24/08/2026
Enrico Borgatti: l’ironia che salva, la fantasia che resiste. Conversazione con un maestro del sorriso intelligente
Interviste

Enrico Borgatti: l’ironia che salva, la fantasia che resiste. Conversazione con un maestro del sorriso intelligente

Nov 20, 2025

Ci sono autori che attraversano la vita con la leggerezza di chi sa che il sorriso è una forma di lucidità.
E ci sono libri che non inseguono l’effetto, ma la verità: “Il Natale dell’Uomo molto Vecchio e altre Storie” è uno di questi, e il suo autore, Enrico Borgatti, è una di quelle voci rare che sanno far convivere l’assurdo con la grazia, l’umorismo con la malinconia, la fantasia con un profondo senso morale.

Classe 1938, ferrarese di nascita ma cittadino di molti mondi, Borgatti ha trasformato un’esistenza ricca, nomade, sorprendente in una scrittura che non urla mai, ma illumina. In questa lunga e intensa conversazione, pubblicata da L’Epoca Culturale, ripercorriamo con lui una vita fatta di incontri, luoghi, ricordi, ironie sottili e amarezze gentili.

  • Enrico Borgatti, nella sua biografia lei si racconta con una leggerezza quasi teatrale, come se la vita stessa fosse una grande sceneggiatura di cui conosce bene le regole e i colpi di scena.  Ha iniziato a scrivere quasi per gioco, componendo poesiole per gli amici, poi, a quarant’anni, ha scoperto che quella vena ironica e surreale poteva diventare un linguaggio compiuto, un modo per dire cose serie senza mai essere serioso. Quando ha capito che la scrittura non era più soltanto un passatempo, ma un vero e proprio strumento di conoscenza, forse anche una forma di resistenza personale alla banalità del quotidiano?

               Quando ho capito che … lo rammenterò sempre: risiedevo a Milano, allora. In un appartamento in zona piazzale Accursio, metà era ad uso ufficio, grafico e pubblicitario e nell’altra parte abitavo. La radio, il mio grande amore, era sempre accesa: ancora scapolo, mi stavo accingendo a mettermi a tavola quando, al termine del Giornale Radio, sento: «La Rai indice un concorso per atti unici, …».

Ho partecipato, sono risultato nella rosa dei vincitori e l’atto unico è stato trasmesso. Tra gli attori, ricordo soltanto Gianni Cajafa e Valter Valdi, ma erano cinque o sei. Una storia ambientata su di un treno in uno di quei vecchi scompartimenti a sei posti. Una conversazione, tra sconosciuti, fatta di agganci assurdi, divertenti battute e frasi a vanvera, dialoghi folli dai quali emerge che i viaggiatori erano tutti parenti. I loro nomi: Primo Viaggiatore, Secondo Viaggiatore, Terza Viaggiatrice ecc. E, tra loro, si apostrofavano così: «Signor Primo Viaggiatore,» ecc.

Faceva parte della giuria che scelse la mia opera, Folco Portinari, omonimo del padre della tanto gentile e onesta Beatrice, immortalata da Dante Alighieri. Poi, io mi recai a trovarlo negli studi di Corso Sempione a Milano. E conobbi questo simpatico funzionario Rai: saggista, critico letterario, storico della letteratura italiano e raffinato gourmet. Ricordo ancora le sue parole «Lei è l’unico che è uscito dagli schemi e che ci ha divertito, gli altri hanno raccontato le loro disgrazie, i loro dispiacerei» e, sorridendo ha aggiunto «e le loro corna.».

  •  Lei ha vissuto tre città che sembrano tre capitoli della stessa autobiografia emotiva: Ferrara, la terra natale e della memoria; Milano, la metropoli creativa dove l’ironia incontra il ritmo della modernità; e infine Marsala, che è quasi il suo tempo del raccolto. Ogni luogo, nella sua vita, sembra averle lasciato una voce diversa, il gusto per l’osservazione sottile, il senso del teatro umano, la misura della saggezza. Quanto hanno inciso questi spazi sulla sua scrittura? E se potesse, oggi, ambientare un suo racconto simbolo, dove lo collocherebbe: nella nebbia di Ferrara, nella frenesia milanese o nell’ assolata  Marsala?

Alle tre località aggiungerei Migliarino in provincia di Ferrara, dove sono vissuto da uno, fino a tredici anni.

