28/07/2026
Padiglione Albania alla 19a Esposizione Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia
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Padiglione Albania alla 19a Esposizione Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia

Mag 9, 2025

Building Architecture Culture A cura di Anneke Abhelakh

Sede: Arsenale
10 maggio – 23 novembre 2025

Commissario: Blendi Gonxhja, Ministro dell’Economia, della Cultura e dell’Innovazione

VENEZIA- L’Albania è una democrazia giovane. Con una popolazione di tre milioni di
abitanti e ubicata nel cuore del Mediterraneo, la sua geografia ne ha da
sempre influenzato gli scambi culturali e l’ambiente costruito.
Dall’Impero Ottomano all’occupazione italiana, dall’isolamento del regime
comunista alla successiva fase post-socialista, ogni epoca ha lasciato un
segno tangibile nel paesaggio architettonico. Situata tra i mari Adriatico e
Ionio e confinante con Grecia, Macedonia del Nord, Kosovo e Montenegro,
l’Albania ha assimilato influenze religiose e culturali – islamica,
ortodossa, cattolica e laica – che si riflettono nel suo tessuto urbano.
Con il crollo del regime dittatoriale nel 1992 si aprì una netta frattura
con il passato: cittadini privi di proprietà privata e di libertà
d’espressione si ribellarono agli spazi pubblici e agli edifici di regime.
Come ha ricordato Edi Rama, sindaco di Tirana dal 2000 al 2011 e oggi Primo
Ministro, «fu un atto di riappropriazione dell’individualità: per dieci anni
si è rivendicato lo spazio privato abbandonando quello pubblico. Questo
ritorno all’individuo è stato molto traumatico». A trent’anni di distanza,
l’Albania è ancora in transizione, sia da un punto di vista culturale, che
sociale e architettonico. In questo momento di rinnovamento, l’architettura
assume un ruolo centrale.

Il padiglione mostra il passato, il presente e il futuro del panorama
architettonico attraverso una struttura composta da tre parti:
_Lo sfondo storico del rapporto tra architettura, società e poteri politici
viene illustrato in una cronologia di 100 immagini dedicate a due luoghi
importanti della capitale Tirana.

  1. Piazza Skanderbeg, cuore di Tirana, ha subito profonde trasformazioni
    politiche e spaziali, riflettendo i regimi succedutisi in Albania.
    Durante l’occupazione austro-ungarica (1916–1918), era nota come
    Kaiser Franz Josef Platz, a simboleggiare l’influenza imperiale. Sotto
    il dominio italiano (1939–1943) divenne Piazza Vittorio Emanuele III,
    progettata per esprimere il controllo fascista. Nell’era comunista di
    Enver Hoxha (1944–1991) fu ribattezzata Piazza Stalin, a rafforzare
    l’alleanza con l’ex Unione Sovietica, e venne ampliata per accogliere
    parate militari, con edifici statali monumentali a sottolineare il
    potere centralizzato.
    Dopo la caduta del comunismo negli anni ’90, tornò a chiamarsi Piazza
    Skanderbeg, segnando il ritorno all’identità nazionale. Tuttavia, la
    sua vasta disposizione dominata dal traffico la isolava dalla vita
    pubblica. Il restyling del 2017 firmato 51N4E ha pedonalizzato l’ampio
    spazio, utilizzando pietre locali e inserendo zone verdi, simboli di
    decentramento e partecipazione civica.
    Questa trasformazione ha spostato il ruolo della piazza da simbolo del
    potere statale a spazio di coinvolgimento pubblico, in linea con le
    aspirazioni europee dell’Albania.
  2. La Piramide di Tirana, costruita nel 1988 in onore del dittatore Enver
    Hoxha e progettata da un team guidato dalla figlia Pranvera Hoxha, fu
    un tempo la struttura più costosa d’Albania, simbolo del regime
    comunista isolazionista. Dopo il crollo del comunismo, la Piramide
    perse la sua funzione originaria e visse decenni di incertezza,
    venendo utilizzata come centro congressi, sede televisiva, base NATO
    durante la guerra del Kosovo e persino discoteca, diventando parte
    della cultura giovanile della città.
    Negli anni 2010 il Partito Democratico, guidato dal Sali Berisha,
    propose la demolizione della Piramide per costruire un nuovo complesso
    parlamentare, definendola un retaggio dell’epoca comunista. L’ipotesi
    suscitò un’ondata di indignazione, sfociata in una petizione cittadina
    del 2011 con decine di migliaia di firme per preservare l’edificio.
    Attivisti, architetti e cittadini consideravano la Piramide parte
    integrante del tessuto architettonico e storico, un pezzo di memoria
    del Paese.
    Questa petizione modificò l’opinione pubblica e politica, così con il
    ritorno al potere del Partito Socialista di Edi Rama, si preferì la
    via di un riutilizzo adattivo. Nel 2017 il governo commissionò allo
    studio olandese MVRDV la trasformazione della Piramide. Si mantenne la

