20/04/2026
L’invito a pranzo
Raccolte Racconti Brevi

L’invito a pranzo

Apr 11, 2024

Da una settimana che i “miei familiari” erano partiti per andare a trovare mia sorella che era diventata mamma di una bella bambina di tre chili e settecento. Ero rimasto solo a casa, dovevo sostenere degli esami all’università.

La signora Ninetta che, aiutava in casa mia madre, colse l’occasione per andare al suo paese per sistemare le sue faccende rinviate da tempo immemorabile.

Mia madre pensava che per una settimana mi sarei arrangiato. Avrei mangiato alla trattoria di Santino u ‘ngrasciatu, a due passi da casa e magari avrei goduto di qualche invito dei miei amici.

.

Purtroppo le settimane erano diventate tre e di arricamparisi non se ne parlava. Mio padre non si rassegnava a lasciare la piccola Cora, e mia sorella avendo avuto un parto travagliato non stava bene. Tornando a casa riflettevo come mai mia sorella si era incaponita a chiamare Cora la bambina, conclusi che lo aveva fatto perché era alla moda e perché le erano piaciti sempre i noni brevi. Sorrisi a questa riflessione, pensai alla teoria di Massimo Troisi sui nomi, brevi e lunghi nel film “Ricomincio da tre”.  Assorto in questi pensieri, dopo l’ultimo esame andato bene, quando cominciai a salire le scale di casa, pensavo che anche oggi avrei mangiato della rosticceria e a cena pizza, d’altronde come avevo fatto per molti giorni. Pensai di saltare il pranzo, un giorno di digiuno non mi avrebbe fatto male, anzi mi avrebbe giovato, saltare per un giorno il pasto avevo sentito dire che era una pratica dietetica.

Mi assalì la nostalgia delle cose buone che cucinava mia madre, perché tutte le volte che un piatto cucinato da lei toccava la tavola era un piacere per la gola. A questo ricordo provai la carezza dell’anima del peccato capitale del vizio e sentii un’irrefrenabile ingordigia.

Quel giorno, pensai che, mi sarei accontentato della pietanza che amavo di meno, la minestra di broccoli, in quel momento pensai che mi sarebbe sembrato un pasto luculliano.

Mentre riflettevo sulle mie disgrazie culinarie, la signora Pina che mi aspettava al varco, fece scattare il chiavistello della porta di casa sua, fui destato dai miei tristi pensieri. La voce della donna mi penetro in testa come un sibilo, e impaurito la guardai vedendo la bocca che si muoveva velocemente, non capendo niente di quello che diceva, alla fine sentii solo dire:

«Sei d’accordo? »

 Ma d’accordo a cosa? pensai. Non avevo sentito niente di quello che aveva detto. Per non dispiacerle e per levarmi dall’impiccio, risposi senza riflettere

«Certo signora Pina che sono d’accordo!»

E lei «Ti aspetto tra un quarto d’ora venti minuti massimo».  E sbatte la porta senza che potessi replicare.

Continuai a salire le scale del palazzo antico dove abitavamo, pensai che quello scalone, nei secoli precedenti fosse stato calpestato dai miei antenati e da dame e cavalieri certamente più importanti di me misero studente di architettura.

Entrai in casa mi richiusi dietro la porta, guardai il divano con la tappezzeria verde muffa, colore che avevo sempre odiato, mi ci fiondai sopra senza togliere il cappotto, tenendo ancora ben stratta la borsa con i libri. Ero stanco, forse più che stanco ero annoiato, la solitudine che vivevo cominciava a pesarmi.

Sentii la voce di mia madre, che non appena sbattevo la porta, dalla cucina cominciava ad impartirmi gli ordini di rito, mi resi conto che mi mancava, quando mi redarguiva provavo fastidio, ora che non c’era, mi mancava quella raffica di ordini che mi impartiva: “levati la giacca, mettiti la vestaglia, indossa le ciabatte, lavati le mani che tra cinque minuti si mangia. E quando eravamo a tavola partiva la domanda canonica: “com’è andata oggi la tua giornata?” Anche se risposte erano le stesse ogni giorno, lei la domanda la faceva lo stesso.

Questo per lei era un rito da celebrare ogni giorno, questo negli anni passati lo aveva fatto a mio padre prima che andasse in pensione, a mia sorella prima che si sposasse e ora toccava solo a me ricevere le sue attenzioni con questo suo interrogatorio.

