Ketty di Sciara, la donna che parlava con i colori
Articolo a cura di Gigi Vinci
Cari lettori, ho letto il libro di Donatella Notarbartolo dedicato a sua madre, Ketty di Sciara, la «donna che parlava con i colori».

E, a ben vedere, non è soltanto la memoria di una madre. È molto di più, è il racconto di un’intera esistenza e delle figure che l’hanno attraversata e accompagnata: i genitori, le sorelle, i fratelli, il marito, i figli, gli amici, gli animali, in un viaggio che ha qualcosa di epico, quasi fosse una sorta di Odissea al femminile.
Donatella racconta sua madre, una donna che, dopo tanto girare, girovagare e vivere esperienze importanti, si accosta all’arte e alla pittura, incontra De Chirico, espone in luoghi prestigiosi, da via Margutta fino al Comune di Versailles, e fa della propria casa un luogo d’incontro per artisti e intellettuali, in quelle serate che oggi ci sembrano appartenere a un mondo quasi scomparso.
Ma il libro non parla soltanto di Ketty.
Attraverso il racconto della madre, Donatella ricostruisce anche la figura del padre, un uomo che apparentemente incuteva soggezione, ma nello stesso tempo profondamente dolce e presente. E, insieme a loro, racconta una Palermo che anch’io, almeno in parte, ho conosciuto.
Sono arrivato a Palermo nei primi anni Ottanta e, leggendo queste pagine, ho ritrovato atmosfere, luoghi e sensibilità di una città che oggi è profondamente cambiata e che, per molti versi, non esiste più.
Una Palermo contraddittoria, una città segnata da anni terribili, dai delitti eccellenti e dalle ferite della sua storia, ma che nello stesso tempo viveva, produceva cultura, intrecciava relazioni, costruiva occasioni d’incontro e custodiva una sua particolare vitalità.
C’è poi, nel libro, un fil rouge esoterico che percorre la narrazione quasi sottotraccia. Si parte da Ketty che si rivolge alle cartomanti e si arriva, poco a poco, alle presenze, alle coincidenze, fino a quella sorta di trasmigrazione degli affetti nei corpi degli animali, nei quali sembrano talvolta riaffiorare figure e presenze familiari.
È una dimensione che possiamo accettare o meno, ma che appartiene profondamente alla nostra cultura. Ce la portiamo dentro da lontano, dalla nostra grecità, dal rapporto con i morti e con gli antenati, dal bisogno di interrogare il destino, dalle figure femminili che attraverso la divinazione cercavano di gettare uno sguardo oltre il presente. È parte di un bagaglio culturale che, volenti o nolenti, continua ad abitare dentro di noi.
Donatella riesce a raccontare tutto questo con una straordinaria capacità di affabulazione. Trascina il lettore, lo accompagna attraverso le vicende della propria famiglia e della vita di sua madre, costruendo un crescendo che conduce fino alla fine senza mai calcare la mano.
Ed è forse proprio questa una delle qualità che ho apprezzato maggiormente.
Donatella racconta cose dolorose, talvolta dolorosissime, ma lo fa con grande pudore. Sa quando fermarsi. Non ha bisogno di insistere, di spettacolarizzare il dolore o di spiegare tutto. Lascia spazio al lettore. E in questo modo rimane sempre una gran signora, anche quando racconta le pagine più intime e difficili della propria storia familiare.
Per me, poi, questo libro ha un significato particolare perché Ketty di Sciara ho avuto davvero l’onore di conoscerla.
La incontrai, insieme a suo padre, in occasione di una manifestazione a Vicari negli anni Novanta. In quell’occasione era presente anche il carissimo amico e grande collezionista di abiti Gabriele Arezzo di Trifiletti.
Ricordo Ketty prima della sua malattia, i capelli rossi, la figura sinuosa, quel modo così personale di vestirsi, quel gusto etnico che ho sempre amato e nel quale, per certi versi, mi sono sempre riconosciuto. Un gusto che, del resto, ha avuto una delle sue massime espressioni anche nella moda di Yves Saint Laurent.
Ketty era una di quelle persone che non potevano passare inosservate.
Ed è forse proprio per questo che il libro di Donatella mi ha colpito così profondamente, perché non mi ha fatto conoscere soltanto una donna attraverso il racconto della figlia. Mi ha restituito una persona che ho realmente incontrato, riportandomi alla memoria un volto, un modo di essere, un’atmosfera.
Per questo voglio ringraziare Donatella.
Per averci ricordato sua madre Ketty. Ma anche per averci restituito, attraverso la sua storia e quella della sua famiglia, una Palermo che non esiste più.
Una Palermo per molti aspetti terribile, ferita, funestata da vicende oscure e da delitti che hanno segnato la sua storia, ma che nello stesso tempo sapeva vivere, incontrarsi, creare, coltivare relazioni, arte, cultura e curiosità.
Una città diversa da quella di oggi, che questo libro riesce a far riemergere quasi come una vecchia fotografia.
E allora grazie, davvero, Donatella.
Grazie per aver raccontato tua madre con tanto amore, ma soprattutto con quella misura che rende il ricordo ancora più potente.
E grazie per averci ricordato che, dietro le persone che abbiamo incontrato anche solo per un momento, esistono mondi interi che spesso non abbiamo avuto il tempo, o la fortuna, di conoscere.
Vostro, Gigi Vinci



