GIKA: Quando l’arte dà forma alla natura nella lettura critica di Massimiliano Reggiani
L’artista alcamese Giovanni Calamia, che firma gika le proprie sculture in radici d’ulivo, ha portato nel legno la voce ormai spenta dei tantissimi migranti annegati nel tentativo di attraversare il Canale di Sicilia per approdare ai confini dell’Unione Europea. Una speranza che molto spesso naufraga ancora lontano dalla costa, trascinando nella morte chi invece tentò l’ultima carta per vivere in un mondo immaginato migliore. Le prime opere di questa drammatica serie furono abbozzate subito dopo il naufragio di Cutro del febbraio 2023 in cui furono spezzate quasi un centinaio di giovani e giovanissime vite. “È un tema che mi tocca profondamente – disse allora gika -e attraverso la mia arte cerco di sensibilizzare gli altri, perché la scultura non deve essere solo pazienza e bellezza ma anche e soprattutto una profonda riflessione sulla nostra attualità”. Questo significato etico dell’arte torna con prepotenza alla ribalta sostenuto dalle parole nel messaggio dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice a Mediterranea Saving Humas, dopo la strage subita dei migranti con i tanti naufragi causati dal “Ciclone Harry”.

Il 20 febbraio 2026 Monsignor Lorefice, delegato dei vescovi di Sicilia per le migrazioni in Italia da oltre dieci anni, ha scritto: “Questi sono corpi umani. Come i nostri. Con una loro storia, relazioni, desideri, sofferenze, attese. Abbiamo negato loro il diritto ad una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà. Non li abbiamo accolti. Non siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che, dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari”. Purtroppo moltissimi di loro non saranno mai ritrovati, dispersi nei freddi abissi del mare invernale. Le sculture di gika assumono così un significato ancor più profondo perché diventano corpo tangibile dei tanti di cui si è già persa memoria; il legno contorto e sacro si trasforma in cenotafio e l’arte porta con sé il dramma custodendolo in uno scrigno di dolore. Gika ha scelto la radice d’ulivo per dare una seconda vita agli alberi secolari che la speculazione fondiaria, l’agricoltura del profitto massimizzato, l’incuria e il disinteresse delle nuove generazioni, hanno lasciato abbattere, svellere, bruciare. L’ulivo, sacro già alla figlia di Zeus e Meti, albero della pacificazione dopo il diluvio universale, asse cosmico per l’Islam e quindi legante vivo delle genti mediterranee, rappresenta per Giovanni Calamia, la materia più adatta per riscattare il dramma senza trasformarlo in cronaca o parodia del dolore. Le sue radici sono raccolte lungo i torrenti impetuosi o sulla battigia, restituiti dal mare. Custodirli, prendersene cura, riportarli alla bellezza che trasfigura la morte e la sublima in arte è umana pìetas verso la memoria.

«Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere […]” disse papa Francesco nell’Omelia pronunciata l’otto luglio 2013 al campo sportivo Arena nelle Pelagie. Arena, Arenella, nomi isolani che ricordano la sabbia, il lido soffice su cui fioriscono i gigli di mare e su cui troppo spesso si arenano le spoglie mortali di chi lottò invano contro l’enormità dell’onda e l’ipocrisia dell’indifferenza. Per questa ragione gika colora solo il vorticare dell’acqua lasciando alla venatura del legno l’umanità dei corpi. Anche questa scelta estetica trova eco nelle parole veementi del Vescovo di Palermo che così concludeva il suo messaggio ai soccorritori del mare: “Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni. […] Sognare un mondo un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; un mondo in cui i poveri siano innalzati e i potenti, i narcisi, vengano buttati giù dai loro troni; un mondo dove i popoli del Sud povero trovino pace e benessere; un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli».



