Massimiliano Reggiani racconta Rocco Luvarà: “Silenzio. Il rumore della memoria” e il Gran Camposanto di Messina
Rocco Luvarà fotografa e rilegge il “Gran Camposanto” di Messina, il Cimitero monumentale fra i più belli d’Europa, inaugurato nel 1872 su progetto dell’architetto Leone Savoja. Luvarà lo percorre, lo frequenta e ne raccoglie in centinaia di scatti l’identità. Con questo mosaico d’immagini ricava una straordinaria riflessione sull’uomo e sull’arte: da un lato la necessità storica di eternarsi, dall’altro la sete inestinguibile di empatia e vicinanza tra esseri umani superando con l’emozione la barriera fisica del tempo. La fotografia perde il valore di documento; la storia e la cronologia sono volutamente tenute distanti; l’immagine si trasforma in nuova materia, diventa un libro e poi la mostra: “Silenzio. Il rumore della memoria”.

Identità, Cura e Memoria: sono gli elementi costitutivi del “Gran Camposanto”. “Orate pro defunctis” è l’indicazione data a chi vi entra, un Cenobio per le sacre funzioni e un Famedio per eternare la gloria rendono spiritualmente funzionale l’intero complesso che accoglie, oltre ai cristiani, anche la sezione inglese e quella acattolica. Ventidue ettari dedicati a salvare dall’oblio chi ci ha preceduto, una macchina accurata e simbolica per legare il passato al presente nel segno di una imperitura bellezza. Lo sforzo di un’intera società per combattere il nichilismo motivando i cuori, creando modelli, esaltando virtù. Il cielo prende forma: scende alato a cullare il viaggio delle anime verso l’immortalità.

Identità: ogni sepolcro è strettamente legato alla storia del defunto, tutto diventa simbolico: ne racconta gli ideali, le sofferenze, l’immagine sociale. Cura: ogni gesto unisce i vivi alla presenza immateriale dei propri antenati, i cittadini meritevoli allo spirito degli uomini illustri. Memoria: l’intera comunità sente la forza delle radici e la saggezza trasmessa attraverso questo continuo contatto tra passato e presente. Il “Gran Camposanto” — intriso di luce naturale e di bellezza del creato, di preghiera corale che supera le barriere del tempo — accoglie la presenza del divino e guarda ai suoi emissari fermati nel bronzo e nella pietra. Putti, amorini, angeli che guidano, abbracciano, sostengono il morente nel transito più alto.

Rocco Luvarà, artista contemporaneo e non solo fotografo, scardina e supera tutto questo con un gesto potente. Ritrae i corpi nella loro efebica bellezza, cattura le mani carezzevoli, gli sguardi pensosi, i visi estatici, i volti solenni con i simboli evidenti del proprio tempo. Guarda al ritmo delle colonne, ai giochi d’ombra e di luce, ai decori cesellati che ricamano la dura pietra rendendola eco struggente dei fasti passati. Volontariamente non lega le tombe ad alcun nome, le statue a una bottega, i ritratti ad alcun artista. Per lui il “Gran Camposanto” contiene luce nel silenzio e brusio nella memoria. Scattando le immagini sente emergere una realtà diversa, della quale il cimitero è semplicemente corpo.

L’umanità è l’anima della fotografia di Rocco e questa diventa la nuova chiave di lettura del Camposanto. Il luogo in cui l’essere umano — con la pacata vitalità della presenza — annulla il terrore della morte, il corrompersi della carne e lo spegnersi del palpito vitale. Persone che camminano lungo i viali, persone di pietra che guardano senza muoversi il rincorrersi delle stagioni; lattanti eternamente bimbi e puerpere addormentate in un sonno senza tempo. In queste sculture non ci sono gesti eclatanti, pose teatrali, meraviglie improvvise. Vi è la composta normalità del vivere che Luvarà ha cercato in ogni sua opera, costruita con una mescolanza di immagini, note, esperienze personali, appunti di viaggio: taccuini scritti e taccuini fotografici.

Rocco Luvarà si definisce un fotografo di strada, un predatore di immagini. In realtà è un pensatore riflessivo e introverso che fa della propria vita un percorso di conoscenza. Usa l’obiettivo per trattenere e il proprio corpo per immergersi nell’esperienza del mondo. Ragiona su un concetto, lo insegue nel suo manifestarsi, quando lo sfiora trasforma la visione in immagine. Le parole servono solo per comprendere ma la comunicazione è empatica, viscerale, basata sulla comunione di momenti. Fotografare per lui significa questo: condividere l’esperienza. Per questo ogni suo progetto artistico nasce e finisce con il raggiungimento di un nuovo livello spirituale: è il diario di un cammino fatto insieme.

Porgere l’esperienza, tendere una mano amica, donare il proprio mondo all’altro: è il suo tratto caratteristico. I suoi libri fotografici sono tratti di vita, allo stesso tempo sereni e struggenti. “Ultreia. Un giorno, uno sguardo” e “Passo dopo passo” raccontano il pellegrinaggio iberico, verso la tomba di San Giacomo Apostolo. “Degrado in arte” è un esempio vissuto di archeologia industriale. “Panchine” diventa un invito al gesto riflessivo, per compensare la violenza dell’istinto. “Ciminna. Fotocuriosando fra vicoli e gente” è la scoperta di un borgo inaspettato. Adesso “Silenzio. Il rumore della memoria”, l’opera più matura che racconta la fragilità dell’uomo e la straordinaria paura di riconoscersi solo.

La mostra fotografica di Rocco Luvarà “Silenzio. Il rumore della memoria” sarà presentata a Messina dal 14 al 20 novembre 2026, presso KALÓS Studio d’Arte, in via Ghibellina 120.
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