“Domus Siciliae”: Un viaggio sentimentale nelle dimore storiche siciliane. Incontriamo l’autore Dott. Alessio Maria Camarda Signorino
Un libro che è molto più di una semplice raccolta di immagini e racconti: Domus Siciliae (Dario Flaccovio Ed.) è un’esperienza intima che attraversa le dimore storiche della Sicilia, restituendone il fascino autentico e la memoria viva. Il Dott. Alessio Maria Camarda Signorino ci accompagna alla scoperta di questi luoghi, svelando l’anima nascosta dietro mura antiche e dettagli imperfetti, testimoni silenziosi di storie familiari e collettive. In questa intervista ci racconta il suo viaggio, il sodalizio con il fotografo Emilio Messina e l’importanza di un patrimonio culturale che continua a vivere attraverso le emozioni di chi lo osserva e lo custodisce.
- Dottore Camarda Signorino , “Domus Siciliae” rappresenta un viaggio intimo e profondamente sentimentale nelle dimore storiche siciliane. Come è nata l’idea di raccontare questi luoghi attraverso un connubio tra parole e immagini? Ci racconti cosa l’ha spinta a intraprendere questa esplorazione
L’idea è nata qualche anno prima del Covid, in maniera spontanea, complice una di quelle sere estive tipiche dell’entroterra siciliano, in cui tanta gente si ritrova a festeggiare il proprio patrono. Mi ero recato lì per l’occasione, non avendo partecipato all’evento, insieme a un piccolo gruppo di persone. Tra queste era presente anche Emilio, autore delle fotografie del libro, che avevo conosciuto qualche tempo prima, apprezzandolo come persona e come fotografo paesaggista.
Di quella sera ricordo con nitidezza il momento in cui il libro ha cominciato a delinearsi nella mia mente, poggiati ad un muretto, complice l’invito di una persona a sviluppare un libro che parlasse in qualche modo della Sicilia. Ci è voluto un po’ di tempo prima che gli accordi strimpellati nella mia mente si trasformassero nella melodia che avevo immaginato, tanto da aver pensato in un primo momento, per vari motivi, di non continuare più a sviluppare il progetto.
Devo soprattutto ringraziare l’editore, nella persona di Marisa Flaccovio, che ha insistito e voluto a tutti i costi che questo libro vedesse la luce. Senza quella sua telefonata improvvisa probabilmente oggi il libro non esisterebbe. Dopo una lunga gestazione quindi, protrattasi nel mentre anche per la pandemia internazionale, l’intesa tra me ed Emilio si è rinsaldata, com’era naturale che fosse visto la sua particolare sensibilità espressa con la macchina fotografica.
Volevo raccontare non tanto la storia degli edifici come costruzioni, quanto piuttosto soffermarmi su quella che definirei l’antropologia delle dimore, ognuna con le proprie stratificazioni di ricordi, cercandone le vite vissute e non volendo dedicarmi a un esercizio accademico.
Per questo motivo ho deciso di inserire nel libro solo e soltanto dimore che mantengono ancor oggi la loro funzione primigenia, ovvero quella di essere abitazione privata, non musealizzata o aperta al pubblico per fini commerciali. Nulla togliendo a tutti quei proprietari che, comprensibilmente, affrontano le spesso difficili e onerose gestioni di queste case mettendole in qualche modo a reddito, il mio intento era diverso. Volevo innanzi tutto che il lettore riuscisse a entrare, senza morbosità voyeuristica ma con la dolcezza di un viaggio sentimentale, in dimore che parlano di storia ma soprattutto di persone, accompagnando le immagini delle parole con quelle degli occhi.
- Uno degli aspetti più affascinanti del libro è il dialogo tra il suo racconto e le immagini di Emilio Messina. Come si è sviluppata la vostra collaborazione? In che modo il suo approccio narrativo si è intrecciato con lo sguardo fotografico di Messina per creare questa sinergia perfetta?
È stato tutto molto naturale, e aggiungerei per fortuna! Per entrambi, a prescindere dal rapporto umano, è stata una piccola scommessa tra noi. Da parte mia perché non sapevo se il taglio narrativo che avevo voluto dare al libro potesse essere espresso appieno anche dalle foto. Da parte sua perché, essendo un noto fotografo paesaggista con collaborazioni per la National Geographic e altri, abituato com’era a rappresentare le bellezze del paesaggio, si ritrovava chiuso tra delle mura.