struttura in cemento, ridisegnando gli interni come centro giovanile e
tecnologico con scale colorate, spazi aperti e aule modulari. La
sommità divenne accessibile al pubblico, offrendo vedute panoramiche
sulla città.
Oggi la Piramide simboleggia la transizione dell’Albania –
dall’autoritarismo all’apertura, dalla nostalgia alla reinvenzione –
riappropriandosi di un monumento controverso come spazio di
apprendimento, creatività e futuro generazionale.
Le storie di due luoghi pubblici così cruciali raccontano come
l’architettura albanese navighi il proprio passato complesso
accogliendo le possibilità del futuro.

_Il presente è reso tangibile attraverso un film intitolato The Albanian
Calls. Durante il lavoro su The Albanian Files – un libro dedicato
all’architettura albanese di prossima pubblicazione – sono state condotte
interviste con oltre 50 architette e architetti internazionali attivi nel
paese. Queste conversazioni, registrate via Zoom, costituiscono la base di
The Albanian Calls, un video saggio realizzato da Anneke Abhelakh e
Konstanty Konopiński. Il film investiga il dibattito corrente su cosa
significhi essere un architetto internazionale nell’Albania contemporanea,
indagandone opportunità e sfide.
L’opera analizza l’agentività del ruolo dell’architetto, il mutato rapporto
tra spazio pubblico e privato e l’intersezione tra architettura e politica.
The Albanian Calls esamina come l’architettura plasmi un’identità emergente,
mentre l’ambiente unico del paese induce una riflessione sullo stato della
professione e sul ruolo dell’architetto in un contesto straniero. In
coerenza con il tema centrale del padiglione – Building Architecture Culture
– il film è montato come una conversazione Zoom senza soluzione di
continuità, intrecciando le voci di oltre 30 architette e architetti.
Il dialogo è intercalato da due film d’archivio dell’Archivio Nazionale del
Cinema Albanese (AQSHF): Shqipëria Turistike di Mark Topallaj (1974),
un’opera propagandistica volta ad attrarre turisti da paesi marxisti-
leninisti durante l’isolamento; e Shqipëria 1991 di Xhovlin Hajati e Reiz
Çiço (1991), che documenta il paese in quel preciso momento storico.
_La parte rivolta al futuro del panorama architettonico è presentata nella
terza sezione, e consiste di una serie di visori stereoscopici. Nel 2004,
Edi Rama (allora sindaco di Tirana e oggi Primo Ministro) invitò il Berlage
Institute a contribuire allo sviluppo della città, su impulso di Elia
Zenghelis (cofondatore di OMA), membro della giuria del concorso tenutosi
nel 2003 per la redazione di un piano regolatore del centro cittadino. La
collaborazione produsse ampie ricerche e numerose proposte per la crescita
metropolitana.
Zenghelis (1937-2024) svolse un ruolo fondamentale nel plasmare il discorso
architettonico sulla trasformazione di Tirana, rafforzando il coinvolgimento
internazionale nell’evoluzione urbana della città. Il suo legame con il
Berlage Institute agevolò interventi orientati alla ricerca, che ampliarono
le ambizioni architettoniche di Tirana. La sua pratica di insegnamento,
caratterizzata da un rigoroso approccio intellettuale, considerava

