Anna Valente: il sogno come conoscenza, tra letteratura, mare e rinascita
Autrice sensibile e intensa, Anna Valente si definisce un’“esperta sognatrice” e costruisce una scrittura che intreccia realtà e dimensione onirica, perdita e perdono, fragilità e forza. Dai romanzi Dormimondo e Risveglio fino al libro scritto a quattro mani E poi strada facendo, il suo percorso narrativo attraversa temi universali come il dubbio, l’ascolto interiore e il valore della condivisione tra scrittori. In questa intervista per L’Epoca Culturale racconta il legame profondo con il mare, la musica come voce dei personaggi e l’importanza di non smettere di sognare in un tempo dominato dalla velocità e dall’individualismo.
Anna Valente, Lei ama definirsi un’“esperta sognatrice”, e questa espressione richiama subito autori come Borges, che vedeva nel sogno una seconda realtà, o Calvino, che cercava leggerezza e immaginazione come strumenti per comprendere il mondo. Quanto il sogno rappresenta per Lei una fuga e quanto, invece, una forma di conoscenza profonda di sé e della vita?
Per me il sogno non è una fuga, ma la prosecuzione naturale della realtà: è il luogo dove percorriamo le strade che da svegli non riusciamo a trovare. Sebbene mi sia capitato di usarlo come rifugio, oggi lo vedo soprattutto come “vita vissuta senza filtri”, uno spazio dove la conoscenza di sé avviene senza le proibizioni che il mondo ci impone.
Nel Suo libro Dormimondo accompagna i lettori in un viaggio nel mondo onirico, un territorio che nella letteratura è stato esplorato anche da Freud, ma in modo diverso da scrittori come Kafka. Quando ha sentito il bisogno di dare forma narrativa ai sogni, e cosa desidera che il lettore trovi attraversando questo universo?
Il bisogno di dare forma narrativa ai miei sogni è nato dalla responsabilità di non lasciarli morire dentro di me. Certo,li avevo custoditi e protetti a lungo, ma ho capito che per permettere a un sogno di realizzarsi almeno per tentare di farlo è necessario traghettarlo nella realtà. Solo qui può gettare le basi per il futuro e diventare un’esperienza condivisa.
Risveglio è un testo introspettivo, quasi un invito a porsi domande piuttosto che cercare risposte. In un’epoca che sembra ossessionata dalla velocità e dalle certezze, crede che la letteratura abbia ancora il compito di insegnare il dubbio?
Più che un compito, lo definirei una responsabilità. La letteratura ha il dovere di alimentare il dubbio, perché è proprio quel senso di incertezza a spronarci verso la ricerca. Non cerchiamo una risposta univoca, ma le mille sfaccettature di una domanda e le sue possibili soluzioni. Come dico sempre, dentro di noi abitano tanti mondi; la letteratura è la chiave adatta per esplorarli e portarli alla luce.
Anna, nel libro scritto a quattro mani, E poi strada facendo, affronta il tema della perdita, del dolore e soprattutto del perdono, un percorso umano che troviamo in molte grandi opere. Quanto è stato complesso condividere un viaggio emotivo così profondo con un’altra penna e come cambia la scrittura quando diventa dialogo?
Sembrerà strano, ma non ho trovato alcuna difficoltà: con Federico è come se ci conoscessimo da sempre, un po’ come dialogare con mio figlio. È stato un viaggio coinvolgente, anche se non nascondo che in certi momenti il magone alla gola mi impediva di proseguire. La mia scrittura non è cambiata, perché il dialogo diventa quasi naturale quando nasce dal pensiero o dal ritorno ai ricordi, come è successo in questo libro.
Il mare, soprattutto d’inverno, è per Lei un amico e un confidente silenzioso. Molti autori, da Pavese a Hemingway, hanno trovato nell’acqua un simbolo di verità e di ascolto. Cosa Le restituisce il mare nei momenti di fragilità e in che modo entra nella Sua scrittura?
Come spiegare il mio legame con il mare? È il rapporto di chi, come me, ci vive insieme da sempre. Quando l’anima è in tumulto e sento che dentro qualcosa si frantuma, quando mi sento stretta nel mio corpo e vorrei solo volare lontano, vado da lui. Il mare non mi dice che va tutto bene; mi dice che è lì con me, ed è allora che scrivo e racconto di lui, perché sento che mi ama esattamente per quella che sono. Scusatemi, ma non è facile spiegare a parole un amore così grande.
La musica e il silenzio sono due dimensioni che spesso accompagnano chi scrive. Anna, che ruolo ha la musica nel Suo processo creativo? È una guida emotiva o una porta verso altri mondi?
