Il gioiello più prezioso
Racconto di Mariceta Gandolfo
In una mattina caldissima di luglio suona il campanello d’ingresso dell’appartamentino dove la vecchia signora vive sola, ormai da parecchi anni.
“Arrivo…arrivo– grida la vecchia, arrancando con il girello, che le serve per muoversi in casa. E contemporaneamente: “Chi è? Chi ha bussato?”… perché non è prudente aprire la porta di questi tempi
“Sono io, mamma, cominciavo a preoccuparmi, saranno almeno dieci minuti che sto bussando e tu non rispondevi…stavo per chiamare il portiere, affinché venisse ad aprire con le sue chiavi”.
La voce di sua figlia Chiara è un po’ spazientita perché la mamma è diventata dura d’orecchio negli ultimi anni.
“Scusami, scusami, con la televisione accesa non sentivo il campanello. Ora ti apro subito… lasciami il tempo di arrivare nell’ingresso”

Chiara entra, bella ed elegante come sempre, bacia affettuosamente la madre e le fa subito un complimento:
“Come sei elegante, mamma! È la maglietta che ti ho comprata la settimana scorsa, questa?”
“Ma che dici, figlia mia? Io elegante? Non è più tempo di eleganza per me…Tu piuttosto…che bel completo indossi…e i capelli…sei stata dal parrucchiere?”
“Ma che parrucchiere! Con questo caldo faccio docce continue e i capelli li lego con un elastico. Anche il completo non è niente di speciale: un top e, dei pantaloni di lino, per stare più fresca”
Madre e figlia si guardano affettuosamente, poi si avviano sottobraccio verso l’ascensore, la figlia con andatura sicura, brandendo in mano le chiavi della macchina, la madre, appoggiata da un lato al bastone, dall’altro al braccio della figlia, guardandola con ammirazione, mista ad un certo timore. Da quando il tempo ha mutato i rapporti di forza fra loro e non è più la madre a dovere prendersi cura della ragazzina, ma viceversa è la figlia cinquantenne ad accudire la madre, accompagnandola dai medici, a sbrigare le faccende quotidiane, a fare le poche indispensabili spese di vestiario, la vecchia signora si sente sempre in colpa e prova il bisogno di scusarsi continuamente perché sottrae tempo prezioso a sua figlia, che è oberata dagli impegni lavorativi e familiari, essendo professore universitario di prima fascia e anche moglie e madre di due ragazzi adolescenti.
Ma questa volta è proprio necessario che sua figlia l’accompagni in banca, dove tengono una cassetta di sicurezza in comune, che si apre solo con le due chiavi presentate contemporaneamente, anche se una la tiene la madre e l’altra la figlia. Nella cassetta sono contenuti i gioielli della famiglia e la vecchia signora vuole rivederli prima di fare testamento e lasciare un ricordo di sé alle persone più care della sua vita.

Debolezza senile, questa sì imperdonabile, che farà perdere una mattinata preziosa alla figlia, che non approva neanche questa mania della madre di fare testamento e di parlare sempre della morte, come se dovesse avvenire l’indomani, mentre con le opportune cure e precauzioni, ci sono buone probabilità che il luttuoso evento possa essere rimandato di un’altra decina d’anni.
Arrivate in banca, vengono accompagnate nel caveau sotterraneo, dove sono custodite le cassette di sicurezza dei clienti e, usando entrambe le chiavi, un impiegato apre finalmente la loro.
La madre si avvicina esitante, apre gli astucci dei gioielli, li prende in mano, già con gli occhi umidi, indizio di lacrime imminenti: c’è tutta la sua vita in quegli oggetti freddi e inanimati, che nelle sue mani sembrano riacquistare calore, riscaldati dal fuoco dei ricordi
“Guarda, Chiara, questo è l’anello che tuo padre mi regalò per il matrimonio, solo che eravamo già sposati, era un giorno qualsiasi, non il giorno del matrimonio, né quello del fidanzamento ufficiale: vivevamo già a casa nostra ed io stavo preparando le cotolette per il pranzo e avevo le mani sporche di farina e uovo quando lui rientrò dal lavoro“.
“Vatti a lavare le mani” mi disse e poi mi infilò al dito l’anello di zaffiro e brillanti, che mia madre aveva ansiosamente aspettato che mi regalasse per il fidanzamento ufficiale, criticandolo con tutti i conoscenti e accusandolo di taccagneria, per il misero anellino d’argento con cui si era presentato allora.