l’architettura sia come atto formale che politico. Radicata nella coscienza
storica e nell’urbanismo speculativo, la sua pedagogia sfidava gli studenti
a concepire l’architettura come discorso critico anziché come semplice
risoluzione di problemi. Bilanciando l’autonomia della forma con la
consapevolezza ideologica e geopolitica, il suo metodo risultava insieme
preciso e profondamente radicale. Alcuni studi attivi a Tirana si conobbero
proprio al Berlage. I visori stereoscopici mostrano l’opera di 56 studi,
ciascuno rappresentato da 7 immagini di progetti realizzati in Albania. Un
amuse-l’œil per il prossimo volume intitolato The Albanian Files, che sarà
pubblicato da Lars Müller nell’autunno 2025.
I 56 espositori sono: 51N4E; Aires Mateus e Associados; Álvaro Siza; Andrea
Caputo; Anupama Kundoo Architects; Archea Associati; Archi-Tectonics;
arquitectura G; Barozzi Veiga; baukuh; Benedetta Tagliabue – EMBT
Architects; BIG; Bofill Taller de Arquitectura; BOLLES+WILSON; Camilo
Rebelo; Casanova+Hernandez; CEBRA; Christian Kerez; CHYBIK + KRISTOF;
CITYFÖRSTER; Coldefy; Davide Macullo Architects; DILLER SCOFIDIO + RENFRO;
EAA Emre Arolat Architecture; Eduardo Souto De Moura; Elemental
Architecture; Ensamble Studio; Estudi d’arquitectura Toni Gironès Saderra;
GG-loop; Herzog & de Meuron; Kengo Kuma & Associates; KUEHN MALVEZZI; Lina
Ghotmeh — Architecture; Luca Dini Design and Architecture; Mario Cucinella
Architects; MASS STUDIES; MVRDV; NOA; Nuno Melo Sousa; OFFICE KGDVS ; OMA;
OODA; Oppenheim Architecture; RCR Arquitectes; Sam Chermayeff Office;
SelgasCano; Shigeru Ban Architects + Jean de Gastines; Stefano Boeri
Architetti; Steven Holl Architects; Studio Fuksas; Studio Gang; Studio
Precht; Taller Hector Barroso; Toyo Ito & Associates, Architects; XDGA;
Yashar Architects.
Un’altra componente fondamentale del padiglione è il Public Program.
Questo programma è coordinato insieme ad Andi Arifaj e Adonel Myzyri e
realizzato in collaborazione con KOOZARCH.
Building Architecture Culture, il Padiglione Albania alla Biennale di
Venezia, mette in luce la relazione reciproca tra architettura e società. La
disciplina si estende oltre la pratica, coinvolgendo il mondo accademico e
la sfera pubblica più ampiamente intesa, in cui le idee legate allo spazio
pubblico vengono condivise, dibattute e rielaborate. Questa terza sfera
idealmente funge da coscienza della professione. Il Padiglione Albania e il
suo Public Program agiscono come versione temporanea di questo spazio,
esponendo e discutendo l’identità architettonica in evoluzione dell’Albania.
Queste conversazioni continueranno oltre la mostra attraverso un podcast,
realizzato in collaborazione con KOOZARCH, per permettere anche a chi non
potrà essere a Venezia di partecipare alla discussione.
Anneke Abhelakh sul contenuto e sulla cura del padiglione albanese
Intervista di Federica Sofia Zambeletti, Fondatrice di KOOZARCH
Public Program Uno
Data di pubblicazione: giovedì 8 maggio
Disponibile sui canali podcast di KOOZARCH

