gente a giudicare e a condannare. A presumere di saper analizzare i comportamenti umani. Tutti bravi psicologi e perfetti moralisti.
È spuntata l’alba finalmente. La sua ultima notte in carcere si è conclusa. Ma adesso la spaventa quello che l’aspetta fuori, teme di non poter più sopportare la luminosità del giorno e di aver paura degli spazi aperti dove si può correre a perdifiato e non si ergono più mura né gabbie che pongono limiti e confini insuperabili.
Una macchina scura è ferma laggiù, in fondo alla strada.
Elena sa già chi ci sta dentro e sa che si trova lì perché aspetta lei.
È tornata di nuovo, nonostante l’abbia cacciata via innumerevoli volte e l’abbia esiliata dalla sua vita per tanti anni.
L’assale il desiderio di risentire il calore e l’odore della sua casa. Assapora intensa la voglia di rientrare nella sua stanza. Là dentro è rimasta la Elena di un tempo, la stupida, l’ingenua, la sognatrice Elena. Nel carcere si è portata la cieca, la rabbiosa e la pazza Elena, quella che ha tolto la vita all’uomo che amava e che ha gettato se stessa in un baratro oscuro, ma non è precipitata nel silenzio dell’anima, così come avrebbe meritato.
Magari non le resta altro che tentare di perdonare. Forse solo così riuscirà a perdonare se stessa. Non trova altre alternative nell’immaginare come saranno i suoi giorni futuri. Dovrà pur ritrovare serenità e restituire un senso alla sua esistenza sospesa.
Mentre cammina svelta per raggiungere quella macchina solitaria laggiù, si stupisce di quanto abbagliante sia la luce del sole e di quanto sia bello respirare profondamente all’aria aperta.
Si sorprende al pensiero che la porta a decidere di pianificare le giornate che verranno, il lavoro che farà, confidando negli amici che cercherà o incontrerà sulle strade del mondo. Si sente pronta inaspettatamente alla rinascita, alla scoperta della bellezza nascosta da qualche parte e che non ha niente a che vedere con le cose materiali. La bellezza non vive solo nell’arte dei monumenti, nei paesaggi, negli oggetti o nell’aspetto esteriore delle persone.
Forse la vera bellezza consiste nella volontà di trovare la propria identità e recuperare l’amore smarrito per ciò che ci circonda attraverso i gesti nobili e coraggiosi che saremo capaci di compiere. Forse.
Ma sarà un percorso lungo e travagliato. Una ricerca che di sicuro non avrà mai fine.
Avverte una sensazione di sorprendente leggerezza perché si rende conto di aver lasciato in quel penitenziario tutto il suo carico di odio e di cattivi pensieri.
Si volta indietro per l’ultima volta a guardare il severo edificio.
Un pensiero vola verso Gabriella da sola nella cella a sopportare il peso del suo inspiegabile infanticidio.
Non smetterà mai di chiedersi che cosa generi quell’assurda follia nella mente delle persone normali. Si chiede come anche lei abbia potuto perdere la lucidità e piombare senza scampo nella perdita del suo autocontrollo.
Ma adesso è necessario sperare nella rinascita, per saper guarire, cambiare e continuare a vivere.
«Andiamo a casa » riesce a balbettare davanti allo sportello della macchina che si è aperto davanti a lei, mentre la madre cerca trepidante di incontrare i suoi occhi.
L’auto si rimette in moto e scivola lentamente sulla strada bagnata. Poi prende velocità e si avvia alla ricerca di quella nuova bellezza in grado di donare un valore aggiunto e una nuova visione del mondo. Qualcosa che vada oltre il buio della notte, oltre la rabbia, oltre le miserie dell’animo umano.