Dalla domanda, ho capito che lei è in possesso del mio precedente libro, ‘Il Magico Natale del Giudice’ e altre Storie, nei cui risguardi di copertina sono presenti quattro affascinanti fotografie. La villa a Migliarino, di Giacinto Bergamini, un allevatore di cavalli da corsa, all’interno della quale si trovava l’abitazione, dove ho vissuto con i genitori e mio fratello minore.

Poi ci siamo trasferiti nel capoluogo. E, sotto la foto della villa, appare, quale emblema della città, la mitica via delle Volte: bella e unica! Ma Ferrara è tutta da visitare! La Città dei Silenzi, come l’ha definita Gabriele d’Annunzio.

A quasi quarant’anni, sono andato a vivere a Milano e nell’altro risvolto appare una meravigliosa casa ringhiera, ancora di quelle di una volta, prima che venissero restaurate. Sotto, un mio scatto, che ci mostra l’interno, fitto di abitazioni, di un centro abitato della Sicilia. Se non erro è Caltagirone.

Nei quattro luoghi succitati ho vissuto tante esperienze di vita, che hanno dato spunto a storie che, di vita, lo sono solo in parte. Esse, che vedono l’impossibile fondersi con la poetica del surreale e il sorriso con l’assurdo, sono tutte, o quasi, ambientate in luoghi immaginari. Infatti non saprei come rispondere alla sua domanda «Un suo racconto simbolo, dove lo collocherebbe?».

Prima ho parlato delle case ringhiera, non perdetevi, da ‘Un Sorriso pagato a Rate’ e altre Storie, il racconto Una Coppia come Tante e un Amore senza Eguali. Una romantica storia che vi farà pure conoscere quella che era la Milano degli anni Sessanta. Ma conoscerete ancor di più la città, leggendo, presente nello stesso libro, I Crocchi e l’Emigrante Trapanese. Questo racconto narra di un lavoratore siciliano trasferito nella capitale lombarda, dei sogni e delle delusioni, e del suo sdoppiamento, avvenuto ai tempi delle brigate rosse. Con le due personalità che si scontrano tra loro in un sogno surreale. Infine: la chiusa, in tutta la sua drammatica crudezza. Un racconto di cui sono particolarmente orgoglioso e che mi è costato tre mesi di fatica.

  • La sua esperienza attraversa mondi diversi: dalla grafica pubblicitaria al teatro, dai romanzi umoristici ai racconti surreali. Eppure, in tutte queste forme narrative, sembra restare immutata una certa disciplina dello sguardo, una capacità di cogliere l’assurdo con un rigore quasi scientifico. Cosa accomuna questi linguaggi? È la curiosità verso il comportamento umano, la necessità di dare forma al caos o come qualcuno ha scritto  la voglia di raccontare “la vita com’è, ma come non la vediamo quasi mai”?

Mi piace quella sua frase «cogliere l’assurdo con un rigore quasi scientifico». Io sono sempre stato uno scrittore prestato all’imprenditoria e un imprenditore prestato alla scrittura. È stata una vita intensa la mia, la quale, oltre che scrittore, mi ha visto, rappresentante di commercio, poi titolare d’azienda che stampava in rotativa, poi consulente grafico e pubblicitario, poi investitore all’estero e poi commerciante. Un’esistenza che mi ha fatto penetrare in moltissimi mondi, permettendomi di documentarmi sugli argomenti più vari. Per poi affrontare sia le storie di vita che l’assurdo, sempre con cognizione di causa. Nel mio assurdo, infatti, è omnipresenteuna certa logica, esso non è assolutamente impossibile, ma difficilmente probabili. Nel suo bellissimo Il Povero Piero, leggetelo, lo consiglio caldamente, Campanile fa risuscitare un morto. Io, ne Il Brufolo, presente nel libro, Il Natale dell’Uomo molto Vecchio e altre Storie, lo faccio parlare, indignato perché la moglie ha scelto per lui un abito che non gli aggrada; però poi giustifico il fatto con queste tre righe: «E, se devo dire il vero, non era neppure morto, solo per un mio capriccio d’artista, l’ho scritto. Mi piaceva il fatto, la situazione paradossale, ma è stata, solo, una finzione letteraria

  •               Lei ha detto che “se le prime due pagine annoiano, il lettore è perso per sempre”.In un’epoca in cui la scrittura rischia di essere spesso autoreferenziale, la sua è una dichiarazione d’amore per il lettore: lei sembra scrivere non per mostrarsi, ma per intrattenere, per creare un dialogo intelligente e sincero. È una lezione che arriva dalla sua lunga esperienza nella comunicazione e nella pubblicità, dove ogni parola deve colpire, o piuttosto da un istinto narrativo che sente di aver sempre avuto dentro?

