Francesca Maccani racconta “Agata del Vento”: Magia, Realismo e Donne nelle Isole Eolie
L’autrice svela le sfide della scrittura, il potere femminile e l’importanza delle tradizioni nel suo romanzo vincitore del Premio Racalmare 2024
- Il Premio Racalmare – Leonardo Sciascia città di Grotte 2024 rappresenta un traguardo importante nella carriera di Francesca Maccani. Cosa ha significato per lei ricevere questo riconoscimento, soprattutto con un romanzo così legato alla cultura del Sud Italia come “Agata del vento”?
Vincere il Premio Racalmare è stato veramente un momento di grande emozione per me, poiché si tratta di un premio molto prestigioso e perché avevo accanto a me due amiche scrittrici straordinarie (Costanza Di Quattro ed Eleonora Lombardo n.d.r.), che meritavano anche loro la vittoria, tanto che sul momento pensai di voler fare un atto dadaista e chiedere un ex aequo per tutte e tre. La giuria popolare ha scelto: ha scelto Agata. Quindi credo che questo sia stato un riconoscimento per me, che sono trentina, veramente importantissimo. È stata una serata ricca di incontri molto belli e soprattutto abbiamo dialogato di donne, di libri, di tematiche calde con le altre due concorrenti del premio ed è stato un momento assolutamente costruttivo e del quale conservo un ricordo bellissimo
- Nel romanzo, ambientato nelle isole Eolie, Lei ha mescolato realismo storico e elementi magici. Quali sono state le sfide nel bilanciare la rappresentazione storica dell’epoca con gli elementi mistici che caratterizzano la vita della protagonista, Agata?
Non è stato assolutamente semplice bilanciare in un romanzo storico la rappresentazione realistica e gli elementi magici, perché il rischio di creare una asimmetria, uno squilibrio rispetto a queste due tematiche era veramente alto e fino alla fine sono stata assolutamente combattuta, indecisa e titubante sul fatto di aver effettuato, da questo punto di vista, un buon lavoro. Fortunatamente i riscontri ricevuti in questi ultimi sei mesi mi hanno poi rassicurata, perché certo inserire comunque, per quanto reali, degli elementi legati ad un mondo così intangibile come quello delle “orazioni” o della cura da parte delle majare non è stato semplice.
- In “Agata del vento”, il potere femminile è un tema centrale, incarnato nella figura della majara. Secondo Lei le donne di oggi hanno recuperato parte di quel potere simbolico e sociale che in passato veniva represso e interpretato come stregoneria?
Sfortunatamente credo di no, anzi ho l’impressione che noi donne, fra virgolette moderne, quel potere lo stiamo perdendo ed è il potere delle energie, il potere del sentire, appunto, le energie sottili e del padroneggiarle, che ho l’impressione fosse molto più naturale e sdoganato qualche generazione fa rispetto alla nostra. Chiaramente la tematica della donna associata alla magia ha radici molto lontane dall’epoca classica in avanti passando per la stregoneria, e l’impressione che ho sempre avuto è che questo potere si tenda a reprimerlo, ma per un unico e semplicissimo motivo, la paura. L’uomo, che di sua natura non è portatore di creazione, quindi non ha energia creatrice, è molto spaventato da ciò che non si sa spiegare e soprattutto è molto spaventato da certi poteri femminili: le intuizioni, i sogni premonitori, la capacità di curare, sia del guarire, sia del prendersi cura che del prevenire, sono appannaggio tipicamente femminile. L’uomo, invece, ne è sempre stato molto lontano, per forma mentis, per DNA; nel senso che l’uomo è sempre stato il procacciatore, il cacciatore, la donna è sempre stata colei che si prende cura, per quanto poi culturalmente subiamo, per fortuna, dei processi per cui riusciamo ad accettare, ad accogliere anche gli aspetti più irrazionali che fanno parte della nostra vita. La mia idea è che le donne di oggi invece si stiano sempre più allontanando da questa loro parte magica, mistica, anche animale, per stare sempre più nella parte razionale, questo ci crea dei burnout, quell’insoddisfazione, quella frustrazione che un po’ tutte ci portiamo dietro perché non siamo libere di essere noi stesse.

