Dormimondo di Anna Valente e la verità dei sogni
Un viaggio ad Asgard dove è posssibile incontrare il valore del ricordo e il potere delle storie
Fanny ritrova il treno che l’aveva accompagnata tra le pagine del primo Dormimondo. La vita quotidiana e l’insonnia l’hanno tenuta lontana dal regno dei sogni, dove ora la attende un paesaggio mutato: i binari attraversano la neve di Asgard e ai compagni conosciuti si affiancano divinità nordiche. Accompagnata da Morfeo, incontra donne impegnate a difendere le proprie aspirazioni, personaggi di libri e presenze legate agli affetti. I desideri assumono la forma dei graupel, piccoli grani di neve che ne custodiscono le immagini. In Dormimondo. Il viaggio ad Asgard, Anna Valente conduce così la protagonista verso esperienze nelle quali la fiducia nel sogno deve misurarsi con la guerra e con la perdita.
La voce di Fanny e il tempo del sogno
Il treno è già in corsa quando inizia il racconto. L’apertura in medias res affida a Fanny le domande che orientano anche il lettore, mentre un luogo familiare diventa improvvisamente estraneo. Le quattro parti e l’epilogo raccolgono episodi relativamente autonomi, uniti dal viaggio e dalla continuità della protagonista. L’intreccio procede soprattutto attraverso gli incontri: ciascuna sosta aggiunge qualcosa alla conoscenza che Fanny ha degli altri e di sé.
Prevale una narratrice autodiegetica, che racconta la propria esperienza. La focalizzazione interna lega quanto apprendiamo alle sue percezioni e ai suoi interrogativi. I richiami all’attività di scrittura e i momenti in cui Fanny viene chiamata Anna rendono riconoscibile una prossimità autobiografica, affidata alla trasfigurazione del personaggio. Questa prospettiva, tuttavia, si amplia nel Patto del Silenzio, dove il racconto segue Odino anche in assenza della protagonista e ne restituisce i pensieri, all’io qui si affianca così una narrazione esterna con accesso all’interiorità altrui.
Morfeo svolge la funzione di guida, regola l’accesso ai sogni e accompagna Fanny attraverso domande, rimproveri e rassicurazioni. La relazione conserva una familiarità che consente anche il battibecco. Nel confronto con Odino, invece, è Fanny ad assumere il compito di guidare: conduce il dio verso ciò che il suo sapere non gli ha permesso di comprendere. Il cambiamento del suo ruolo dà consistenza al percorso di maturazione.
Le figure secondarie sono spesso costruite intorno a una qualità dominante. Elita, editrice, diventa la Raccoglitrice di Sogni; la tenacia di Milena prende il nome di Lady Lava. L’appellativo concentra in un’immagine il senso del ritratto. Altrove la caratterizzazione passa attraverso un’azione: Roberta intreccia i capelli di Vanessa perché un avversario non possa afferrarli ed è così che il gesto quotidiano rende visibile la cura e la trasforma in protezione. La vicinanza affettiva della narratrice orienta questi incontri, talvolta fino a lasciare poco spazio alle contraddizioni dei personaggi.
Anche i luoghi hanno una funzione narrativa precisa. Il treno offre una cornice mobile nella quale possono incontrarsi persone di epoche diverse e creature provenienti dai libri. I vagoni raccolgono esperienze professionali, legami familiari, attese. Asgard, con il gelo e l’incombere del Ragnarök, introduce la prova e la minaccia; Petra e il Mar Rosso riportano invece il desiderio alla concretezza di un lavoro e di una vita possibile. Segnale visibile di un paesaggio che cambia seguendo ciò che Fanny deve affrontare.
Il riferimento iniziale al 2025 àncora la veglia a un presente riconoscibile. L’uso prevalente del presente verbale avvicina il racconto al momento dell’esperienza. Nel sogno, la durata rimane elastica: le notti si susseguono attraverso risvegli ed ellissi, mentre i ricordi aprono ritorni al passato. Marylin porta al polso un orologio senza lancette; altrove il treno si immobilizza davanti alla separazione dagli affetti. Il tempo del racconto segue così il peso emotivo degli incontri. I dialoghi danno spazio alla scena, rallentata dalle pause riflessive della narratrice.