On Agency
Public Program Due
Data evento: giovedì 3 luglio, ore 12:00
Formato: Podcast
Ospiti (tbc): Freek Persyn, Elidor Mëhilli, Andi Eftimi
L’ambiente costruito in Albania riflette da tempo le sue trasformazioni
politiche ed economiche. Dalla pianificazione centralizzata sotto il
socialismo all’espansione non regolamentata dei decenni post-comunisti,
l’architettura ha navigato vincoli mutevoli e libertà appena conquistate.
Prima degli anni ’70 non esisteva una scuola di architettura dedicata.
L’architetto, in quanto intellettuale capace di mettere in discussione e
pensare liberamente, non esisteva come figura autonoma: prima di tutto era
un operaio e poi un tecnico che lavorava con rigore, seguendo l’ideologia
come unico quadro teorico. Dopo gli anni ’70, la scuola di architettura
divenne uno spazio per i figli del politburo. Non più meri tecnici, ora
miravano a interpretare la dottrina “socialista nei contenuti e nazionalista
nelle forme”, rimodellando la professione. Ma è davvero possibile fare
l’architetto sotto un regime oppressivo?
Oggi architette e architetti sono coinvolti in quasi tutto e, recentemente,
il termine “architetto locale” ha acquisito importanza. Forse non è poi un
fatto così recente, poiché storicamente la maggior parte dei grandi progetti
pubblici sono stati firmati da architetti stranieri, mentre i locali si sono
occupati dell’esecuzione. Diversamente da molti contesti in cui architette e
architetti operano all’interno di quadri rigidi, in Albania essi devono
bilanciare la libertà creativa con l’impegno per il bene collettivo. In che
modo questa relazione spingerà i confini della professione in un paese in
rapida evoluzione? Architette e architetti stranieri fanno più che
progettare: navigano interessi contrastanti e introducono un pensiero a
lungo termine in un settore spesso guidato da guadagni immediati. Perché è
necessario l’architetto straniero e quale equilibrio apporta?
Freek Persyn – architetto e cofondatore di 51N4E, studio con sede a
Bruxelles focalizzato su trasformazioni sociali e spaziali. Il suo studio è
stato profondamente coinvolto nell’evoluzione urbana dell’Albania, lavorando
a progetti come la riprogettazione di Piazza Skanderbeg e altre iniziative a
Tirana. Il suo lavoro esplora il ruolo dell’architettura in contesti
politici ed economici in mutamento, sperimentando nuove possibilità di
collaborazione tra realtà locali e internazionali.
Elidor Mëhilli – storico specializzato in Europa moderna, regimi autoritari
e storia transnazionale, con un focus su socialismo e Guerra Fredda. Nella
sua ricerca, in particolare in From Stalin to Mao: Albania and the Socialist
World, analizza i paesaggi architettonici e industriali dell’Albania in un
ampio quadro ideologico. Originario dell’Albania, è professore alla Hunter
College (CUNY) e visiting scholar in istituzioni come Columbia University e
Zentrum für Zeithistorische Forschung.
Andi Eftimi – architetto e urbanista, socio di Atelier 4, studio albanese di
architettura e pianificazione. Il suo lavoro spazia tra progetti
residenziali, commerciali e pubblici, affrontando le transizioni urbane
post-socialiste e gli sviluppi contemporanei su larga scala. Ha collaborato
con studi internazionali come 51N4E, Archea Associati e MVRDV, contribuendo
a progetti architettonici e urbanistici trasformativi in Albania e oltre.
Freedom

