18/04/2026
Sergio Battista: esplorare il potere e la resistenza attraverso la storia e il cinema
Interviste

Sergio Battista: esplorare il potere e la resistenza attraverso la storia e il cinema

Gen 23, 2025

Sergio Battista ci conduce nel cuore oscuro della storia e del cinema con il suo nuovo saggio, Ignes Lucis. In questa intervista, l’autore riflette sulle origini del progetto, l’equilibrio tra rigore storico e narrazione accessibile, e il ruolo del cinema come strumento di potere e resistenza. Un viaggio tra inquisizioni, eresie e moderne “cacce alle streghe”, arricchito dalle connessioni tra arti visive, musica e scrittura. Battista ci invita a riscoprire il passato per decifrare il presente e resistere al dominio culturale con uno sguardo critico e consapevole.

  • Il suo nuovo saggio, Ignes Lucis, esplora un tema tanto affascinante quanto oscuro. Qual è stato il momento preciso, durante le sue ricerche o la sua esperienza personale, in cui ha deciso di intraprendere questo progetto? C’è stato un episodio o un film che ha rappresentato la scintilla iniziale?

Già nel mio saggio precedente, “Il cinema dalla parte degli ultimi”, l’obiettivo era quello di affrontare il tema dei rapporti tra i dominati e i dominanti della storia, e come questa tematica, di portata universale e troppo spesso sottovalutata, è stata trattata dal cinema. Rispetto a questo, in IGNES LUCIS cerco di andare più in profondità circa le manifestazioni del potere tout court. Ne consegue, che la scintilla nasce proprio dal desiderio, direi, dal bisogno personale di criticizzare il concetto di Potere.

  • Nei suoi capitoli iniziali, descrive un quadro storico che copre secoli di pratiche inquisitorie. Quanto è stato difficile bilanciare l’esigenza di precisione storica con quella di mantenere uno stile fluido e accessibile per il lettore?

I miei saggi hanno un carattere divulgativo, non sono quindi riservati ai soli addetti ai lavori, devono essere capaci di esprimere concetti che tutti possono elaborare senza troppe difficoltà. I fenomeni storici sono complessi, e credo, compito di un autore sia quello di rendere questi processi comprensibili, e soprattutto, instillare nel lettore il desiderio di saperne di più in merito. In fondo, la curiosità è il motore della conoscenza.

  • Il cinema non è solo un mezzo di narrazione, ma anche di potere. Quali sono, secondo lei, le pellicole che meglio hanno saputo ribaltare la retorica dominante sulla stregoneria e l’eresia? E quali invece ritiene abbiano contribuito a perpetuare stereotipi o fraintendimenti?

Il cinema del secondo dopoguerra, spinto da alti valori etici, ha sicuramente contribuito a fare chiarezza sugli orrori del passato. I film che tratto nel libro, nella maggior parte dei casi sono stati realizzati a partire dai documenti storici originali, come, ad esempio, i verbali dei processi. Un cinema questo, che contribuisce quindi a fare storiografia, al contrario di tutti quei prodotti (uso questo termine non a caso) del filone horror-fantasy in stile holliwoodiano che attraverso un impianto spettacolare stordente tendono ad alimentare e risvegliare paure ataviche usate proprio dal potere, nel passato e nel presente, per sottomettere culturalmente gli individui.

  • Lei è anche musicista e fotografo. Quanto di queste arti confluisce nel suo approccio alla scrittura? Percepisce connessioni tra il ritmo musicale, la composizione visiva e la struttura narrativa dei suoi saggi?

La chiarezza espressiva ha bisogno di razionalità, che non è un caso, è alla base di quell’equilibrio che da secoli chiamiamo bellezza. Concetti quali tonalità, ritmo, armonia, li ritroviamo sia nella musica che nelle immagini e tra le pagine di un libro. Credo che questo, però, non debba avere solo una funzione estetizzante e autoreferenziale, ma essere piuttosto veicolo di leggibilità e comprensione dei messaggi.

  • Il tema del suo saggio sembra avere una risonanza particolare in un’epoca come la nostra, segnata da nuove forme di “caccia alle streghe”, seppur in ambiti diversi. Quali lezioni ci offre il passato per affrontare queste dinamiche moderne?

