20/04/2026
Le parole sono come pietre per ricostruire sulle macerie, sono denuncia della sofferenza, ma anche la strada per un sogno
Cinema&Teatro Prima Pagina

Le parole sono come pietre per ricostruire sulle macerie, sono denuncia della sofferenza, ma anche la strada per un sogno

Dic 16, 2025

Alla Maison Godot uno spettacolo che vibra di denuncia, di dolore e di resistenza.

Articolo di Angela Di Salvo

RAGUSA – Nelle giornate  5-6-7-8-12-13-14 dicembre del 2025 la Compagnia Godot di Ragusa, con il progetto di Federica Bisegna (che ha curato l’adattamento dei  testi e i costumi), e la scena e regia di Vittorio Bonaccorso , è stato rappresentato lo spettacolo teatrale “Bayt. La casa negata”, un’opera che rappresenta il dramma del popolo palestinese attraverso la recitazione appassionata e dolente di brani e poesie di autori palestinesi, quali Ghassan Kanafani e Mahmoud Darwish.  Strabiliante e intensa l’interpretazione di tutti gli attori: oltre ai grandi Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso, anche Benedetta D’Amato, Tiziana Bellassai, Lorenzo Pluchino, Rossella Colucci, Alessandra Lelii, Ginevra Cilia, Marco Cappuzzello, Leonardo Cilia, Maria Flavia Pitarresi.

La piece, nel rapido susseguirsi delle varie scene, muovendosi armoniosamente nella dimensione collettiva e corale delle grandi tragedie classiche greche, ha altresì mantenuto il “focus” sul dramma individuale dei vari personaggi tutti legati tra loro dal filo rosso della negazione della propria identità, dalla perdita delle persone e delle cose più care, subendo per decenni  la sopraffazione quotidiana  e martellante del nemico, il rumore delle bombe e la presenza incombente della morte Tutto ciò ne fa delle creature smarrite, in cerca dei ricordi perduti, degli oggetti familiari amati, distrutti e negati, anelanti di pace e di riconoscimento, incapaci di rassegnarsi alla forza e tenacemente vogliosi di riscatto e di resistenza.

Il bisogno della casa, come segno di famiglia e di stabilità, viene rappresentato attraverso i versi poetici che hanno il potere di coinvolgere, di trasmettere le emozioni, di accarezzare le ferite e di creare speranze e desideri , in un contesto che diventa universale: non è solo il tema del conflitto israelo-palestinese ad essere raccontato, ma quello di tutti i conflitti  del mondo fra popoli vicini, ma divisi da ideologie e religioni diverse,creature fragili che avrebbero bisogno di vivere in libertà e amicizia, e invece costrette a lottare per esistere ancora e coltivare l’amore per la propria terra dove hanno vissuto i loro avi, una patria che è stata innaffiata dal sangue innocente e dalle lacrime di disperazione per le ingiustizie subite.

Il teatro dove gli attori, immedesimandosi totalmente nei loro ruoli,  raccontano ed esprimono il loro disagio esistenziale, ha accolto nel suo palcoscenico figure sofferenti e desiderose di urlare al mondo intero quanto sia difficile resistere, convivere con la guerra, aspettare una risoluzione che non arriva mai , tenere a freno il crescente timore di essere stati abbandonati a un destino ingiusto e crudele. I costumi, i volti dai lineamenti tristi e spigolosi, resi più evidenti dai copricapi,  gli occhi neri sbarrati e impauriti, le lacrime luccicanti che scendono giù , gli oggetti simbolici sulla scena,  le bellissime frasi declamate con voce tremante e vibrante, hanno colpito il pubblico presente che ha seguito il corposo spettacolo con evidente commozione.

Particolarmente emozionante è stata la scena in cui dei genitori palestinesi  tornano a rivedere la  loro casa assegnata a una polacca ebrea che ha adottato il loro piccolo lasciato nella culla,a causa di una precipitosa fuga, e lo rivedono 20 anni dopo, ormai adulto e sprezzante,diventato un nemico ed estraneo alle sue radici. Il ragazzo li rimprovera e li respinge con durezza, e i poveretti se ne vanno via con il cuore spezzato per la seconda volta.

Purtroppo le due culture, quella ebraica e quella araba, invece di costruire una reciproca tolleranza e rispetto, nel corso degli anni, hanno accentuato l’odio che li separa, anche a causa dell’attuale governo israeliano che, immemore del genocidio subito a suo tempo, ha voluto reiterare questo scempio sulla popolazione palestinese senza pietà per nessuno.

Bayt  in arabo  vuol dire sia “casa”, sia “versi” , e la sagace intuizione della Bisegna pare davvero illuminante in questa aspirazione alla stabilità di una dimora e una terra dove poter vivere in pace e al sicuro, e alla poesia che esprime i sentimenti di chi quella casa l’ha perduta o gli è stata negata. E vuole a tutti i costi ritrovarla, ricostruirla, sognarla.

 “Noi non ci muoviamo. Noi resisteremo come un muro, scriveremo poesie. Se avremo fame, mangeremo la polvere.. Ogni uomo vive per propria causa.  Noi vogliamo gioia, amore,libertà, speranza, rivoluzione e umanità”.

Queste sono solo alcune delle numerose espressioni gridate dai personaggi in scena, parole che vorrebbero arrivare a tutti gli uomini nella ritrovata capacità di  vivere per questa causa, e non per altre.

E quando lo spettacolo è finito,dopo i prolungati applausi e qualche intervento da parte del pubblico, il Teatro ha sublimato nel buio e nel silenzio susseguenti tali importanti testimonianze che sonostate capaci di fondere insieme finzione e realtà, verità e sogno.

E poi quella inquietante domanda finale “Cosa sarebbe accaduto se fossero stati gli Ebrei a subire quello che è stato fatto ai Palestinesi?”

Ancora una volta la compagnia Godot ha  portato inscena un lavoro di eccellente livello sia sul piano teatrale che politico, confermando il proprio originale impegno e la volontà di incidere sulla cultura con la C maiuscola che circola sul territorio.