16/07/2026
Il diavolo veste Prada 2: la recensione di Gigi Vinci
Le Carnet Mondain Rubriche

Il diavolo veste Prada 2: la recensione di Gigi Vinci

Lug 2, 2026

Articolo a cura di Gigi Vinci

Cari lettori, finalmente ho visto Il diavolo veste Prada 2 e, devo dire, mi è sembrato un remake un po’ annacquato de Il diavolo veste Prada. Fondamentalmente si ripete lo stesso modulo narrativo, con una sorta di similitudine con Emily in Paris, questa volta sembra quasi una “Emily a New York” e, perché no, una “Emily a Milano”, anziché a Roma.

La cosa che più si nota nel film, però, è la mancanza di stile negli abiti che si vedono, soprattutto in quelli indossati da Miranda Priestly, interpretata da Meryl Streep. Sembrano gli abiti di una nonna che abbia frugato nell’armadio della propria nonna, alla ricerca di capi volutamente demodé e di cattivo gusto. Continua a dominare il tormentone del vintage d’autore acquistato di seconda mano, insieme ai soliti richiami, sottintesi, alla moda sostenibile e ai tessuti naturali di una volta, argomenti che ormai vengono ripetuti come un mantra.

A mio avviso, però, la moda è creatività e la creatività non può avere limiti. Se le si impongono confini e regole, smette di essere davvero creativa.

Nel film compaiono anche personaggi di grande richiamo, come Donatella Versace e Lady Gaga, che certamente incuriosiscono il pubblico, ma la loro presenza, da sola, non basta a migliorare una trama che nel complesso convince poco.

Ho avuto l’impressione che questo sequel sia stato realizzato soprattutto per richiamare il successo del primo film. È un’occasione che, secondo me, poteva essere sfruttata molto meglio.

Molti lo vedranno comunque, quindi non mi sento né di consigliarlo né di sconsigliarlo. Mi limito a dire che ho trovato un po’ tutto invecchiato. Forse lo siamo anche noi, che abbiamo visto il primo film vent’anni fa e oggi ci ritroviamo davanti al secondo con gli occhi e le aspettative di chi, nel frattempo, è cambiato.

Vostro Gigi Vinci