Il Potere agisce sempre per perseguire gli stessi obiettivi, anche se con strumenti diversi. Ora il predominio culturale usa dispositivi più raffinati, si nasconde dietro il significato di parole snaturate, fraintendimenti semantici, che la diminuzione di senso critico degli individui, spesso non riesce ad individuare. Leggere la storia, studiarne le relazioni al suo interno è indubbio che possa renderci più attenti e smaliziati a decifrare il presente, e perché no, anche capaci nel cercare di prevedere il futuro. A questo proposito, a chi leggerà il libro, consiglio il capitolo Eretici moderni, utile per promuovere un esame di coscienza individuale.

  • Se potesse tornare indietro nel tempo per assistere a uno dei processi inquisitori che analizza nel suo libro, quale sceglierebbe e perché? Come pensa che l’esperienza influenzerebbe il suo modo di raccontare quelle vicende?

Durante le mie ricerche sono rimasto colpito dal processo a Giovanna D’Arco, vicenda che ha ispirato, con alterne fortune, ed esiti storiografici diversi, una gran quantità di film a partire dall’epoca del cinema muto. Credo che assistere a quei processi sia un’esperienza terribile, come tra l’altro assistere, spesso in maniera forzata, come era uso ai tempi, alle esecuzioni. Scene macabre, rappresentazioni di morte che il Potere dava di sé stesso per sottomettere con la paura intere popolazioni.

  • Tra i film che ha analizzato, ce n’è uno che considera il “cuore” del suo libro, capace di riassumere l’intero percorso tematico? Oppure il lavoro si regge sull’interconnessione tra diverse opere?

Il lavoro, nel perseguire i propri obiettivi comunicativi, si pone in maniera corale, appunto attraverso l’interconnessione tra le diverse opere, anche se un documentario paradigmatico molto illuminante per fare chiarezza sulla vicenda è BOGRE – La grande eresia europea del regista Fredo Valla che tratta in maniera magistrale le vicende dei Catari, una vera e propria chiesa alternativa nell’Europa medievale, spazzata via dalla Chiesa di Roma in concomitanza con i nobili francesi, al fine di perseguire interessi che andavano oltre il discorso della fede religiosa

  • Ignes Lucis si occupa di emarginati, ma anche di resistenza al potere. C’è un messaggio di speranza che vorrebbe trasmettere attraverso il suo lavoro, o si tratta più di una riflessione critica e disillusa?

Innanzitutto, il saggio vuole essere una riflessione critica, che, come ho detto precedentemente, possa far scaturire la voglia di approfondire argomenti che non sono così lontani da noi come si potrebbe credere. Certo, la situazione attuale è connotata dalla presenza di poteri che divengono sempre più forti e che attraverso ingenti risorse destinate alla comunicazione riescono ad indirizzare l’opinione pubblica dove più è conveniente per i loro interessi. L’unica speranza risiede nella presa di coscienza del presente e nell’opporre una certa resistenza, ma ciò diviene possibile solo attraverso lo studio.

  • Nella sua carriera ha esplorato diversi ambiti, dalla critica cinematografica alla fotografia, dalla musica alla docenza. Quale di questi “linguaggi” sente più vicino alla sua personalità? Oppure tutti convivono armoniosamente nella sua espressione artistica?

Tutti questi linguaggi, che hanno punti di contatto tra loro, secondo la mia opinione, hanno valore nel momento nel quale riescono a mettere l’essere umano con la sua storia al centro del discorso. Il cinema probabilmente è stato il mezzo più incisivo in tal senso. L’immagine ha sicuramente un potere evocativo che attraverso la rappresentazione visiva di un fatto riesce a farlo rivivere in maniera intensa.

  • Infine, se dovesse scrivere una sceneggiatura ispirata alle sue ricerche, che tipo di storia sarebbe? Un racconto storico rigoroso, un dramma personale o magari una metafora contemporanea? Chi sceglierebbe come regista ideale?

Credo che al giorno d’oggi il genere che può rivestire maggiore efficacia comunicativa sia il documentario, o qualcosa che gli somigli molto. Il ritorno al reale, visto magari da angolazioni inusuali, mostrare il vero, spesso scandaloso, mi entusiasma. Penso al lavoro di Frederick Wiseman capace, rossellianamente, solo di mostrare e non dimostrare, oppure al già citato Fredo Valla, capace di parlare, con profonda umanità, di storie apparentemente marginali delle quali non si interessa nessuno. Senza parlare poi di tanti giovani e sensibili autori, penso, tra tanti, a Michelangelo Frammartino o a Luca Calvetta, che riescono a far sentire la loro voce, purtroppo, solo a pochi appassionati.