“Non mi piace fare regali per le cerimonie ufficiali…e poi questo l’ho comprato con i miei soldi…non con quelli della mia famiglia”– si era giustificato il giovane marito, un tantino commosso.
Ecco le lacrime della mamma, pensa la figlia, e si affretta ad attirare l’attenzione della madre verso un paio di orecchini a cerchio d’oro massiccio.
“Questi scriverò nel testamento che devi darli a tua zia Viviana, appartenevano alla tua nonna paterna ed è giusto che ritornino nella famiglia di mio padre”- dice la madre con la voce più ferma.
“Ma non le piaceranno! Sai che la zia ama i gioielli etnici e tribali e si veste sempre con tuniche stravaganti, che sembrano uscite da un catalogo di moda africano!”
“Non m’importa niente, questi orecchini devono tornare nella famiglia di mio padre: tu erediterai tutti i miei gioielli, ma dovrai attenerti alle disposizioni, che troverai nel mio testamento e lasciare un ricordo di me ad alcune persone, che sono state particolarmente importanti nella mia vita“.
La madre ha assunto un tono di voce insolitamente autoritario e la figlia preferisce lasciar correre, anche perché l’attenzione di sua madre sembra essersi rivolta verso un altro astuccio.
“Questa spilla me la regalò la mia amica del cuore, Gina, per ringraziarmi di averla aiutata a prepararsi agli esami di riparazione in storia e filosofia: lei fu rimandata a settembre (sai? Allora agli esami di maturità si poteva anche essere rimandati, mentre io fui promossa con la media dell’otto, ma passai tutta l’estate ad aiutarla a studiare, rinunziando al mare e ad altri divertimenti e così, dopo che fu promossa, mi regalò questa bella spilla…ma tu puoi evitare di rintracciarla…chissà dov’è ora Gina…ci perdemmo di vista dopo il mio matrimonio…forse è morta…e io non ne ho saputo niente…“