Public Program Tre
Data evento: giovedì 3 luglio, ore 16:00
Formato: Podcast
Ospiti (tbc): Lea Ypi, Elisabetta Terragni
La libertà non è un tema ampiamente dibattuto nella società albanese
odierna, né come questione personale né come concetto più complesso. La
conoscenza della libertà è modesta, sebbene la parola stessa sia ampiamente
utilizzata. Per comprendere la società albanese post-dittatoriale, è
essenziale considerare il suo passato unico. Per quasi mezzo secolo,
l’Albania è stata uno dei regimi comunisti più isolati e controllati al
mondo. Lo Stato dettava ogni aspetto della vita, tagliando ogni influenza
esterna e imponendo un rigido quadro ideologico. In questo periodo, due
terzi della popolazione viveva in aree rurali, in piccole comunità plasmate
dalla repressione statale. Il rimanente terzo della popolazione abitava
nelle città, dove brandelli di cultura occidentale trapelavano, creando
un’immagine frammentaria dell’esterno.
Quindi, quasi all’improvviso, il paese passò da un controllo totale a un
caotico senso di libertà, senza struttura né gerarchia. Cosa significava la
libertà per una società che non l’aveva mai veramente conosciuta? Prima,
l’Albania era passata da un sistema feudale a una collettivizzazione
forzata, privando le persone della proprietà privata e ridefinendo il senso
di individualità. Dopo la dittatura, chi era stato vincolato dall’ideologia
collettiva diventò improvvisamente proprietario privato, costretto a
orientarsi in un paesaggio politico e sociale radicalmente diverso.
Nonostante i rapidi cambiamenti legislativi, i valori morali tradizionali
rimasero radicati nelle strutture sociali pregresse. Mentre le leggi si
adattavano in fretta alla nuova realtà politica, le norme sociali
arrancavano, creando tensioni. Questo scontro tra vecchi valori e nuove
libertà generò trasformazioni spontanee e non regolamentate nell’ambiente
costruito.
In risposta, emerse una crescente consapevolezza della necessità di
migliorare gli spazi pubblici. Iniziative per curare esteticamente il
paesaggio urbano come responsabilità collettiva cominciarono a prendere
forma, con l’obiettivo di portare ordine e coesione in un contesto in rapido
cambiamento. Queste operazioni limitarono certo la libertà individuale di
rimodellare l’ambiente, ma offrirono un nuovo approccio ai beni comuni.
Lea Ypi – teorica politica e storica specializzata in marxismo, filosofia
politica e storia intellettuale del socialismo. È autrice di Free: Coming of
Age at the End of History, in cui esamina criticamente la transizione
dell’Albania dalla dittatura alla democrazia, interrogandosi sul significato
della libertà in entrambi i sistemi. Originaria dell’Albania, è docente alla
London School of Economics e figura di spicco nei dibattiti su ideologia,
agentività dell’individuo e continuità storica.
Elisabetta Terragni – architetta ed educatrice specializzata in pratiche
legate alla memoria, allo spazio e al riuso adattivo. Ha svolto un ruolo
chiave nella conservazione e interpretazione del patrimonio architettonico
albanese come curatrice di The House of Leaves (Museo albanese della
sorveglianza segreta) e di Kadare House, spazi che rivelano livelli
specifici della storia del paese. È docente al City College di New York,
dove esplora il rapporto tra ambiente costruito e memoria collettiva nelle
società in transizione.

Luçjan Bedeni – artista e curatore che opera attraverso fotografia, archivi
e memoria visiva. Direttore del Marubi National Photography Museum dal 2012,
ha ridefinito il patrimonio fotografico albanese attraverso mostre che
riflettono su identità, ideologia e narrazione storica. Vincitore del Premio
Ardhje nel 2009, ha svolto una residenza presso ISCP a New York. Ha
insegnato all’Università di Scutari e ha conseguito un dottorato sulle
origini della fotografia in Albania.
Team:
Curatrice: Anneke Abhelakh
Assistenza curatoriale: Eva Marie Pobeda Ferrand
Graphic Design: Linda van Deursen
Spatial Design: Samuela Hidri & Guust Selhorst
Coordinamento Programma Pubblico: Adonel Myzyri & Andi Arifaj
Film: Konstanty Konopinski in collaborazione con Anneke Abhelakh
Project Manager: Alessandra Biscaro