Massimiliano Reggiani racconta “L’incanto del mito”: Botero alla Villa Aurea di Agrigento
Nell’ottocentesca Villa Aurea del Parco dei Templi di Agrigento rivivono in una toccante esposizione le scene di vita quotidiana dell’artista colombiano Fernando Botero. Con la mostra “L’incanto del mito” curata Fernando Botero Quintana e Nicola Barbatelli, si possono ammirare in esterno le opere in bronzo, mentre nel buio vellutato splendono luminose le opere su carta, principalmente acquerelli di cui alcuni insolitamente grandi nelle misure e maestosi nella composizione. Un parco archeologico non raccoglie solo monumenti ma svela con attente stratigrafie le tracce della vita quotidiana, che il visitatore assapora con un senso di stupita e rassicurante continuità. Gli acquerelli di Botero si inseriscono con grazia e coerenza in questo flusso di eterno presente. Sono opere senza narrazione, immagini che il Maestro ha voluto fissare sulla carta negli ultimi anni di attività.

È interessante riflettere su quanto ci appartenga culturalmente l’arte di Fernando Botero che discende da una stirpe italiana salpata da Genova nel 1780 per raggiungere Medellin, in Colombia. Nato nella medesima città nel 1932 si forma nel grande centro sudamericano abitato quasi esclusivamente da bianchi: gli amerindi rappresentano lo 0,1% della popolazione attuale. Quando i fratelli Botero vi giunsero erano passati poco più di due secoli dall’arrivo dei Conquistadore e la corona di Spagna aveva ufficializzato la fondazione del nuovo centro, Villa de Nuestra Señora de la Candelaria de Medellín, nel 1675. L’arte di Fernando Botero è figlia e si è nutrita di questa cultura europea. Rami di parenti fioriti nel Nuovo Mondo senza contaminarsi con l’identità delle popolazioni indios che le preesistevano. Guardare queste opere, in fin dei conti, è un ritrovarsi a partire da “La donna del circo” acquerello di grande formato condotto con cura meticolosa e felliniana sensibilità.

Stesso titolo e dimensioni altrettanto estese, circa un metro il lato maggiore, per raffigurare una malinconica bellezza con gli abiti volutamente esagerati il cappello pomposo. Il tendone dello spettacolo ambulante, un richiamo sotteso alla commedia dell’arte, a personaggi picareschi in cui rivivono amplificati vizi e vezzi della società. La tarda pittura di Botero è fortemente scultorea, non tanto per la solenne presenza dei protagonisti quanto per la solitudine dei corpi nello spazio.

Ne “I musici” opera del 2023, ultimo anno di vita di Fernando Botero, l’incanto della melodia sembra effettivamente espandersi dall’opera all’osservatore: il cantore è assorto nel proprio ruolo, il suonatore guarda fuori scena e si perde in orizzonti lontani. Sono corpi trascinati da un moto che tutti conosciamo ma che carta e colore non riescono a possedere: il suono. L’atmosfera di concentrato distacco assolve proprio a questo: farci immaginare, anzi sentire, ciò che conosciamo e a cui l’opera allude. Come Angeli musicanti di antiche pale d’altare, semplicemente intrisi di sentori da festa e vestiti d’abiti dignitosamente logori.

Il gioco degli sguardi intrecciati in “Coppia che balla” mira invece ad escludere l’osservatore che guarda ma non può comunicare con il diletto compiaciuto dei danzatori. Come ne “I musici” un’evidente campitura viola sottolinea la profondità dello spazio: è il luogo dell’emozione, la musica che forse si fa colore ed entra in questo modo fra gli elementi attivi e non solo suggeriti del dipinto. L’uso di queste nuvole apparentemente indefinite non è affatto casuale: proprio perché non hanno l’obbligo di raffigurare si fanno portatrici di altri elementi, che noi percepiamo ricostruendo mentalmente la scena. Fernando Botero ci suggerisce così l’atmosfera, ritmata e malinconica, di un canto della nostalgia, un fado o chissà quale altra musica purché intensa, vellutata e struggente.

Per contrasto la “Coppia Nuda” è solo presenza e memoria: volumi di corpi e suggestione di stili che da Micene all’Egitto tendevano a distinguere il sesso anche con il colore dei corpi. Non è solitudine ma coesistenza, il luogo della mente non ha più uno spazio comune ma differenti paesaggi in cui ognuno cerca ristoro dal presente. Fernando Botero è lirico, introspettivo, sensibilissimo alla condizione umana. La guarda e la dipinge fingendo di osservare altri soggetti, comparse casuali, elementi transitori della scena. Un cane vorrebbe la sicurezza di una casa eppure vive sulla piazza, in una libertà apparente. Una giovinetta si abbandona al riposo: non è il fiore della festa a renderla felice ma il distacco da una ruvida realtà. Il carboncino su carta “Donna sdraiata” non è uno studio preparatorio ma un’opera finita. Il colore appartiene alla dimensione del reale, la sua assenza ci indica un altrove: in quello spazio onirico la protagonista forse riesce a vivere una propria felicità.

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