Più volte gli ho ripetuto la mia convinzione, apprezzando la persona ancor prima che il fotografo, che lui sarebbe riuscito nell’impresa, tanto da non voler appositamente presenziare alle sessioni fotografiche, temendo di inquinare un percorso chiaro ed empatico di fiducia.
D’altronde certe dimore non sono esse stesse dei paesaggi incantevoli creati dall’uomo?
- Nel libro, lei racconta che le dimore storiche non sono soltanto luoghi fisici, ma veri e propri templi della memoria. In che modo ritiene che queste case rappresentino l’identità siciliana e il patrimonio culturale che si tramanda nel tempo?
Tutte le dimore, nessuna esclusa, non vanno percepite come meri edifici di pietra, ma in maniera sempre diversa come silenziosi scrigni di storie, tradizioni e legami che affondano le radici nell’anima stessa di una terra. La casa è un topos potentissimo, e nello specifico le dimore storiche riescono a rappresentare l’identità siciliana non solo espressa in forma architettonica, ma soprattutto per essere luoghi vivi di memoria, dove ogni angolo, ogni affresco, ogni oggetto racconta di un passato che si intreccia con il presente. Ripeto, questo vale per tutti mutatis mutandis, anche per quelli che vivono pezzettini di storie nei pochi metri di una cucina andando a trovare degli anziani parenti.
Nel caso delle dimore storiche è ovvio che esse siano testimoni di vite, ma rappresentano anche la profondità della cultura siciliana, dei suoi incontri, conflitti, riflessioni, creazioni artistiche. Nel loro patrimonio, che va ben oltre la bellezza estetica, trovi scrigni di valori, leggende, pratiche quotidiane che definiscono un modo di vivere e ancor più di essere.
La quotidianità di questi luoghi, il tramandarsi di rituali e di usanze, sono anch’essi modi di conservare e celebrare una memoria familiare a volte divenuta collettiva e che, pur evolvendo nel tempo, pur diventando ponte tra le generazioni, non perde mai la propria radice profonda per chi abita quei luoghi.
Quello che più mi preme e mostrare come ancor oggi, in questa società veloce, è possibile tramandare un patrimonio culturale che non è mai statico, ma si rinnova, nella sua essenza, ogni volta che viene ricordato e vissuto. Questo per me è importante da sempre come massima di vita, prima come espressione dell’educazione che ho ricevuto da bimbo, poi come mia personale scelta autodeterminante.
- Un dettaglio molto poetico del libro è l’attenzione verso i segni del tempo: le crepe sui muri, la carta da parati staccata, gli oggetti d’uso quotidiano. Perché ha scelto di includere questi dettagli nella narrazione? Qual è il messaggio che spera di trasmettere ai lettori?
Principalmente che queste dimore vanno lette come organismi autonomi, con le proprie identità, caratteri e peculiarità. Dunque anche l’attenzione verso dettagli, così umili e silenziosi, non è mai casuale, perché ogni oggetto, ogni angolo è come una poesia, mi piace pensare, scritta con il tempo e che parla senza dover ricorrere a un linguaggio di parole.
La scelta di includere questi segni è anche un atto di resistenza a quella tentazione di perfezione e a quel desiderio di un mondo privo di difetti che, la contemporaneità, spesso impone soprattutto ai giovani. L’imperfezione, infatti, è per me parte inscindibile dell’essenza stessa dell’esperienza umana. È la cicatrice che ci ricorda che, come piccole opere di wabi sabi, siamo ancora qui.
Il messaggio che vorrei venisse compreso dai lettori è quello di accogliere le imperfezioni, di abbracciarle come parte della bellezza intrinseca della vita e di comprendere che, oltre a una bellezza scintillante, perfetta e irreale, esiste una bellezza che nasce dalla fragilità, dall’essere in divenire in un mondo che spesso esalta la perfezione. Piccoli dettagli che diventano un inno alla vita vissuta, con tutte le sue sfumature e contraddizioni.