- Lei ha parlato dell’importanza della documentazione per rendere autentiche le tradizioni e le ambientazioni del romanzo. Quali difficoltà ha incontrato durante la ricerca, e come è riuscita a dare vita a personaggi così radicati in una cultura che non le appartiene direttamente?
Non ho avuto particolari difficoltà nella ricerca della documentazione, soprattutto per le fonti orali, avendo potuto interrogare decine di persone sull’isola di Lipari e soprattutto mi sono avvalsa dell’aiuto di un attendibilissimo storico che è Giuseppe La Greca, riconosciuto come uno dei, credo, più grandi e più informati storici delle isole Eolie e quindi grazie al suo aiuto ho potuto reperire tantissimi materiali, veramente molti di più di quelli di cui alla fine ho avuto realmente bisogno. Questo mi ha aiutato a dare vita a dei personaggi a tutto tondo, arricchendo la narrazione di numerosi aneddoti particolari e descrizioni che ho ricavato sia dai documenti che mi ha passato La Greca che dalle grandi chiacchierate che ho fatto con gli abitanti più anziani di Lipari.
- Francesca, Lei ha raggiunto importanti traguardi nel mondo della narrativa italiana. Quali consigli darebbe a chi oggi vuole intraprendere il percorso di scrittore? Quali sono, secondo lei, le sfide più grandi da affrontare e come superarle?
I miei consigli sono quelli di armarsi di una grandissima pazienza ma anche quello di capire che il mestiere dello scrittore non è un mestiere romanticamente inteso, di colui che si siede e aspetta l’ispirazione per scrivere, no, è un mestiere che richiede una grandissima disciplina tecnica, abnegazione, sacrificio. Ad esempio, io per scrivere questi tre romanzi ho sacrificato vacanze, fine settimana, uscite, perché ogni momento libero serviva per sedermi davanti al computer e anche se scrivevo e buttavo, cosa che si fa, io avevo bisogno di avere questa routine. Per cui non mi sono mai veramente staccata dai miei romanzi mentre li scrivevo; quindi, per mesi e mesi io ho scritto prevalentemente la notte perché lavorando di giorno e dovendo gestire tre figli, il momento diciamo per me ideale è quando tutto si spegneva; quindi, iniziavo a scrivere intorno alle dieci di sera e andavo avanti fino a mezzanotte e mezza, l’una, nonostante poi l’indomani dovessi andare a lavorare. Quindi credo che la sfida più grande sia rendersi conto che scrivere non è dare libero sfogo alla propria vocazione o al proprio desiderio di buttare giù una storia, ma è assoluta disciplina e quindi avere anche l’occhio per capire che quello che si è fatto, che si è scritto non va bene, che va rifatto, che va a volte proprio buttato e riscritto ed è un lavoro estremamente faticoso che richiede anche tanto sapersi autoregolare, poi chiaramente è anche importante la figura dell’editor, di chi ci accompagna appunto nelle case editrici. Ho la fortuna di lavorare con un editor straordinaria che è Caterina Campanini della quale mi fido ciecamente, con la quale ho fatto veramente un ottimo lavoro con la quale vado molto d’accordo. Lei mi ha accompagnata nella stesura dandomi alcuni consigli, la cosa bella è che i consigli riguardano solo i contenuti o il ritmo da dare alla storia o creare qualche cliffhanger in più per agganciarsi, per creare aspettative. Tutto ciò con delle belle chiacchierate.
Caterina non è mai intervenuta sulla mia scrittura e questo mi ha dato veramente la forza e la consapevolezza per riuscire ad andare avanti con le mie forze e con fiducia perché io sono una persona molto insicura e quindi ho sempre paura che la scrittura non sia abbastanza intensa, non sia abbastanza descrittiva, non sia abbastanza bella, non sia abbastanza coinvolgente e invece devo dire che gli interventi editoriali sono stati principalmente sul ritmo, sul concatenarsi, mai proprio sulla scrittura vera e propria che invece è la mia cifra assolutamente personale. Grazie per questa intervista e a presto.
Grazie a lei per la sua disponibilità.
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