               Pur scrivendo per il piacere di narrare, di inventare storie, io, anzitutto, inseguo il piacere del lettore. L’incipit resta importantissimo per me, già le prime righe devono colpire ed attrarre. Nel racconto Diabolica (De factis diabolicis), presente nel libro ‘L’Incontro’ e altre Storie, oltre al titolo in latino, tutto l’incipit è scritto alla maniera de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni!

Una lettura facile e scorrevole è altrettanto importante e io gioisco quando mi sento dire che una mia storia o un mio libro lo hanno letto tutto d’un fiato. Ho anche chi, i miei libri, li legge due volte, per meglio gustarli! E questo mi fa tanto piacere

Lei cita l’istinto narrativo, quello c’è o non c’è, e io, fortunatamente, di fantasia ne ho sempre avuta tanta, già i maestri lo dicevano ai tempi dei temi in classe.

Gli accorgimenti per coinvolgere il lettore li ho acquisiti poi: nel corso del mio passato lavorativo, fatto di vendita, di promozione e di comunicazione. Ma li ho pure assimilati leggendo, perché prima di iniziare a scrivere ho divorato tanti libri. Tra le mie amiche c’è una certa Lionella figlia di un onorevole poco più vecchio di me, ora non più tra noi. Tutti si chiedevano da dove fosse venuto fuori quel nome, Lionella. Io ricordavo che, quando ero bambino, e suo padre ragazzo, era di gran moda il libro per giovani Lionello del Leone.

  • Il racconto Il Natale dell’uomo molto vecchio ha emozionato molti lettori. Una sua lettrice, in un commento bellissimo, le ha scritto che in quel testo “comanda il pensiero, e si evince la superiorità dell’inconscio sulla ragione”. Ha colto un punto profondo: dietro l’umorismo delle sue storie si cela spesso una riflessione sul tempo, sulla solitudine, sulla perdita di sensibilità nel mondo moderno. Si riconosce in questa lettura? È vero che, dietro la leggerezza delle sue pagine, si nasconde il dolore di chi osserva la realtà con lucidità e sente il bisogno di salvarla almeno attraverso la fantasia?

È verissimo, io scrivo storie folli e assurde, di quell’umorismo che il critico Pietro Pancrazi, a proposito di Achille Campanile, ha definito: «Il più vuoto, il più inutile degli umorismi, l’umorismo perfetto.». Ma affronto anche temi profondi che descrivono stati d’animo, situazioni, problemi, eventi seri e talvolta drammatici. Lei ha citato Il Natale dell’Uomo molto Vecchio, un racconto che illustrando l’abbruttimento del mondo e il sopravvento dei cattivi sui buoni sentimenti, ha coinvolto me, l’autrice del bellissimo commento, al quale lei ha fatto cenno, e tutti coloro che hanno letto il racconto. È una storia amara, intramezzata di struggenti, traumatici e indelebili ricordi, che termina in maniera triste, ma che poi, tanto triste non è.

  • Nei suoi racconti torna spesso il tema della buona educazione, del rispetto, di quella gentilezza che lei tratta come un valore estetico e morale. C’è, in questa sua attenzione per il “garbo”, un richiamo alla civiltà dei sentimenti che stiamo perdendo. È solo nostalgia — il rimpianto per un’Italia che non c’è più — o piuttosto una forma di militanza culturale, un modo per ricordarci che la gentilezza è ancora una rivoluzione possibile?

