06/08/2026
Massimiliano Reggiani svela “L’incanto del mito”: le sculture di Botero nella Valle dei Templi di Agrigento
Arte

Massimiliano Reggiani svela “L’incanto del mito”: le sculture di Botero nella Valle dei Templi di Agrigento

Ago 5, 2026

Otto sculture in bronzo dell’artista colombiano Fernando Botero si misurano in piena consonanza con il patrimonio archeologico girgentino nella Valle dei templi. “L’incanto del mito” è la mostra, curata Fernando Botero Quintana e Nicola Barbatelli, che ha voluto portare la ricerca intrinsecamente classica di Botero nel luogo fisico delle proporzioni codificate dall’antichità. L’innesto è perfettamente riuscito nonostante i quasi tre millenni di stacco cronologico: entrambe le espressioni valorizzano la misura, il distacco dal fugace e la perfezione assoluta dell’opera rispetto alla sofferta materia del travaglio creativo.

I Curatori, con sensibilità e acutezza, scrivono: “Esistono luoghi nei quali l’arte sembra limitarsi a occupare uno spazio. Ed esistono luoghi nei quali l’arte è chiamata a confrontarsi con la storia. Agrigento appartiene alla seconda categoria. Per la prima volta l’universo figurativo di Botero viene posto al centro di una riflessione che riguarda il destino stesso della forma nella civiltà mediterranea. Le architetture dell’antica Akragas incarnano ancora oggi una concezione della forma intesa come manifestazione di ordine, equilibrio e durata. Esse appartengono a una civiltà che attribuiva all’arte il compito di rendere visibile ciò che doveva sopravvivere al tempo. È precisamente su questo terreno che la ricerca di Fernando Botero rivela una sorprendente affinità con il mondo classico.

Dietro l’apparente immediatezza delle sue figure si nasconde infatti una delle più rigorose riflessioni sulla monumentalità sviluppate dall’arte contemporanea. Ogni figura, ogni corpo, ogni presenza viene sottratta alla dimensione dell’episodio e ricondotta a una condizione di permanenza. Le sue opere sembrano appartenere a un tempo diverso da quello della cronaca e dell’attualità. Vivono in una dimensione più lenta, quasi geologica, nella quale il presente entra progressivamente nella sfera della memoria. Nel paesaggio archeologico le sculture instaurano un confronto diretto con una delle più alte espressioni della civiltà classica. Non come presenze estranee o provocatorie, ma come forme capaci di misurarsi con una tradizione che ha fatto della monumentalità uno dei propri linguaggi fondamentali”.

Nonostante le dimensioni di questi bronzi siano abbastanza contenute, possiedono però proporzioni perfettamente adeguate ad una scala eroica e titanica. L’attuale convivenza delle statue in uno spazio architettonico creato ai tempi dell’apogeo greco è armoniosa e coerente. I lacerti di pietra erosa e quel che resta degli antichi templi sono frammenti non scomposti di un mirabile ordine mentale; nel medesimo flusso di pensiero le opere di Fernando Botero s’inseriscono come parti organiche. Forme levigate come sassi di fiume da cui inizia a trasparire la vitalità dei corpi non portano traccia del gesto o della fatica, non sembrano essere frutti del lavoro ma disvelamenti, crisalidi o boccioli pronti a schiudersi nel mondo reale. La superficie delle parti e il volume complessivo non sembrano modellati sulla reale forma dell’anatomia ma percorrendo lo spazio del movimento, dell’estensione e della flessione degli arti. Le figure appaiono cristallizzate come un fermoimmagine nel flusso naturale del divenire: mani, piedi e volti indicano un punto fermo dove incontrano lo sguardo dell’Artista; il resto volutamente si scontorna ma rimane racchiuso nella regolarità della forma.

Nelle sculture di Fernando Botero, così come nella sua pittura, si combinano una somma di identità: sono micro racconti dove più elementi interagiscono dentro il medesimo cosmo poetico. Li abbiamo apprezzati ne “Il peso dei sogni” al Riso di Palermo: canovacci, posate e frutta, persone al centro della scena e altre che vi entrano solo minimamente, donne e mobili, protagonisti e fondali. Qui abbiamo corpi umani e cigni, parallelepipedi e drappeggi, cuscini e cavalli. Sono tutte presenze di pari importanza, voci necessarie di un dialogo serrato fatto di materia vibrante e di silenzi.

I bronzi che sono stati posti nel ventre archeologico dell’antica Akragas non si percepiscono come fusioni contemporanee di metallo incandescente ma come antichi blocchi pazientemente scavati. Ogni opera conserva idealmente la forma originaria di un grande parallelepipedo di cui una faccia ancora resta per base. Mantenere il plinto come parte integrante della statua significa legare le rotondità del soggetto ad una geometria delle origini. Le anatomie danzano insieme alla luce abbacinante e vivida del Mediterraneo. Le dita e gli sguardi fissano il momento, tutto il resto visivamente è in movimento. Una lezione magistrale che prende le distanze da qualsiasi allusione fotografica, dal solito realismo esasperato che subito meraviglia ma presto stanca.

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