IL PENSIERO POLITICO DI DANTE ATTRAVERSO LE SUE OPERE (PARTE TERZA)
Articolo a cura di Marzia Snaiderbaur
Nel Purgatorio nel canto sesto Dante prende spunto dallo slancio affettuoso di Sordello verso Virgilio: Virgilio insieme a Dante si avvicina a un anima soletta, che stava per i fatti suoi, e le si avvicina per chiedere quale fosse la strada migliore per proseguire il cammino, e l’anima non rispose al suo dimando, ma chiede del loro Paese e della vita ; il dolce duca incominciava Mantua e l’ombra tutta in se’ romita, surse ver noi del loco che pria ed esclama :Io son Sordello della tua terra e l’un l’altro abbracciava, quindi questo slancio tra i due Mantovani pure se separati da diversi secoli, si abbracciano .Era bastato ad entrambi solo sentire il nome di Mantova, che ci richiama il famoso epitaffio di Virgilio, Mantua me genuit, per gettarsi l’uno nelle braccia dell’altro braccia. Da questo slancio, esempio di amor di patria e di concordia civile, da questa immagine di amore fra concittadini, ecco che Dante è spinto a lanciare l’invettiva contro la degenerazione del senso civile in Italia e contro le lotte fratricide. In questa appassionata invettiva in cui si sente tutto l’amore dell’esule e costruita con raffinati procedimenti retorici (come l’apostrofe, le personificazioni, anafore, metafore, perifrasi, similitudini e allitterazioni, tutti espedienti che provocano forti reazioni nei destinatari) in cui si può sentire anche tutta la sua sofferenza di cittadino e di uomo. Qui si trattano i temi politici centrali della riflessione dantesca: la decadenza dell’Italia che da dominatrice è diventata luogo di passaggio, da giardino dell’Impero si è trasformata in deserto, e le lotte fratricide che sconvolgono le città italiane rendono l’Italia serva. Tutto ciò è causato dall’assenza di una guida, perché l’imperatore non porta a termine il compito affidatogli da Dio. Tutto è aggravato dalla corruzione della Chiesa, che usurpa i poteri politici e dalla decadenza della nobiltà feudale. Roma è vedova e sola, invece di essere la capitale dell’Impero come voluto da Dio.
Dante e la sua visione provvidenzialistica della storia
Non bisogna mai dimenticare che Dante, come uomo medievale, ha una concezione provvidenzialistica della storia; pertanto, ritiene che la Storia romana sia un antecedente della storia a lui contemporanea. L’ invettiva culmina nell’ antifrasi piena di doloroso sarcasmo rivolta a Firenze, in cui si concentrano tutti i mali: la demagogia di chi si propone per le cariche politiche, pur non avendo i requisiti l’incostanza dei comportamenti, le continue variazioni di leggi, costumi, istituti con una mutevolezza che non è segno di dinamismo ma di instabilità, come dimostrano i versi “molti rifiutano lo comune incarco”, cioè molti si sottraggono alle cariche per pudore, perché non si sentono all’altezza, “ma il popol tuo sollecito risponde e grida i mi sobbarco…. tu ricca tu con pace e tu con senno s ‘io dico il vero, l’effetto non nasconde… Atene e Lacedemona, cioè Atene e Sparta, che fenno le antiche leggi e furon si civili fecero al viver bene. Un picciol cenno verso di te che fai tanto sottili provvedimenti ca a mezzo novembre non giugne quel che tu dopo tre fili… quante volte del tempo che rimembri legge moneta, ufficio e costume hai tu mutato…” (Dice appunto che tutti i provvedimenti legislativi che in Firenze si facevano ottobre non arrivavano a metà novembre, dato che celermente venivano cambiati).

