11/06/2026

di Angela Di Salvo

Un boato assordante.

Continuo a chiamarli per un numero infinito di volte. Non mi risponde nessuno, non un respiro, un affanno, un lamento.

Nulla. Non riesco a muovermi. Tendo le mie mani indolenzite e tremanti da una parte e dall’altra cercando i loro visi, i loro corpi, qualcosa che mi dia un segno certo della loro presenza. Forse sono storditi o sono stati sballottati lontano. Non so cosa fare. Se gridare in preda all’esasperazione o tentare di districarmi da questa trappola infernale. Non so quanto tempo sia passato. Sono bloccato purtroppo e non riesco a muovermi. Ma devo resistere, qualcuno dovrà pur venire a tirarci fuori di qui. Arriveranno certamente i soccorsi, anche se dovrò aspettare parecchio. Forse c’è ancora speranza. Deve esserci speranza.

Prego. Invoco un Dio in cui non ho mai creduto. Però adesso ho bisogno di credere che ci sia questo Dio da qualche parte se non voglio impazzire dalla disperazione. Non prego per me, ma per Giacomo, il mio amato bambino di cinque anni, anche per Maria, la donna che amo e che considero una madre e una moglie meravigliosa. Loro sono la mia ragione di vita. Ho costruito questa bella casa per loro, per viverci insieme felici. E mi illudevo che sarebbe stato un luogo solidi e sicuro dove nessuno avrebbe mai potuto farci del male.

Mi sbagliavo. Purtroppo, l’inferno si annida nelle viscere della terra ed è proprio da lì che è emerso, inatteso, ruggente e furibondo come una belva assetata di sangue e di vittime innocenti. Dove sono finiti Maria e Giacomo? Non sento niente, soltanto l’angoscia che mi dilania. Cerco di liberarmi freneticamente e di togliermi di dosso i calcinacci per poter respirare, scivolo a terra e arranco per trovare un varco o un appoggio.

Poi tocco una manina fredda. La stringo forte con la bocca spalancata da cui non riesco a gettare fuori quell’urlo soffocato che mi attraversa l’animo come una lama affilata e crudele. Non grido, non piango, continuo a stringere quella manina che diventa sempre più gelida. Il tempo divora ancora un tempo indefinito. Lo scandisce soltanto il martellio del mio cuore impazzito di dolore. Vorrei fuggire, ma mi tormenta il pensiero che l’inferno ci ha catturato per sempre. All’improvviso, fra uno strano sopore e i lampi di veglia, sento delle voci che chiamano.

«C’è qualcuno lì sotto?»Ascolto i cani abbaiare, le sirene suonare in un canto lugubre che sa di morte. “Andate tutti all’inferno”, penso, serrando la bocca asciutta e secca come il mio cuore

Io ci sono già. E non voglio andarmene. Non più.