Domenico Cornacchia: la scrittura come terra, viaggio e memoria
Poeta e narratore dell’essenziale, Domenico Cornacchia ci conduce in un dialogo intimo tra natura, radici e trasformazione. Dall’Abruzzo alle pendici del Kilimangiaro, passando per profumi, silenzi e fotografie d’epoca, l’autore ci racconta in questa intervista per l’Epoca Culturale come la parola possa custodire il senso del tempo, dell’amore e della fragilità umana.
- Domenico Cornacchia, lei ha conseguito la laurea in Agraria. In che modo questo percorso di studio ha influito sul suo percorso creativo? La sua formazione e il suo rapporto con la natura sono diventati elementi essenziali nella sua scrittura?
La mia formazione in Agraria ha rappresentato un modo per approfondire la conoscenza della terra, non solo come spazio fisico ma anche come luogo simbolico, ancestrale. La natura è diventata per me un linguaggio. Il contatto con i cicli delle stagioni, con gli animali, le piante e la forza degli elementi, ha reso il mio sguardo più attento alle trasformazioni sottili. Tutto questo è confluito nella scrittura, dove la natura non è solo uno sfondo, ma una presenza viva, spesso metaforica, che accompagna la memoria, il sentimento, la poesia. Il ritmo della terra ha dato spesso il ritmo alle parole.
- Ha spesso parlato del ruolo fondamentale dei viaggi e delle esperienze culturali nella sua scrittura. Come descriverebbe l’impatto che queste esperienze hanno avuto sulla sua visione del mondo e sul tuo approccio alla scrittura? Ci sono particolari luoghi o culture che hanno avuto un’influenza determinante nelle sue opere?
Viaggiare è come aprire la finestra per far cambiare aria: ti rinnova dentro. Ogni luogo lascia una traccia, spesso invisibile ma profonda. A volte sono i paesaggi, altre volte le persone, le lingue, i silenzi. Spesso sono proprio i luoghi ad aprirmi una porta sulla scrittura: restituiscono storie, odori, voci che entrano nei miei testi quasi spontaneamente. La parte ancestrale dell’Africa è quella che mi ha lasciato grandi domande dentro, qui ho percepito una connessione primitiva con la vita, un senso del sacro che non si spiega ma si sente.
- Nel suo prossimo libro in uscita, Profumi, lei prosegue un viaggio poetico che aveva iniziato con il suo primo volume, esplorando temi di memoria, emozione e natura. Cosa l’ha spinto a continuare su questa direzione?
Con Profumi ho sentito il bisogno di proseguire un percorso iniziato nel primo volume, ma con uno sguardo più maturo e consapevole. I pensieri si sono naturalmente evoluti, portandomi a esplorare più a fondo le radici della terra, il ritmo della vita e la complessità delle emozioni. I temi di memoria, amore e natura continuano a essere centrali, ma qui si intrecciano con una nuova energia, più intensa e più vicina al presente.
Le stagioni diventano simboli di passaggio e trasformazione, così come le fragranze, i suoni e le immagini si fanno più nitidi, più carichi di significato. Il libro si muove tra la dimensione personale e quella universale, cercando un equilibrio tra vulnerabilità e forza. L’amore, in tutte le sue forme, è il filo che lega molti dei testi: terreno e spirituale, effimero ed eterno. Questo nuovo volume è anche un invito a rallentare, a osservare, a riconoscere il valore degli attimi che spesso passano inosservati.
- Il libro gioca con sensazioni molto intense e tangibili, come fragranze, suoni e immagini, che si intrecciano nel corso della lettura. Come nascono, secondo lei, queste sensazioni? Qual è il processo attraverso cui lei riesce a trasformare qualcosa di così personale e intangibile in parole che possano essere comprese e vissute dal lettore?
