18/04/2026
Ilaria Solazzo: “Il giornalismo è un atto di verità e gratitudine”
Interviste

Ilaria Solazzo: “Il giornalismo è un atto di verità e gratitudine”

Set 15, 2025

Per L’Epoca Culturale abbiamo avuto il privilegio di incontrare e intervistare Ilaria Solazzo, nota giornalista che, con sensibilità e determinazione, ha conquistato il prestigioso Premio “Marie Curie”. Un riconoscimento che non celebra soltanto la sua carriera, ma soprattutto il suo approccio umano ed etico al giornalismo: un mestiere inteso come responsabilità, come ascolto e come ricerca della verità. In questa intervista esclusiva, Ilaria ci racconta le emozioni della vittoria, il significato profondo di questo traguardo e la sua visione sul ruolo del giornalismo in un’epoca di cambiamenti e sfide continue.

  • Ilaria, ricevere un riconoscimento così prestigioso come il “Marie Curie” rappresenta senza dubbio una tappa significativa in qualsiasi carriera. Può raccontarci l’attimo in cui ha saputo della vittoria e quali emozioni l’hanno attraversata in quel momento?

L’attimo in cui ho appreso della vittoria è stato sospeso, come una pagina che si gira lentamente, rivelando una frase che non si era mai osato scrivere. Ero sola, in treno, e quando ho letto il messaggio ufficiale, ho sentito una commozione antica, un’emozione che mi ha attraversato come un vento gentile ma deciso. Le lacrime non erano di gioia soltanto, ma di gratitudine, di ricordo, di tutte le strade percorse e di quelle ancora da immaginare. In quel momento ho sentito il peso e la leggerezza della responsabilità che un premio così porta con sé.

  • Al di là del valore professionale, che importanza assume per lei questo premio dal punto di vista umano? Come donna e come giornalista, che cosa sente di aver portato con sé fino a questo traguardo?

Questo premio ha un’anima. E quell’anima parla anche della mia. Come donna, sento di aver portato con me la voce delle esperienze vissute, le notti insonni passate a interrogarmi sul senso profondo delle storie che raccontavo, i silenzi accettati come parte del processo creativo. Come giornalista, porto il rispetto per le parole, che non sono mai neutre, mai innocue. Ho camminato con le mie fragilità, senza rinnegarle, facendole diventare una lente per vedere più a fondo. Il “Marie Curie” non celebra solo una giovane carriera, ma un percorso umano di ascolto, empatia e verità.

  • Ogni premio non è soltanto un riconoscimento, ma anche un nuovo punto di partenza. Quali responsabilità sente di avere ora che porta con sé il “Marie Curie” e in che modo pensa che questo potrà influenzare i suoi progetti futuri e il suo approccio al lavoro giornalistico?

Il riconoscimento accende una nuova luce sul mio cammino. Una luce che illumina, ma che chiede anche di essere tenuta accesa. Sento la responsabilità di restare fedele alla mia etica narrativa, ma anche di tendere una mano a chi si affaccia al mondo del giornalismo con speranza e timore. Il mio approccio sarà ancora più vigile, più attento. Progetti futuri? Raccontare l’invisibile, dare voce a chi non ha megafoni, esplorare il confine tra arte e poesia. Il “Marie Curie” mi invita a continuare con più coraggio, senza compromessi.

  • Viviamo in un’epoca in cui il giornalismo è costretto a confrontarsi con le sfide della velocità dell’informazione e della disinformazione. Secondo lei, quale ruolo deve avere oggi chi fa questo mestiere? E pensa che un premio come il “Marie Curie” possa contribuire a rafforzare la fiducia del pubblico nei confronti di chi informa?

Chi fa giornalismo oggi è chiamato a resistere. A rallentare, in un mondo che accelera, per capire meglio. A distinguere, a scavare, a non accontentarsi. Siamo ponti, non muri. Siamo filtri, non altoparlanti. Il “Marie Curie” è anche un segnale: dice che la qualità, la serietà, l’approfondimento, contano ancora. Se il pubblico vede premiata la dedizione, la coerenza, forse riscopre una fiducia che sembrava smarrita. E il nostro ruolo, allora, si rigenera nel senso più alto: essere servitori della verità, non dei trend.