Musica e silenzio mi accompagnano sempre, ma non come semplici guide. Sono la linfa che nutre i pensieri dei miei personaggi, i luoghi e le loro scelte. Chi ha letto Risveglio sa bene di cosa parlo: lì la musica diventa la voce stessa di Azzurra, il suo modo di pensare. Senza svelare troppo, posso dire che spesso sono proprio le note a raccontare gli avvenimenti e a suggerire le risposte. Per me, la musica non è solo ispirazione o compagnia: è una parte viva e pulsante dei miei romanzi.
Lei collabora con molti autori emergenti e partecipa attivamente a salotti culturali e incontri letterari. In un tempo in cui la solitudine sembra prevalere, questo spirito di condivisione ricorda le avanguardie e i circoli letterari del Novecento. Quanto è importante, oggi, la comunità tra scrittori?
Dovrebbe essere importante, ma non è,ed uso il condizionale perché la realtà è purtroppo diversa. Spesso mi scontro con porte che si aprono per convenienza e si richiudono un istante dopo. I salotti del Novecento sono un mio grande rimpianto: oggi prevale l’individualismo. Ho partecipato a incontri che avrebbero dovuto essere di scambio, ma ho trovato persone che parlano solo del proprio libro, senza alcun interesse per l’altro. Nonostante questo, io continuo a credere nella condivisione vera: quella che nasce dall’ascolto, non solo dal bisogno.
Lei, ha presentato i Suoi libri in contesti importanti, come il Salone del Libro di Torino e il Campania Festival, ricevendo un forte interesse da parte del pubblico. Che emozione prova nel momento in cui il lettore incontra la Sua storia e, in qualche modo, la fa propria?
Il Salone del Libro di maggio 2024 resterà l’emozione più bella della mia vita. Non dimenticherò mai le persone arrivate dall’estero; dal Belgio, dalla Germania, dalla Svizzera, solo per cercarmi. Sconosciuti che mi seguivano sui social e mi hanno detto: “Siamo venuti a prendere Dormimondo dalle tue mani, perché se il sogno lo condividi tu, ha un altro sapore”. Ho abbracciato persone che hanno riempito la mia anima. A Napoli, poi, è successo l’incredibile: una lettrice, senza sapere che fossi io l’autrice, ha indicato il mio libro dicendo: “Voglio quello con quel titolo strano, mi ha chiamato… so che lì dentro c’è il mio sogno, lo sento” Abbiamo pianto insieme quando, sfogliandolo, mi ha chiesto come avessi fatto a conoscere la sua storia. Queste sono le emozioni che danno un senso a tutto ciò che scrivo.
Nel Suo percorso emerge una tensione tra sogno e realtà, tra perdita e rinascita. Se dovesse individuare gli autori o i libri che hanno influenzato maggiormente questa visione, quali citerebbe e perché?
Una piccola premessa. Non mi ispiro a nessuno di loro, non ne sarei capace, ma sono quelli che mi hanno insegnato cosa è la scrittura Più che influenze, questi autori sono stati per me dei compagni di viaggio. Da Gabriel García Márquez ho ereditato il coraggio di narrare il sogno come se fosse realtà quotidiana, che il sogno e la realtà possono convivere nella stessa mente. Mentre Lewis Carroll mi ha dato la chiave per aprire le porte dell’altrove,verso mondi nuovi. La mia scrittura si muove con l’urgenza e il senso di libertà di JackKerouac, ma cerca il silenzio e il rispetto per il mare che trovo nella profondità della scrittura in Erri De Luca. E se cerco gentilezza e la purezza torno sempre al Piccolo Principe: lui mi ricorda che “l’essenziale è invisibile agli occhi” ma è l’unica cosa che vale la pena di guardare. Questi autori mi hanno insegnato che scrivere non è solo narrare, ma è un modo per non lasciar morire i mondi che ci abitano.
Lei dice: “Chi non sogna è già morto” . In un mondo che spesso sembra scoraggiare l’immaginazione, cosa direbbe a chi ha smesso di sognare o ha paura di farlo?
A chi ha smesso di sognare direi: apri gli occhi e sogna. Sembra una contraddizione, ma per sognare davvero bisogna avere il coraggio di tenere gli occhi aperti sul mondo. Non credo che si smetta mai di farlo; semplicemente, i sogni vengono messi in fondo a un cassetto, segregati nei meandri più bui della mente e del cuore
Non dobbiamo avere paura dei sogni, perché sono loro ad aiutarci a vivere. Mentre la stabilità e le certezze rendono la vita sicura, a volte la rendono anche piatta; un sogno, invece, ci dà il giusto temperamento per osare. Il sogno non è solo speranza o desiderio: è la proiezione di quella parte di noi che, da dentro, ci chiede di agire per noi stessi.