Credo che tutto parta dall’ascolto, di se stessi e di ciò di cui siamo circondati. Spesso cammino nei luoghi che amo, in silenzio, e mi lascio attraversare dalle sensazioni. Annoto frammenti, immagini, emozioni. Poi, quando scrivo, cerco di restituire quella intensità. Anche le frasi più brevi, per me, hanno un odore, un suono, un’immagine. Scrivere è tradurre qualcosa di impercettibile in un’esperienza condivisa. Quando qualcuno mi dice: “questa poesia mi ha colpito”, oppure vedo occhi lucidi per un’emozione riemersa, capisco che la mia voce ha incontrato la sua. Ed è lì che, secondo me, nasce la vera condivisione.
- Il concetto di impermanenza, così come l’amore e la vulnerabilità, è un filo conduttore in Profumi. Come affronta l’idea che tutto sia destinato a cambiare e dissolversi nel tempo? In che modo riesce a coniugare questo senso di transitorietà con la bellezza e la forza che emergono nei suoi versi?
È meraviglioso poter custodire gli istanti. Penso che accettare il cambiamento sia parte essenziale della vita. Tutto è destinato a trasformarsi, e questo non dovrebbe spaventarci, ma aiutarci a dare più valore al presente, a ciò che stiamo vivendo ora. Nei miei versi cerco di fermare l’attimo senza bloccarlo, dargli una forma che resti aperta. L’amore, la memoria, la nostalgia… sono esperienze che cambiano con noi, e proprio per questo non possono essere fissate in modo rigido. Non ci sono numeri di pagina o titoli, perché anche le parole si trasformano in base a ciò che si vive e si percepisce. Un invito a leggere e rileggere con occhi nuovi, ogni volta.
- Domenico, nel suo libro Roots (Resto qui), parla della necessità di preservare e custodire le tradizioni, mentre i paesi si stanno spopolando. Le tradizioni e i racconti di Resto qui sono radicati in un contesto geografico ben preciso, tra l’Abruzzo e le Marche. In questo libro esplora la vita quotidiana, la guerra e il folklore, tra passato e presente. Come pensa che il folklore possa continuare a essere una fonte di ispirazione e di resistenza culturale, anche nell’era moderna?
Il folklore è la radice invisibile che tiene in piedi l’albero della nostra identità. Anche se il mondo corre veloce, quelle storie, quei canti, quei gesti quotidiani ci ricordano chi siamo. Sono memorie vive, che resistono al tempo e all’omologazione. Raccontarle non è un esercizio di nostalgia, ma un modo per costruire un ponte tra ciò che eravamo e ciò che possiamo ancora essere. Nei libri cerco di restituire una voce a persone dimenticate, a luoghi sconosciuti sulle cartine. Il folklore ha ancora molto da insegnarci: parla di comunità, di legami. È una forma di resistenza culturale che può sopravvivere anche oggi, se sappiamo ascoltarla e raccontarla con autenticità. Finché ci sarà qualcuno disposto ad ascoltare, quelle storie continueranno a vivere. E forse, a cambiarci.
- Un’altra notte ancora, parla di un’avventura sul Kilimangiaro. Come le esperienze di viaggio e di avventura influenzano la sua scrittura e, più in generale, il suo approccio alla vita? Quale valore attribuisce alla determinazione e alla perseveranza, temi che sembrano emergere nel libro anche attraverso il tuo racconto dell’ascesa al Kilimangiaro?