L’ultima riflessione politica la troviamo nel sesto canto del Paradiso. Il protagonista è Giustiniano, perché è incarna la figura dell’imperatore esemplare. Infatti, lui prima di tutto è il discendente dei Cesari, di chi ha guidato l’impero romano, inoltre è reverente nei confronti del Papa, perché inizialmente era stato seguace di un’eresia (il monofisitismo) e poi il Benedetto Agapito, il Papa del suo tempo, lo aveva ricondotto sulla retta via. E quindi si vede che Giustiniano appare come la figura di imperatore che Dante aveva tratteggiato nel Monarchia, non solo, ma è l’imperatore legislatore, colui il quale “trasse nelle leggi il troppo e il vano”, l’autore dell’opera grandiosa del Corpus iuris giustinianei, l’opera straordinaria in cui si compendia la conquista più significativa della civiltà romana, il Diritto, che è stato alla base della civiltà occidentale. Giustiniano è l’imperatore legislatore, il quale può gestire l’Impero per mezzo delle leggi che erano appunto l’eredità più alta, più straordinaria della civiltà romana, quella che noi, in quanto eredi di questa splendida civiltà, abbiamo tramandato a tutte le altre civiltà che si sono susseguite nel mondo e nel tempo. Dante per mezzo di Giustiniano conduce una sintesi storica potentissima di tutta la storia romana fino a Cesare, al quale sono dedicate sei terzine, fino ad Augusto. Ma la cosa più importante che l’Impero Romano compie attraverso il suo magistrato Ponzio Pilato è la morte di Cristo, perché questo per Dante è il nodo più importante della storia dell’umanità. Infatti proprio questa morte consente di ristabilire l’alleanza tra Dio e l’uomo che si era perduta col peccato di Adamo ed Eva e poi attraverso Tito, che distrugge il tempio di Gerusalemme, quindi fa vendetta del peccato antico; la carrellata storica arriva fino a Carlo Magno che salva la Chiesa, e quindi contemporaneamente il Cristianesimo rinnova l’Impero, così Giustiniano dimostra che nella storia di Roma si attua la giustizia divina inseparabile dal concetto stesso di Impero. E’ così che si attua nella terra il buon governo e la pace. E quindi lo sguardo del poeta si rivolge ancora una volta alla terra e, con toni molto duri, egli dimostra come siano in errore sia i Guelfi che i Ghibellini che riducono notevolmente la portata della grandezza del simbolo dell’Aquila imperiale. E perché? Perché i Guelfi si oppongono al sacro simbolo imperiale e i Ghibellini lo usurpano perché scelgono di essere servi dei Gigli gialli, cioè della monarchia francese. E il canto si chiude con una figura che ha un grande valore politico: la bellissima figura di Romeo di Villanova, nel quale possiamo vedere la figura stessa di Dante. Romeo di Villanova fu un funzionario del duca Beringhieri, al quale diede soddisfazioni enormi, risultati che mai il duca avrebbe potuto immaginare. Le sue quattro figlie grazie a lui sposarono quattro re e fece prosperare il Ducato incredibilmente. Poi però Romeo, colpito dalle parole biece, cioè dall’invidia dei cortigiani e fu cacciato miserevolmente dal suo Duca, così Romeo, persona umile e peregrina, fu costretto all’esilio: “indi partissi povero e vetusto, e se il mondo sapesse il cor che li ebbe mendicando sua vita a frusto, a frusto assai lo loda e più lo loderebbe”. In queste parole noi ritroviamo la condizione dell’esule, costretto a mendicare, a frusto, a frusto, a tozzo, a tozzo, e siamo riportati alla profezia “tu saprai come sa di sale lo pane altrui e lo scendere e il salir per l’altrui scale”. Quindi Dante, che sperimentò sulla sua pelle l’invidia dei suoi concittadini, e saltando Romeo esalta se stesso senza mostrarlo, perché è molto più modesto di come noi l’abbiamo immaginato e naturalmente mette Romeo in paradiso, in cui comunque metterà pure il suo antenato Cacciaguida, crociato appartenente all’antica nobiltà fiorentina, ma questo argomento può essere oggetto di altra riflessione.
FINE
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