Mi resi conto che mi mancava, quella che in tempi normali giudicavo un’ingombrante e invadente presenza, ero orfano di questa routine, ma soprattutto mi resi conto che mi mancava il suo cibo sublime che alla fine di ogni pasto mi metteva di buon umore.

Pensai questi pensieri avessero occupato un minuto, lo squillo del telefono mi desto mi richiamo alla realtà, allungai la mano e presi la cornetta per rispondere. Dall’altro capo sentii la voce della signora Pina, che mi fece una domanda e senza espettare che dicessi pronto disse tutto di un fiato

«Ancora un t’arricampi? Si stannu arrifriddannu tutti cuosi ».

 Solo allora mi resi conto quello che non avevo capito prima, quella bocca che si muoveva velocemente era stato un invito a pranzo.

Nell’imbarazzo assoluto risposi:

«Mi scusi signora ma mi ha chiamato mamma e mi ha fatto perdere un po’ di tempo».

E lei addolcendo il tono da generale

 «Glielo hai detto che oggi pranzi con me?»

 Imbarazzato per la bugia, tagliai corto «due minuti e sono da lei e le racconto tutto».

Alla fine del pranzo avevo spostato di due taglie il cinturino dei pantaloni mi sentivo veramente sazio, la signora Pina aveva fatto un ragù di una bontà che definii nel mio cuore commovente. La mia ospite visibilmente compiaciuta ed esaltata per questo suo capolavoro culinario gongolava soddisfatta.

Mi scappo un: «buona questa braciola di maiale», fu a quel punto che mi dovetti sorbire tutta la sua filosofia sulla salsiccetta alla siciliana che non si poteva chiamare braciola.

Mi spiegò che la braciola è quella che si cuoce sulla brace, con sdegno pronuncio la sua filippica, il tono che stava usando era quello di chi giudica l’interlocutore come: «sei proprio un ignorante» concluse che questa cotta con l’estratto allungato con la salsa di pomodoro delle bottiglie fatte da lei, si chiamava a sasizziedda.

Non me lo disse ma mi sentii un ignorante lo stesso e quando mi guardo sperai fosse uno sguardo tenero, ma guardando meglio mi resi conto che mi stava compatendo.

Poi, si mise comoda e mi parlò del “suo” ragù, degli ingredienti che usava e del tocco finale, a suo dire, che era solo lei capace a dare, il gusto così particolare lo otteneva mettendo una sottile striscia di lardo avvolta al centro dell’impasto della mollica, la salsa di pomodoro la impastata con EVO di sua produzione, il resto era normale.

Per intrattenere un minimo di conversazione, vantai l’uvetta passa dicendo che mi era piaciuta, e a quel punto la signora Pina partì con la seconda filippica sulla precisione che si doveva avere nello sceglierla, di sapere bilanciare l’impasto tra il cacio cavallo fresco e pecorino stagionato, e lì capii avrei fatti meglio a tacere.

Quando tentai di mettermi in piedi ebbi la sensazione che, se fossi caduto avrei rotolato per la stanza se non mi fossi appoggiato al tavolo, il pasto generoso e il rosso di Pachino tracannato, mi avevano reso instabile.

Guardando la signora Pina, mi resi conto che si era stampato in viso quasi un ghigno di soddisfazione vedendomi in queste condizioni.

Capii che ero pronto per affrontare un piacevole coma digestivo con una siesta.

Qualche tempo dopo mia madre mi confesso che l’idea della mia abbuffata era stata la sua, che si era servita della signora Pina, per tendermi questa piacevole imboscata. Si era resa conto che in sua assenza  non sarei riuscito a fare un pasto decente come mi aveva abituato lei.

Ancora oggi pensandoci bene, penso che mia madre non ebbe una cattiva idea a servirsi della signora Pina per sfare il mio peccato di gola.

Ogni tanto quando faccio pasti luculliani in compagnia di amici, ripenso al ragù della signora Pina mi viene da sorridere da solo e quando qualche commensale mi chiede perché sorrido con imbarazzo racconto questo aneddoto della mia vita.

Non capisco perché a loro non viene da ridere come a me.

Tratto dalla raccolta “I miei cunti…” ricordi più o meno reali