La lingua conserva un andamento colloquiale, sostenuto da domande, esclamazioni e interventi rivolti direttamente al lettore. Il pigiama di Fanny, il gatto Zoro e la ricerca di un caffè avvicinano il mito alla quotidianità. Nel confronto con Odino il registro si fa invece solenne, con descrizioni più ampie e immagini di devastazione. Gli inserti in versi, fra cui Nevicata per Te, sospendono ulteriormente l’azione e affidano alla forma lirica ciò che il ricordo rende doloroso.
Il racconto tra memoria e consolazione
La forza di Dormimondo emerge quando un sentimento acquista una consistenza che il lettore può immaginare. I graupel si raccolgono fra le dita, cambiano colore, custodiscono figure. Il desiderio diventa qualcosa di fragile di cui prendersi cura. Anche il gelo assume significati diversi: accompagna lo smarrimento, ma può conservare una presenza: questa mobilità delle immagini sostiene il passaggio dalla meraviglia iniziale alle pagine dedicate alla perdita.
Il racconto riflette inoltre sulla vita delle proprie creature. In Airomem, Azzurra, Amina, Bianca e Ania scoprono la loro condizione di personaggi; Ania reagisce mettendo in dubbio la realtà stessa di Fanny. Il successivo incontro con le rispettive autrici produce un effetto di metalepsi, facendo comunicare piani narrativi normalmente separati. Valente conduce la scena verso il riconoscimento affettivo fra chi scrive e chi viene scritto, mantenendo conflittuale il tentativo di rappresentazione.
Un riferimento esplicito a un classico è in Sandman di Neil Gaiman, cui Valente rende omaggio nel capitolo Kai’ckul. Il legame con Shakespeare passa attraverso l’episodio del fumetto Sogno di una notte di mezza estate: la commedia viene rappresentata davanti alle creature fatate che vi compaiono, affidando al teatro la possibilità di conservarne la memoria. È in questo contesto che Gaiman sviluppa la riflessione sulle «verità d’ombra» ripresa da Valente: un racconto può esprimere una verità anche attraverso eventi mai accaduti. In Dormimondo questa idea riguarda soprattutto gli affetti: gli incontri di Fanny con chi ha perduto rendono visibile un legame che l’assenza non ha esaurito. La fantasia assume così una funzione conoscitiva, dando forma al dolore e al bisogno di proseguire un dialogo interrotto. Il richiamo a Gaiman chiarisce la poetica di Valente, che affida alla scrittura la possibilità di custodire ciò che nella vita non può più tornare.
Nel Patto del Silenzio, la conversione dello sguardo di Odino serve soprattutto a rendere evidente il valore della pace. La favola morale prende il sopravvento e riduce l’incertezza del confronto. Le pagine acquistano maggiore profondità quando lasciano affiorare qualcosa che la fiducia, da sola, non riesce a risolvere.
Accade nell’incontro con il soldato di Addio, Bella Ciao, dove la speranza incontra una perdita che non sa impedire. E accade, in modo ancora più problematico, nel Treno dell’Ultima Sera: Fanny rassicura la madre sulla felicità dei figli e ammette di mentire. Il lettore conosce la distanza fra ciò che è accaduto e ciò che viene raccontato per consentire un congedo. Il gesto nasce dall’amore, ma apre una questione critica: fino a che punto il desiderio di proteggere chi amiamo ci autorizza a modificare la verità?
È una tensione che dà al libro una complessità ulteriore rispetto alle sue dichiarazioni di speranza. La scrittura può custodire un legame, offrirgli un’altra possibilità di espressione; resta però il limite di ciò che non può restituire. Il Binario dell’Oblio Gentile raccoglie questa consapevolezza, portando Fanny a riconoscere anche i desideri rimasti incompiuti.
Infine il viaggio prosegue, portando con sé anche ciò che Fanny non ha potuto cambiare.