- Lei è uno storico con una particolare attenzione per la storia dell’arte. C’è una connessione personale o professionale che l’ha avvicinata alle dimore storiche siciliane? È stata una passione di lunga data o una scoperta più recente?
Più che di una passione parlerei, da una parte, della naturale espressione del mio carattere e dell’educazione ricevuta. Dall’altra di una dichiarazione d’amore, non priva di dolore, nei confronti di questa terra.
Ho avuto la fortuna di vivere dall’infanzia in realtà fisiche ed educative che mi hanno svezzato al bello senza vincoli, lasciando che la mia individualità fiorisse, e per questo sono molto grato soprattutto a mia madre.
- La Sicilia è una terra ricchissima di patrimoni ancora inesplorati. Dopo questo “ viaggio sentimentale”, c’è l’idea di proseguire il cammino? Possiamo aspettarci un seguito o un progetto simile in futuro, magari focalizzato su altre zone dell’isola?
La Sicilia è un mosaico infinito di storie che si intrecciano, di culture che si mescolano e di paesaggi che, pur sembrando familiari, nascondono sempre nuove sfumature da scoprire. Il desiderio di proseguire è inevitabile, come una curiosità che nasce dal profondo dell’anima e che non può essere placata.
Questo cammino, quindi, forse troverà una nuova direzione, che sia un altro “viaggio sentimentale” o qualcosa di più ampio e articolato. La Sicilia offre sempre nuove prospettive, nuove voci da ascoltare e nuove storie da raccontare, la possibilità di esplorare altre sfumature, le sue contraddizioni e le sue bellezze nascoste, creando una sorta di dialogo continuo con questa terra che è capace di regalare nuove epifanie. Per me non è difficile immaginare che il viaggio non si fermerà qui, scavando ancora più a fondo nelle radici di questa terra che affascina i siciliani e i turisti senza mai essere totalmente compresa.
- Il libro si rivolge sia ai siciliani che agli amanti della Sicilia in tutto il mondo. Qual è la lezione più importante che spera che i lettori portino con sé, indipendentemente dalle loro origini?
Senza troppi preamboli o giri di parole, che ognuno di noi può trovare un luogo da chiamare casa, a prescindere da dove esso si trovi.
- Lei e il fotografo Messina avete entrambi dichiarato di aver utilizzato il sentimento della meraviglia come motore creativo. Come riesce, in un’epoca spesso dominata da superficialità e velocità, a trasmettere questa meraviglia al lettore?
Ho scelto di non limitarmi a narrare, cercando piuttosto di evocare sensazioni, immagini, accompagnando da amici e non da inseguitori quella scintilla di stupore che risiede in ogni cosa.
Trasmettere questa meraviglia implica dunque un invito a rallentare, a cogliere le sfumature di un mondo che troppo spesso le persone lasciano sfuggire, affacciandosi alla sua bellezza nascosta anche attraverso l’esercizio della contemplazione, del ricordo, ritornando ad avere la capacità e il lusso di riappropriarsi del tempo, anche con la lettura, per riscoprire il fascino di ciò che, nella frenesia della vita moderna, tanti sembrano aver dimenticato. Questo è un richiamo o, forse, una mia personale chiamata alle armi per la gente fiera di essere sensibile.
- Un tema ricorrente nel libro è l’idea che le dimore storiche raccontino non solo chi le ha abitate, ma anche una parte della nostra anima collettiva. C’è una dimora o un momento particolare che, durante il suo lavoro, l’ha colpita in modo speciale o ha lasciato un segno indelebile?
Questa è una domanda che mi hanno posto spesso durante le presentazioni del libro o altre interviste, ma la mia risposta rimane sempre identica alle volte precedenti. È come chiedere a un genitore di scegliere tra uno dei propri figli, pur contemplando naturali affinità, intese o propensioni caratteriali con un figlio piuttosto che con un altro. Lo stesso è per me quanto mi pongono questa domanda. Potrei dire che ho vissuto dei particolari istanti dolci, malinconici, addirittura erotici nel rapporto che ho creato con alcune dimore, ma mi sentirei ingiusto nei confronti delle altre affermando che le ho preferite tout court. La ringrazio per la sua cortesia e disponibilità