È vero, io amo parlare di buone maniere, di garbo, di gentilezza, che rimpiango in modo incessante: io soffro quando una persona non mi risponde al telefono o non mi richiama poco dopo. Di chi non mantiene la parola, sentenzio che manca di rispetto verso se stesso e ci sarebbe ben altro da dire a proposito di come ora va il mondo! Dalle buone maniere ho ricavato anche una storia per sorridere: nel racconto Bon Ton e Galateo, che considero uno dei miei più belli tra tutti quelli umoristici, e che è presente nel libro ‘L’Incontro’ e altre Storie, il protagonista si trova invischiato in una situazione divertente e paradossale, proprio perché, cultore delle buone maniere, considera la gentilezza e l’educazione, dei valori fondamentali.

  • Enrico, il suo umorismo è stato definito “dell’assurdo che non fa ridere, ma sorridere”. È una formula che le si addice perfettamente: il suo sorriso è quello dell’intelligenza che osserva, non del sarcasmo che ferisce. In Misteriose telefonate e Una cernia al forno in Parlamento lei sorride della politica con lucidità, senza faziosità, ricordandoci che l’umorismo, se è intelligente, può essere più corrosivo di qualsiasi pamphlet. Da Campanile a Flaiano, fino a Woody Allen e Arbore, l’ironia è sempre stata una forma alta di pensiero, un modo per rivelare la verità senza urlarla. Che cos’è, per lei, l’umorismo? Che cosa significa per lei oggi scrivere umorismo?   

L’umorismo: troppi lo confondono con la satira, e invece, mentre quest’ultima dice «Guarda quelli, come sono buffi.», l’umorismo dice «Guarda noi, come siamo buffi.». Lei mi cita Misteriose telefonate e Una Cernia al Forno in Parlamento, presente dell’ultimo mio libro. Trattasi di uno dei miei pochi racconti, dove faccio satira. Satira di costume; che potrebbe pure dirsi politica, ma guai ergermi da una parte o dall’altra. Ho sorriso della politica in genere; e poiché, come si suole dire, «In politica, sono tutti uguali!», ne ho approfittato per mostrarmi pungente e cattivo.

Lei mi parla di ironia; a mio dire, se fatta sugli altri, diventa satira, se fatta su di noi, diventa umorismo, anzi autoironia che io adoro. Così come considero riuscitissimo: Io e il Collega Ernest presente nel libro Il Magico Natale del Giudice e altre Storie. È un saggio di autoironia che mi vede, con una esilarante storia, pormi a fianco di Hemingway con i suoi milioni di copie vendute.

  •        Nel libro Il Natale dell’Uomo molto Vecchio e altre Storie, lei affronta temi di grande attualità con una delicatezza che sorprende: la perdita dei buoni sentimenti, la solitudine, l’identità, la violenza, la speranza. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, un uomo gentile e disarmato, che ama Frank Sinatra e le buone maniere, lascia il mondo proprio nel giorno in cui i buoni sentimenti sono scomparsi. È una parabola dolcissima e terribile insieme. Cosa l’ha spinta a scrivere questa storia? È nata da un disagio per la società contemporanea o dal bisogno di difendere la bontà come ultimo atto di resistenza?

La sua domanda porta con sé la risposta, che collima con quello che avrei scritto io, ma di quel racconto a me tanto caro, con quel finale che vede lui seduto accanto al suo idolo Frank Sinatra, abbiamo già parlato a sufficienza. 

  • I suoi racconti toccano corde molto diverse: in Il Pesce fuor d’Acqua l’omosessualità latente diventa un dramma di autenticità; in La Signora Marika la gelosia e il possesso si intrecciano al dolore della perdita; in Gabriella, Francesco e una Notte di Luna Piena la violenza sulle donne si sublima in una frase poetica e terribile. Lei sembra non temere alcun argomento, ma sceglie sempre la via della misura, senza mai gridare. Come riesce a mantenere questo equilibrio tra empatia e distacco, tra realtà e sogno?

Lei mi cita tre titoli di quest’ultimo libro. Iniziamo con Il Pesce Fuor D’Acqua. Già in Le Sirenette, presente in ‘Un Federale Fascista senza Senso dell’Umorismo’ e altre Storie, avevo affrontato una dolcissima relazione tra due ragazze. In Mario, Luigi e un indimenticabile Viaggio nella Savana, avevo descritto un amore eterno tra un giovane studente e un maturo signore. Ora ho narrato di un immaginario scrittore omosessuale che sa di esserlo, che non lo sa, che non vuol ammetterlo, che non se ne rende conto, che non intende affrontare l’argomento. E che preferisce continuare a vivere tra disagio, scontentezza e caos mentale. I dubbi e i pensieri che gli frullano nella mente, li sminuisce considerandoli semplicemente strani. E quando, coinvolto in un improbabile vicissitudine, si troverà seduto di fronte al proprio inconscio in un surreale alterco, sempre strani continuerà a definirli.

