Massimiliano Reggiani svela la declinazione del collettivo artistico Pathos: dimensioni oltre i confini individuali
Empatìa è la declinazione contemporanea del collettivo artistico Pathos, guidato dall’artista triestino Livio Lopedote. È costituito da diversi Autori – italiani ma soprattutto orientali – raccolti intorno ad un Manifesto programmatico, come avveniva nelle avanguardie storiche di inizio Novecento. Pathos è il sentimento individuale, non la narrazione del proprio sentire, non è un diario bensì un’emozione, profonda, spontanea, non manierata ma liberamente espressa nei canoni della propria cultura. È un’espressione potenzialmente universale: non significa che sia in grado di raccontare ogni cosa vissuta o qualsiasi schema di conoscenza, ma al contrario è adatta ad essere percepita oltre i confini individuali. Un’arte globale, che genera ed espande la realtà emotiva e nella quale ognuno può ritrovarsi sentendo rappresentata la parte viscerale di sé. Un’arte adatta a rendere concreto il concetto di Einfühlung, l’idea di immedesimazione nell’oggetto artistico elaborato in Germania a fine Ottocento dall’accademico Robert Vischer.
Per conoscere gli attuali membri di Pathos – che è un gruppo inclusivo, aperto a nuovi contributi – presentiamo brevemente gli Artisti per aree geografiche. Questo ci permetterà di comprendere quanto equilibrio vi sia tra il linguaggio d’origine e la spinta verso una piena libertà espressiva. Ognuno parla un proprio idioma storico, prima ancora che personale ma tutti, in quanto umani, superano la propria stratificazione culturale per riconnettersi ad un sentire comune, allo stesso tempo ancestrale e contemporaneo.

Gianfranco Tonin ha una grande sensibilità per la materia e la composizione ed è decisamente libero da ogni maniera del fare arte. Non rappresenta, non evoca ma costruisce: realizza con materiali poveri e di scarto, dei prodotti industriali sfilacciati, gli elementi base della tradizione visiva. Colore, sfumatura, gioco d’ombre, campitura, costruzione dei pesi. Ha una straordinaria energia creativa e una consapevolezza intuitiva del passato che lo rende assolutamente classico nonostante utilizzi componenti materiche fuori da ogni prassi tradizionale. È scultura quasi piatta che, unendosi alla luce, genera equilibrio e colore.

Gianluca Gualandi mantiene la suggestione della storia e la malinconia del tempo che gratta, usura, scolora. Vi contrappone elementi volontari e positivi: il rigore geometrico del segno asemico, il desiderio di ricomporre ciò che è strappato, la cura nel delineare i margini delle lacune. La quadrettatura insistita, la precisione del segno che non deborda, l’uso di colori della memoria. Passa dal rugginoso quasi ossidato dei rossi al grigio ombroso e velato di silenzio che sembra conservare il ricordo di una voce. La sua formazione umanistica traspare come un vestito di matrici che racconta e rivela l’esperienza dell’intelletto nel mondo.

Giuliano De Luca utilizza a sua volta schemi approssimativamente geometrici, perlopiù quadrangolari. I colori dai timbri morbidi e soffusi, i contorni non definiti, i tagli di luce che sembrano aprirsi fra masse cromatiche compatte possono alludere alla memoria ambientale, in un continuo richiamo di strade metafisiche ed estesi coltivi, di orizzonti negati e di sguardi rubati al delta infinito. Non vi è paesaggio ma emozione del procedere, mappe mentali e improvvisi bagliori. L’aniconico gli permette di assommare suggestioni visive in un astrattismo dell’anima; la pittura di un cantore del viaggio che coincide con la vita.

Livio Lopedote, curatore ed ispiratore del gruppo Pathos ha un cromatismo caldo e ispirato che accoglie e culla l’osservatore. I fondali non sono neutri: vibrano di una luce interiore e rimandano ai bagliori del sole radente tra vicoli e calli. Dopo iniziali ricerche sulla tremula bellezza dei riflessi la sua pittura si condensa, diventa terracotta o intonaco, argilla primigenia, atavico rifugio. Al contrario della tradizionale prospettiva cromatica i colori freddi balzano verso l’osservatore trasformandosi in un movimento di danza, slegati dal vincolo della gravità. La memoria visiva si espande in un nuovo spazio sapientemente architettonico.

Luciano Bellet, che sfrutta con maestria la tecnica del dripping (sgocciolamento) per sottrazione, generando strutture che si sovrappongono sulla superficie in maniera apparentemente casuale. Ombre e sedimentazioni obbligano lo sguardo a perdersi in un labirinto percettivo in costante mutamento, ridefinito istante dopo istante dalla luce e dal punto di vista chi osserva. Arte complessa che spinge all’interazione, al gioco mentale, alla fascinazione dell’inaspettato. La materia va oltre il proprio ruolo di colore, scolpisce una realtà nuova, un’emozione intima che si fa ambiente, luogo d’incontro, universo onirico.
Gli artisti italiani nel gruppo Pathos esprimono una comune radice di plastica concretezza. La loro arte rimanda sostanzialmente al vissuto, all’esperienza. I confini della tela rappresentano i margini di fisici, evidenti, entro cui l’opera prende vita rimanendone circoscritta. Simili a scene teatrali sono luogo dell’azione, della suggestione, del rimando. Si ascoltano echi di tempi lontani, si avverte la solidità di una preparazione magistrale che apre e dischiude finestre dell’anima. L’artista si pone, attraverso l’opera, come sodale in un viaggio iniziatico di leggerezza e libertà.
Seguite il dott. Massimiliano Reggiani per altre riflessioni critiche su arte e artisti nella pagina Critica d’arte al seguente link: https://www.facebook.com/reggianicriticadarte