Salire sul Kilimangiaro è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Ogni passo, ogni difficoltà, ogni respiro affaticato raccontava qualcosa del mio rapporto con la vita. La determinazione è la forza silenziosa che ci spinge avanti anche quando sembra inutile, anche quando pensiamo di non farcela. Nella scrittura, come nella montagna, non esistono scorciatoie. Serve pazienza, costanza, e soprattutto la capacità di accettare i propri limiti. Ma quando si arriva in cima, anche solo per un attimo, si capisce che ne è valsa la pena. Quell’ascesa mi ha insegnato che la fatica non è un ostacolo, ma parte del percorso. Mi ha ricordato che spesso è proprio nei momenti più difficili che si costruisce qualcosa di autentico, che resta. Anche nella scrittura ci sono salite ripide, pagine che non si lasciano scrivere, silenzi che pesano. Ma se si continua, passo dopo passo, si arriva sempre a un punto in cui lo sguardo si apre. Viaggiare, e mettersi alla prova in contesti lontani da ciò che è familiare, cambia il modo di guardare il mondo. Ti rende più attento, più umile. E quella attenzione ritorna nella scrittura, che diventa meno teorica e più vissuta. Ogni viaggio diventa così una forma di conoscenza, non solo del mondo ma di se stessi. E scrivere, in fondo, è un altro modo di camminare: si procede lentamente, si inciampa, si respira a fondo e poi si riparte. Proprio come su quella montagna.
- Domenico, lei in Il tempo vissuto, nel raccontare la storia di Santa Rufina e dei paesi limitrofi usa anche un’importante collezione di fotografie storiche. Come pensa che la fotografia e la scrittura possano collaborare per raccontare la stessa storia, ma in modalità diverse?
Fotografia e scrittura sono sorelle che catturano l’istante, visivo ed emotivo. In Il tempo vissuto ho voluto che le immagini dialogassero con le parole, creando una narrazione corale. La fotografia fissa ciò che è stato, la scrittura lo interpreta, lo interroga, lo reinventa. Insieme, possono costruire un archivio emotivo potente, capace di parlare a più generazioni. Credo che, soprattutto oggi, sia fondamentale usare entrambi i linguaggi per non perdere il senso della memoria condivisa. Guardare una foto e leggere un racconto sullo stesso volto, sullo stesso luogo, ci permette non solo di ricordare, ma di comprendere meglio.
- Nel libro La casa dei ricordi, lei ha scritto una favola che si rivolge a bambini e adulti. Cosa spera che i più giovani possano apprendere dal racconto, e come pensa che la favola possa arricchire la loro percezione del mondo?
Spero che i più piccoli possano scoprire la meraviglia del ricordo, l’importanza delle radici, la forza della gentilezza. Le favole non sono solo intrattenimento: sono strumenti per immaginare un mondo diverso, più empatico, più attento agli altri e alla memoria. E per gli adulti, sono un invito a tornare bambini, a guardare la realtà con occhi nuovi, più puri. Ma non basta raccontare: gli adulti devono essere da esempio, prima di tutto con i fatti. I valori trasmessi attraverso una storia devono ritrovarsi nella vita quotidiana, nei gesti, nei comportamenti. Solo così i bambini possono credere davvero in ciò che leggono e portarlo con sé, nel tempo. Le favole seminano, ma siamo noi adulti a dover coltivare quei semi con coerenza e presenza. I grandi non capiscono mai niente da soli, ed è faticoso per i bambini dover sempre spiegare tutto.”
Antoine de Saint-Exupéry
- Da una analisi dei suoi testi sembrano esserci elementi chiave che li percorrono tutti: il racconto della memoria, la semplicità, l’immaginazione poetica Come pensa che la narrazione possa aiutarci a preservare e apprezzare il nostro passato, proprio come fa lei nei suoi libri di saggistica?
Credo che la narrazione sia uno strumento fondamentale per preservare la memoria, soprattutto quella quotidiana, fatta di piccoli gesti, luoghi, persone comuni che spesso non entrano nei libri di storia, ma che rappresentano la vera identità di un territorio. Raccontare significa dare dignità a ciò che rischia di scomparire, e farlo con semplicità permette a più persone di avvicinarsi, di riconoscersi.
Scrivere, per me, è un modo concreto per non perdere queste tracce e per trasmetterle a chi verrà dopo. È un gesto di responsabilità, ma anche un atto di fiducia verso il futuro: perché sapere da dove veniamo ci aiuta, sempre, a capire dove vogliamo andare.
(La foto di copertina è realizzata da Eidos Studio Fotografico)