Ne La Signora Marika, narro di una giovane sfortunata, vittima di un’assurda gelosia, storia che si fonde con quella straziante di un anziano signore, che vive nel perenne ricordo della moglie mancata immaturamente. Una storia nata dopo un incontro avvenuto su di un aereo e che, da storia di vita, si è trasformata in una dolce e romantica fiaba.

In Gabriella, Francesco e una Notte di Luna Piena, affronto la violenza sulle donne. Un percorso, tra l’irreale e il surreale, intramezzato di flashback, che inizia col tramonto e termina con l’alba, attraverso un susseguirsi di colori, di fatti e di ricordi. E che vede, man mano, la violenza di lui soccombere innanzi alla dolcezza di lei.

Tutti i personaggi di queste storie vivono immersi in romantici sogni che spaziano tra il poetico surreale e il ricordo di quello che è stato il loro vissuto.

  • Tra un racconto e l’altro, il lettore percepisce che dietro la risata si nasconde un sentimento morale: un invito alla gentilezza, alla misura, al buon senso. Nell’epoca della parola urlata e della comunicazione impulsiva, lei riesce a restituire alla scrittura il suo ritmo umano.È un gesto letterario o, più semplicemente, un atto civile? Scrivere, per lei, è ancora un modo per rimettere al centro il valore del rispetto e dell’educazione, come fossero gli ultimi baluardi della civiltà?

Scrivendo non nutro nessun intento educativo, stimolante o altro.

Io invento storie, personaggi e basta. Lo faccio per il solo piacere di narrare e con la speranza che il lettore ne ricavi altrettanto diletto. Si sa che inconsciamente si esprime il proprio modo di pensare di vedere, di ragionare. Per  mai intendo incutere le mie idee o, come si suol dire, trasmettere messaggi, un tempo, essi erano affidati alle carrozze postali, ora all’online, ma detesto coloro che usano la narrativa per diffondere ideologie, pensieri o dottrine! Io, altro intento non ho che inventare storie per sorridere, commuoversi e pensare. Neppure invito alla gentilezza, alla misura, al buon senso, come lei ha scritto, per  se il mondo cambiasse in quella direzione, ne sarei ben lieto!

  • Nella prefazione al suo libro si legge che “Borgatti fa ridere con la testa, non con la pancia”. Lei stesso afferma di non voler mai “far ridere”, ma “far sorridere”. In un mondo che cerca risate facili, questo è un manifesto controcorrente. Ci spiega cosa significa, per lei, questa differenza sottile ma decisiva tra riso e sorriso? E perché ritiene che oggi ci sia più bisogno di sorridere che di ridere?

Non so se c’è più bisogno di ridere o di sorridere, forse sarebbe soltanto necessario più rispetto e una maggior umanità, ma io sono un vecchio fuori dai tempi, pensate che faccio parte di coloro che, ancora, risponde a chi lo chiama al telefono! 

Tornando al sorriso, senz’ombra di dubbio, lo preferisco alla battuta immediata e spesso volgare. Sono morto dal sorridere quando Gino Bramieri, trent’anni fa, narr  delle due ragazzine senza mani che si sono messe gli occhiali da sole. Non preoccupatevi, gentili lettori, tutti abbiamo impiegato qualche istante per capirla.

  • Nei suoi racconti la precisione della parola si accompagna a una limpidezza quasi musicale: nulla è lasciato al caso, ma tutto scorre con naturalezza.        

È innegabile la cura che metto nello scrivere, appaio quasi maniacale quando rileggo un racconto trenta volte. Al congiuntivo, morto per tanta gente, presto ancora la massima attenzione e guai alle ripetizioni: un sapiente uso dei sinonimi da scorrevolezza alla frase accrescendone il piacere di leggerla. E rendendo il testo, come lei ha detto, quasi musicale.

  • Lei dice che “la mente deve potersi godere il fatto senza affaticarsi”. Come nasce la costruzione di un racconto? Parte sempre da un’idea, da un ricordo, da una scintilla d’assurdo? Oppure, come accade spesso ai veri narratori, è una voce che si impone da sola e la costringe a seguirla?

