CARAVAGGIO, QUANDO ROBERTO BOLLE CON LA SUA STATUARIA FISICITÀ ABBAGLIA IL MASSIMO E TUTTO IL RESTO DIVENTA OMBRA
Articolo a cura di Gigi Vinci
Cari lettori,
prima ancora di parlare del Caravaggio di Mauro Bigonzetti, una nota di disappunto è doverosa. Un plauso particolare va alle menti creative che sono riuscite a far coincidere la giornata del Gay Pride con la prima palermitana di Caravaggio al Teatro Massimo, con Roberto Bolle in scena dopo circa 19 anni di assenza, per di più di sabato, regalando alla città un traffico semplicemente delirante. Un autentico capolavoro che ha costretto molti spettatori a una vera e propria corsa a ostacoli per raggiungere il teatro.

Superato il caos cittadino, il Teatro Massimo si è comunque presentato gremito, nonostante il caldo torrido che da giorni attanaglia Palermo. In sala, il pubblico delle grandi occasioni.

Tra il pubblico abbiamo particolarmente apprezzato la presenza di Francesca Daidone, elegante in abito lungo nero. A impreziosirne ulteriormente la figura, una lunga collana di corallo siciliano, indossata con raffinata semplicità: avvolta in un doppio giro attorno al collo, con un collier più piccolo impreziosito da una susta cabochon al centro e un filo più lungo, capace di conferire all’intero outfit un fascino tutto mediterraneo che ben si sposava con il suo incarnato. Aveva ragione Fulco di Verdura: i coralli stanno meglio alle more.
La cifra dello spettacolo si coglie immediatamente. Quando Roberto Bolle è in scena, è un bagliore da étoile in un fisico statuario, degno del David di Michelangelo. Tutto il resto rimane in penombra. Una penombra caravaggesca, naturalmente, perché il contrasto tra luce e ombra costituisce l’asse portante dell’intera costruzione coreografica.
L’idea di Mauro Bigonzetti è quella di raccontare il giovane Merisi nella Roma popolare, tra mendicanti, prostitute, soldati e nobili, mostrando come proprio da quell’umanità nascano i personaggi destinati a popolare i suoi capolavori pittorici. Un progetto suggestivo sulla carta e ampiamente illustrato nelle note di coreografia.
Il problema è che quanto si legge nelle note di sala non sempre trova riscontro sul palcoscenico. Tra le intenzioni dichiarate e il risultato scenico si avverte infatti una certa distanza.



La scrittura coreografica resta saldamente ancorata a un impianto neoclassico che, a tratti, tenta di spingersi verso un contemporaneo non sempre ben definito. Il risultato è un collage di posizioni e figure che finisce spesso per ripetersi, generando una certa monotonia.
Se non fosse per il magnetismo scenico di Roberto Bolle, capace da solo di sostenere la tensione teatrale e di catturare costantemente lo sguardo dello spettatore, il rischio sarebbe quello di assistere a uno spettacolo noioso.
A dare slancio allo spettacolo contribuisce il Corpo di ballo del Teatro Massimo, che nelle scene corali riesce spesso a restituire energia e dinamismo a una costruzione coreografica non sempre pienamente risolta.
Fra le poche figure capaci di emergere realmente dalla penombra scenica, una menzione particolare merita Sanaa Athmani. Di bellissima presenza, dotata di un innato carisma e di una sensualità scenica che non passano assolutamente inosservati, ogni sua apparizione cattura inevitabilmente l’attenzione del pubblico, che non a caso le ha tributato calorosi applausi a scena aperta. Un consenso spontaneo e meritato, segno evidente di una personalità artistica carismatica.

Anche Alessandro Cascioli, Michele Morelli e altri volti noti del corpo di ballo appartengono a quella ristretta categoria di artisti che la coreografia, o talune discutibili scelte, tende a collocare nell’ombra senza però riuscire a sottrarli allo sguardo dello spettatore, poiché autentici talenti naturali.
Quanto a Maria Khoreva, ospite internazionale del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, la tecnica è indiscutibile. Meno convincente, però, appare il piano emotivo. Ed è forse proprio questa la parola che più è mancata nel corso della serata: emozione.
Al di là del fascino visivo, delle suggestioni pittoriche e dell’indiscutibile presenza scenica di Roberto Bolle, Caravaggio lascia spesso lo spettatore in una dimensione di fredda contemplazione. Bello da guardare, certamente, ma non sempre capace di emozionare davvero.
Vostro
Gigi Vinci


