Aurelio Amendola e la presenza dell’arte: fotografare l’anima di Burri, Vedova, Nitsch e dei grandi maestri italiani. Testo critico di Massimiliano Reggiani
In mostra a Palazzo Reale di Milano dal 16 giugno al 6 settembre 2026 gli scatti di Aurelio Amendola: “Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo”. Ottantacinque fotografie di grande formato, realizzate tra il 1976 e il 2025, dal celebrato maestro toscano che rilegge attraverso la luce i capolavori del nostro immenso patrimonio culturale e, con empatica attenzione, ha seguito all’opera nei propri ateliers i maggiori artisti del panorama contemporaneo.
Si possono ammirare pezzi di indubbio pregio e rarità, riuniti anche grazie ai prestiti di prestigiose collezioni italiane e internazionali, come le fondazioni Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, Emilio e Annabianca Vedova di Venezia e la Nitsch Foundation di Vienna. Una sala è interamente dedicata al Duomo di Milano con nove immagini del 2009 esposte per la prima volta al pubblico. Infine 35 scatti dei più iconici capolavori scultorei dei grandi Maestri italiani del passato: Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova e Michelangelo Buonarroti.

Il mistero o meglio la magia delle immagini scattate da Aurelio Amendola è la capacità di annullare la distanza fra chi guarda e la persona o il gesto fotografato. Amendola aveva aperto una propria bottega di fotografo nella natia Pistoia poco prima di avviarsi alla ricca e spettacolare galleria di opere antiche iniziate con il pulpito di Sant’Andrea di Giovanni Pisano nel 1966 e poi di artisti contemporanei. Da questa attività, apparentemente banale, Amendola ha esercitato l’occhio per trasportare l’animo dell’osservatore nel pieno della cerimonia o della festa, come se si potessero trattenere per sempre nel presente gli attimi importanti di esistenze altrimenti ordinarie.

Aurelio Amendola mantiene il medesimo registro emozionale anche quando fotografa l’Arte attualizzandone la presenza. Spoglia la scultura del proprio significato allegorico, guarda al corpo raffigurato – anzi evocato attraverso la forma – e lo tratta come carne pulsante, come un essere vivo con cui interagire nonostante la freddezza della materia. Le opere in mostra sono emblematiche della sua arte: un fotografo affascinato dalla presenza significante, dalla volontà di creare un contatto, dalla trasmissione – con pochi ed icastici gesti – dell’universo simbolico che l’artista ritratto svela al proprio pubblico.

L’universo fotografico teatralizza la comunicazione, la tensione del gesto – che può essere anche la mera fisicità – irrompe sulla scena annullando ogni narrazione collaterale, cancellando le coordinate spaziotemporali dell’immagine. Nelle “Combustioni” di Alberto Burri è la velatura plastica che sfuoca e ottenebra il campo visivo ponendosi come un volontario ingombro. Nonostante la quasi trasparenza il senso di soffocamento rende la fiamma liberatoria, aprendo un varco di comunicazione le cui cicatrici sofferte saranno onde di polimeri fusi e deformati, dove le parziali bruciature sapranno alludere ad uno spazialismo materico. Quasi una danza tra occhio del fotografo e mano dell’artista magistralmente raccolta su pellicola a Città di Castello nel 1976.

Le “azioni rosso sangue” realizzate invece con Hermann Nitsch nel castello di Prinzendorf nel 2012 esaltano lo straniante percorso mentale dell’autore, concentrato – quasi assorto – nel ripetere intimamente i passi del rito che ha guidato il flusso generativo dell’opera: un sovrapporsi sedimentario, allo stesso tempo visivo e cronologico. La materia è traccia, ciò che resta è memoria; l’intrico di linee e colori rappresenta semplicemente il diario di un dramma che si ripete identico in ogni istante del pianeta, sospeso tra la molteplicità della vita e l’unità della morte.

Infine le fotografie del 1987 dedicate al veneziano Emilio Vedova concretano la totale permeabilità tra l’inquieto mondo interiore dell’ex partigiano e le continue suggestioni raccolte. Il colore appartiene fisicamente al corpo del pittore, sembra trasudare dal tormento dello spirito e la tela – che rimane un pensiero lontano, ovattato e silenzioso – raccoglie la tensione di questa dialettica. Un continuo tumulto di esperienze che vengono prima interiorizzate per poi esprimersi con gesti nervosi, drammatici e misurati.

Crediti fotografici (dall’alto)
- Aurelio Amendola, Alberto Burri “La Combustione” – Città di Castello, 1976, C-Print, 150 x 125 cm (155 x 130 cm con cornice), © Aurelio Amendola
- Aurelio Amendola, Emilio Vedova – Venezia, 1987, C-Print, 150 x 100 cm (155 x 105 cm con cornice), © Aurelio Amendola
- Aurelio Amendola, Hermann Nitsch – Vienna, 2012, C-Print, 150 x 150 cm (155 x 155 cm con cornice), © Aurelio Amendola
- Aurelio Amendola, Duomo di Milano, 2009, Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 105 x 150 cm (110 x 155 cm con cornice), © Aurelio Amendola
- Aurelio Amendola, Ratto di Proserpina, Bernini – Galleria Borghese, Roma, 2018, Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 100 x 75 cm (105 x 80 cm con cornice), © Aurelio Amendola
- Aurelio Amendola, Le Tre Grazie, Canova – Galleria Borghese, Roma, 2008, Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 100 x 100 cm (105 x 105 cm con cornice), © Aurelio Amendola
- Aurelio Amendola, Giuliano de’ Medici, Michelangelo – Cappelle Medicee, Firenze, 2004, Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 110 x 150 cm (115 x 155 cm con cornice), © Aurelio Amendola
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