Come nasce una storia? Il più delle volte l’idea mi scocca nel cervello, all’improvviso, senza cercarla, quale semplice parto della creatività. Altre volte nasce da un fatto accaduto, o letto nel giornale, oppure appreso da un amico, o anche da qualcosa visto per strada. Ricordo che accennando a una signora quarantenne con una figlia quasi ventenne, mi dissero che la giovane era il frutto di un amore durato una notte con una persona mai più rivista. Da lì ho scritto Ha Voluto Chiamarlo Andrea, anzi Andreino, presente nel libro ‘Un Sorriso pagato a Rate’ e altre Storie. Un racconto tutto inventato con un intreccio particolarmente corposo che, in comune col fatto veramente accaduto, ha soltanto la notte d’amore. Lei, la coraggiosa ragazza madre, nel mio racconto muore, alla fine. Nella realtà, è tuttora una simpatica e piacente nonna. 

Mi chiede come poi si sviluppa la storia: nata l’idea, creo il protagonista, uomo o donna. Li plasmo, do loro un carattere, una fisionomia, una personalità, li porto a ragionare in un certo modo. E il più è fatto: da quel momento vanno avanti loro e la storia si evolve quasi da sola.

  • Lei è nato nel 1938, e affronta il tempo con un’ironia disarmante: cita Arbore, Woody Allen, Sofia Loren e perfino la madre ultracentenaria come se fossero compagni di viaggio.

Renzo Arbore e Woody Allen sono stati e lo sono ancora dei miei compagni di viaggio, abbiamo circa la medesima età e ai tempi de L’Altra Domenica, ho avuto diverse frequentazioni con Renzo. Poi ci siamo persi di vista. Ai primi di novembre è uscito il mio libro, nei cui risguardi e sul retro appaiono i messaggi indirizzati a lui, a Woody Allen, ad Achille Campanile e a Toto. Assieme a quattro immagini: semplici tratti, dei quali sono particolarmente orgoglioso. Né foto, né ritratti, né caricature, eppure al solo guardare quei segni, vengono alla mente i miei idoli. 

Renzo Arbore avrà acquistato il libro, oppure glielo avranno regalato o qualcuno gli avrà inviato la foto: sabato 8 novembre, nella tarda mattinata, mi ha telefonato.

Lei ha ricordato mia mamma, mancata a 102 anni. Mi voleva tanto bene! Sarebbe stata orgogliosa del fatto che Arbore mi avesse telefonato!

  • Qual è, oggi, il suo sguardo sul futuro della narrativa e della vita? E cosa direbbe ai giovani autori che confondono la profondità con la pesantezza, dimenticando che si può pensare anche sorridendo?   

Sul futuro della narrativa, vedo nero: l’online e il digitale che permettono a chiunque di diventare scrittore con 3 euro e mezzo, cioè ordinando un libro, ha fatto si che tutti scrivano e davanti a tanta offerta, nessuno più legge. Anche perché i livelli si sono abbassati. La frase «L’importante farsi capire.» me la sono sentita ripetere tante volte. In troppi credono che pubblicare voglia dire trovare uno che stampi. Per editare un libro serve passare al vaglio di una commissione letteraria, poi far controllare le bozze, poi distribuirlo in tutta Italia. 

Il declino dell’editoria non è il solo disastro procurato dall’Online & C, ben altro ha combinato! Ma chi non ha conosciuto il passato, chi è nato da meno di quarant’anni non ci fa caso. Noi invece … e innanzi alla sua domanda riguardo la vita, sul quello che ci attende … non ci resta che dire: «Fermate il mondo che scendo.». 

  • Nei suoi scritti non c’è mai rimpianto, ma la tenerezza lucida di chi ha visto tanto e conserva ancora lo stupore.           

Sì, nei miei scritti non ci sono rimpianti, c’è lo stupore, che mi ha accompagnato per 87 anni, da me intensamente vissuti, e che tanto entusiasmo e voglia di fare mi ha sempre provocato. Una carica che mi ha aiutato a superare il più grande dolore della vita: la perdita di mia moglie. E mentre mi asciugo una lacrima, chiudo questa piacevole chiacchierata, ricordandone il nome: Laura.