La voce della mamma ricomincia pericolosamente a tremare, mentre gli occhi le si inumidiscono per la commozione e così Chiara, la figlia, la distrae indicando due piccole fedi d’argento.
“Guarda mamma, le vostre fedi nuziali, come mai sono conservate qui? Anche quella di papà…anche dopo che si è risposato…come sono piccole e semplici…sembrano due fedine da ragazzi…di quelle che i ragazzini si scambiavano come primo pegno d’amore…mentre ora le fedi le regala il testimone dello sposo e sono d’oro massiccio, con incisa la data e la dedica…”
“Sì, ci volemmo sposare scambiandoci le due semplici fedi d’argento che portavamo da ragazzi…anche questa cosa fu molto criticata da mia madre…la fede di tuo padre me la portò lui, prima di risposarsi con la seconda moglie…la mia fede dovetti toglierla quando cominciarono a deformarsi le mie dita per l’artrosi…tu, conservale come ricordo dei tuoi genitori e dell’amore che una volta li unì.”
Per tutto il tempo di queste operazioni la vecchia signora ha spostato ansiosamente lo sguardo, come se cercasse qualcosa fra gli oggetti contenuti nella cassetta, qualcosa di molto importante per lei, ma che non riesce a trovare fra gli astucci che contengono gli altri gioielli.
Finalmente il suo volto si illumina, perché ha trovato una piccola spilla, che non è contenuta in un astuccio di gioielleria, ma giace sul fondo della cassetta, evidentemente perché non giudicata di grande valore.
“Ah, meno male che non è andata perduta! Vedi ,Chiara, questa spilletta da pochi soldi è per me il gioiello più prezioso, perché mi ricorda una storia bellissima…vuoi sentirla?…Abbi la pazienza di ascoltarla e poi vedrai che anche tu la conserverai gelosamente e la lascerai a tua figlia, raccomandandole di non perderla mai…“
Dunque, la storia risale a più di cinquanta anni fa, quando io ero incinta di te e lavoravo come supplente presso diverse scuole di Palermo e della provincia, lavori saltuari, che duravano poche settimane, ma mi servivano ad accumulare punteggio, in attesa di una cattedra definitiva in storia e filosofia. Avevo fatto domanda di supplenza per insegnare materie letterarie nelle scuole medie e quindi insegnavo a ragazzine fra i dodici e i tredici anni, con cui riuscivo ad instaurare un rapporto bellissimo: raccontavo loro le trame dei romanzi che più amavo, come “I miserabili” o “I tre moschettieri” e loro mi seguivano con passione; raccoglievo le prime confidenze d’amore, dispensavo consigli su come comportarsi con i maschi e loro si fidavano di me, senza timore che sarei andata a rivelare i loro segreti alle madri; mi facevano leggere le loro poesie e persino i loro diari segreti, perché non mi consideravano un’ adulta come le altre, ma una specie di ragazza loro coetanea (forse perché ero giovanissima).
Mi coccolavano anche perché io soffrivo sempre di nausee e così a volte interrompevamo la lezione e mi facevano riposare, portandomi bibite e dolcetti, presi dalle loro merende.
La scuola media dove ero andata a fare supplenza aveva una sede centrale e una succursale, ubicata in una traversa situata a poca distanza e ospitata in un istituto religioso retto dalle suore, che ospitava anche alunne interne, in regime di convitto. Si trattava di ragazzine appartenenti a famiglie povere, per lo più figlie di genitori che erano emigrati all’estero per lavoro e avevano lasciato le figlie in collegio dalle suore, affinché studiassero e ricevessero un’educazione, che le preparasse al mondo del lavoro. Anche queste ragazzine erano mie alunne e si confidavano con me e io soffrivo moltissimo al racconto delle privazioni e delle angherie a cui erano sottoposte dalle suore: il mangiare era scarso, i vestiti erano sempre di seconda mano, riciclati dai pacchi di abiti usati, donati dalle famiglie ricche, quando svuotavano gli armadi ad ogni cambio di stagione, le ragazzine dovevano pulire per terra e se volevano lavarsi i capelli dovevano usare l’acqua fredda, per risparmiare sul riscaldamento.
Non avevano mai una lira in tasca, perché i pochi soldi, mandati dalle famiglie, venivano requisiti dalle suore, per acquistare candele per l’altare e rifarsi delle spese per il vitto e l’alloggio, anche se io credo che queste spese fossero sostenute dallo Stato.
Dopo un mese la mia supplenza terminò con grande dispiacere sia delle ragazze che mio, che mi ero sinceramente affezionata alle mie piccole alunne; sapevo che c’era un grande fermento fra le ragazzine, che stavano raccogliendo i soldi, versati dai genitori per comprarmi un regalo d’addio, che sarebbe stato un ciondolo d’oro o una borsa o un foulard costoso, perché le alunne della sede centrale appartenevano a famiglie abbienti, che potevano permettersi di sborsare del denaro per accontentare un desiderio delle loro figlie, ma non avevo prestato attenzione alle alunne della succursale, le figlie della povera gente (e questa fu la mia grande colpa).
Quando scoccò l’ultimo giorno fra lacrime e abbracci le mie alunne mi presentarono il loro regalo e io le ringraziai calorosamente, ma poi rivolsi la mia attenzione ad Annetta, una bambina del convitto, che se ne stava silenziosamente in disparte, tenendo fra le mani una spilletta …questa spilletta qua…una spilletta di latta a forma di campanellino, rivestita di una patina dorata, l’unico bene che possedesse, di cui voleva farmi dono…

Io scoppiai in lacrime, l’abbracciai forte e le dissi che era il dono più prezioso che avessi mai ricevuto e che non me ne sarei separata mai e l’avrei ricordata sempre, come esempio del vero amore… E così è stato.
In tutti questi anni ho sempre conservato questo dono e il ricordo di Annetta, una bambina povera, che ha voluto donarmi l’unica cosa che possedesse, una spilletta di latta, che per me rappresenta il gioiello più prezioso…e tu promettimi che la conserverai sempre, figlia mia, e dopo la mia morte racconterai questa storia a mia nipote Marta e la impegnerai a non separarsene mai…
Ora la vecchia signora piange a dirotto e anche la figlia ha gli occhi lucidi e un groppo in gola e anche l’impiegato della banca, nonostante tenti di dissimulare la commozione…perché una bella storia d’amore ci vuole proprio per ridare speranza nell’umanità e spingerci ad avere fiducia nella forza dei sentimenti…