  • Un traguardo così importante è spesso il risultato di un cammino fatto anche con il sostegno e l’ispirazione di altre persone. C’è qualcuno a cui sente di voler dedicare questo riconoscimento — un maestro, un familiare, un collega o una comunità — che ha avuto un ruolo decisivo nella sua crescita?

Lo dedico a mio nonno, che ha sempre creduto nella forza delle parole, anche quando sembravano troppo leggere per sostenere il peso della vita. Lo dedico alla mia maestra di italiano delle scuole elementari ed alla mia professoressa di italiano delle scuole medie che non hanno mai cercato di farmi diventare qualcun altro, ma hanno custodito la mia unicità. E lo dedico anche ai lettori. A chi legge con attenzione, a chi cerca, a chi non si arrende alla superficie. Sono loro il motore segreto del mio lavoro.

  • Guardando indietro, quali sono stati i momenti o le esperienze che hanno inciso di più sulla sua formazione e che l’hanno aiutata a costruire il profilo professionale che oggi viene premiato?

Sono stati i silenzi tra un’intervista e l’altra, le attese sotto la pioggia, i viaggi in treno con taccuino e cuore aperto. Ho imparato tanto nei momenti di fallimento quanto in quelli di successo. Ogni storia ascoltata ha lasciato una traccia, un segno. E poi c’è stata la lettura. I libri, i grandi giornalisti del passato, i poeti, gli scrittori. Tutto ha contribuito a forgiare uno sguardo, una sensibilità, una voce.

  • Il suo stile è sempre attento e sensibile, capace di unire rigore e umanità. Quanto conta per lei la passione e quanto invece la disciplina, nel mantenere viva la voglia di raccontare e nel riuscire a restituire al pubblico storie autentiche e coinvolgenti?

Passione e disciplina sono due sorelle che camminano insieme. La passione ti accende, la disciplina ti sostiene. Senza l’una, l’altra vacilla. Io scrivo perché amo ciò che racconto, ma anche perché mi obbligo a farlo con rigore, rispetto, verifica. La passione è il fuoco. La disciplina è la forma del vaso che lo contiene.

  • Se dovesse dare un consiglio a chi sogna di intraprendere la carriera giornalistica in un contesto così complesso e competitivo, quale sarebbe il suggerimento più prezioso che si sente di condividere?

Non abbiate fretta. Non cercate visibilità, cercate verità. Coltivate l’ascolto, più ancora della scrittura. Leggete, viaggiate, dubitate. E siate gentili: con voi stessi, con le persone che incontrate, con la storia che vi si affida. Il giornalismo non è una corsa al titolo, ma una forma di amore per il mondo.

  • Ryszard Kapuściński sosteneva che “per essere un buon giornalista bisogna prima di tutto essere una buona persona”. Dopo aver ricevuto il premio “Marie Curie”, sente che l’etica, la capacità di restare fedeli a sé stessi e ai valori più profondi, rappresenti davvero il cuore del suo modo di intendere il giornalismo?

Sì, profondamente. L’etica è il mio nord. Scrivere senza onestà è come camminare senza orizzonte. La fedeltà a sé stessi non è narcisismo, ma integrità. Il giornalismo non si fa solo con la mente, ma con la coscienza. Essere buoni, nel senso più pieno e complesso del termine, è un atto rivoluzionario in questo tempo. E l’unico modo, forse, per fare davvero bene questo mestiere.

  • Quali sono i prossimi passi che immagina per sé? Ci sono progetti o sogni che desidera realizzare a breve e che questo premio l’ha resa ancora più determinata a perseguire?

Ho tanti sogni nel cassetto, alcuni antichi, altri appena nati. Uno dei più vivi è quello di poter lavorare come art director in un progetto editoriale che unisca bellezza, contenuto e visione. Amo l’idea di dare forma non solo alle parole, ma anche all’estetica che le accompagna, perché ogni racconto merita un abito visivo che lo valorizzi. Questo premio mi ha dato nuova linfa, e con essa anche il coraggio di credere che i sogni non sono solo illusioni, ma direzioni possibili.