18/04/2026
La fata coi ferri ai fianchi
Raccolte Racconti Brevi

La fata coi ferri ai fianchi

Apr 16, 2024

Trenta minuti all’alba. 

Cammino tranquilla lungo strade deserte che profumano di silenzio. Mi fermo sulla piazzola della chiesa, l’oscurità della notte è spezzata all’orizzonte dai fari dei camion che attraversano il ponte dell’autostrada e dal loro incedere ritmico su di esso.  

Più tardi, dopo i soliti quattro km con i miei cani, sto risalendo il paese e incontro una vecchina per strada che sta spazzando davanti casa. 

“Buongiorno Americana! Caffè?” 

Io la guardo sorpresa e farfuglio un “ Buongiorno”, conosco il viso di tutti e saluto tutti, ma in quanto al nome e cosa fanno, soprattutto chi sono davvero, la maggior parte mi è estranea. 

Sono stata fuori per lavoro e sono quel tipo di persona che si fa un sacco i fatti propri. 

Abbasso la mascherina con due dita, sorpresa, “Non ha paura dei cani?” Le chiedo, lei è piccola, esile e gracile; io porto un mix cane Corso – Pastore Abruzzese, una femmina di nome Storm e un mix Alabai – Pastore Abruzzese, un maschio imponente, Neyuki. 

“Tanto li tieni tu e sei forte. Ti vedo tutte le mattine perché dormo poco. Sei testarda ad alzarti così presto tutti i giorni per dei cani, dovrebbero solo fare la guardia per te” dice dando due ultime spazzate vigorose al marciapiede. 

Rimango un momento interdetta, non c’è  acredine nel suo commento, al contrario. Sorrido, “Se ami, la prima cosa è prendertene la responsabilità, non volere qualcosa in cambio. Inoltre a me non dispiace attraversare la notte con loro”. Modulo un fischio breve e leggero per chiedere ai miei piccoli di attraversare la strada e tiro su la mascherina. Poco dopo mi accosto a lei, ed è vero: non ha paura. “Comunque mi chiamo Antonella” mi presento con garbo. 

Lei fa cenno di sì, con modi spicci e familiari, poi, “Entra, americana”. 

A me viene da ridere, “Ma perché mi chiama così?” 

“Perché porti cani grossi, a coppie, come gli americani.” 

E lì capisco che doveva aver vissuto la guerra come mia nonna buonanima, che ancora oggi amo perdutamente. Era ed è la mia roccia assoluta. Un attaccamento che non  

saprei spiegarvi. Sono entrata in casa sua con attenzione: era piccola come lei. Profuma di talco e ragù favolosi come quella di nonna.  

La vedo trafficare con la moka, i miei cani attaccati a gamba e non mi siedo. Aspetto il suo invito. 

“Ninnì, siediti” mi rimprovera. 

Sorrido e annuisco, valuto in che punto la coda di Neyuki può non creare un effetto domino. La cucina infatti è pressata di vita, e il mio Alabai ha una coda grande, a falce che porta sempre alta come un trofeo; inoltre Neyuki non ha davvero contezza della sua mole. Lascio vagare lo sguardo intorno come affatata: su ogni superficie ci sono foto e bomboniere di vari eventi con l’etichetta ancora lì, cristalli, bamboline di porcellana in fila e … libri. 

Scelgo una sedia all’angolo e chiamo Storm ad accoccolarsi tra le mie gambe per fare spazio al mio gigante bianco. Lei si siede composta e aspetta il biscotto, da buon cane Corso ha fame perennemente, Neyuki resta in piedi accanto a me, spalanca gli occhi e si riempie il naso di tutta la casa della signora. Osserva teso e perplesso ogni cosa, in silenzio, anche se con la cresta dritta. Non gli piacciono gli estranei, ma sono riuscita a mediare il suo carattere. 

“Hai fatto un buon lavoro con loro, Americana” dice mettendo sul tavolo i biscotti 

 A quel punto Neyuki, che è anche lui un venduto per il cibo, scodinzola e siede aspettando trepidante, fissando me e lei come a cercare di capire chi gli darà anche il piatto da sgranocchiare. 

Sorrido, “Mi chiamo Antonella”. 

“Tanto me lo dimentico. Ormai sono mesi che ti chiamo Americana.” 

“Mesi?” Esalo. 

“Mi piace come tratti i cani, né come oggetti, ma nemmeno come figli. Tu non rovini la natura di chi ti è affidato. Glielo dico sempre al mio ragazzo.” 

Il mio cervello ha una sorta di corto circuito.  Da quanto tempo questa donna mi guarda passare ogni giorno e desidera chiamarmi come stamattina?  

Passiamo mezz’ora a parlare della guerra, degli americani, della sua famiglia e della fame. Del poco cibo che nascondevano sottoterra, dopo aver scavato di nascosto una vera e propria cantina di notte, grandi e piccini. Mi racconta dei figli con la loro vita. 

Poi noto “Guerra e Pace” di Tolstoj sullo scaffale, le chiedo se lo ha letto. Incredibilmente sì, e parliamo di letteratura, di arte. Anche a lei piace Monet. Ma il suo idolo è Michelangelo Buonarroti. Il realismo sempre, dice. 

Perché non mi sorprende? Colgo il suo pragmatismo in tutto. E anche il suo spirito di osservazione. 

 I piatti di biscotti diventano tre, i caffè pure. Storm è innamorata di lei, Neyuki è calmo e immobile, suppongo stia aspettando di mangiare anche il piatto con la compostezza tipica del pastore abruzzese. 

Parla ancora, questa piccola fata. Incredibilmente ci troviamo ad argomentare della figura della donna, di quanto una casa sia vuota senza, di quanto una moglie e una madre possano sentirsi vuote senza qualcuno da amare, anche se lo merita poco. “Non si tratta di essere inferiori agli uomini. È che noi donne siamo amore. Siamo infelici se non abbiamo qualcosa di cui avere cura” mi spiega.  

Io penso ai miei figli a casa che dormono, al mio lavoro, “Penso che abbia ragione. Senza amore mi verrebbe tutto male”. 

“Ninnì, ricorda che le donne sono deboli per finta, in realtà sono forti e possono sostenere qualunque debolezza altrui. Ma solo se sono donne vere, non delle poco di buono viziate.” 

Rido, ridiamo. 

Mi piace. 

Quando esco da casa sua, la luce del giorno rivela un cielo terso. 

Non mi ha chiesto nulla di me. Perché sospetto che sappia chi sono, e non perché ha preso informazioni in paese? Esito, valuto che quella donna mi ha trattata come se fossi di casa, come se mi avesse riconosciuto come un suo simile. 

Non mi ha detto nemmeno come si chiama. 

Un ragazzo scende col giornale e glielo porge mentre attraverso la strada. 

Legge ancora! Penso sorpresa, ammirata. 

“Ninnì, ci vediamo domani?” 

Io sorrido e non rispondo, la saluto. 

Certo che ci vediamo, penso.  

E lei ha capito la risposta dai miei occhi, lo comprendo dall’espressione soddisfatta che ha in viso. 

È una fata con i ferri ai fianchi, non come armi che uccidono, ma come strumenti che ti fanno tornare a respirare: intelligenza e cultura, quelle vere. Una cultura che media tra educazione, tradizione e buonsenso, soprattutto, un sapere al servizio degli affetti, espresso con occhi che si posano, sì,  sul presente, ma arricchiti dalla consapevolezza dei chiaroscuri della storia. 

Articolo a cura di Antonella Di Moia