Massimiliano Reggiani legge Nino Salemme: il Mediterraneo tra forma ed emozione
Nino Salemme, artista napoletano, è un maestro aniconico: privilegia la narrazione emozionale rispetto a quella strettamente figurativa. Nella sua ricerca la bellezza selvaggia della natura svela la fragilità – fisica e interiore – dell’essere umano. Un’arte che trova il proprio equilibrio nel bilanciamento fra impeto e geometria, tra tumulto dell’esperienza e contorni lineari ben definiti. La proporzione e il rapporto numerico caratterizzano l’opera di Nino Salemme con un richiamo alla filosofia classica che l’artista – figlio del mare e della Magna Grecia – non poteva evidentemente tacere. Valeria Ruosi, presentando per Rome Art Week 2025 la sua importante antologica “Azzurre trasparenze mediterranee” dichiarò: “L’arte di Nino Salemme va oltre la cronaca, è la ricerca della forma perfetta. Le sue opere rimangono scolpite nella memoria concentrando emozioni universali, in cui l’autore distilla e sublima il proprio vissuto fatto di continui viaggi e di un costante ritorno alla purezza del suo Golfo di Napoli, perla del Tirreno e rifugio per la propria anima”.
Nino Salemme non è solo artista ma anche un efficace comunicatore: nella vita professionale posiziona il made in Italy a livello globale come esperto di marketing nell’internazionalizzare le PMI. Quando libera la propria creatività attraverso i colori svela invece un personale giardino segreto. Con empatica naturalezza ci apre alle emozioni di un viaggio collettivo fatto da generazioni di naviganti, di esploratori, di piccole anime affascinate e curiose che guardano e sfiorano il gigante d’acqua. Un vincolo di appartenenza antico quanto la vita stessa, sopito nella modernità metropolitana ma capace d’essere risvegliato appagando – attraverso linee e campiture simboliche – la nostra sete di libertà e abbandono, di immensità e silenzio. Ogni opera diventa un capitolo a sé dove ritrovare alcune delle emozioni che accompagnano i ricordi di chiunque si immerga, nuoti o comunque entri in contatto fisico con l’universo marino.

“L’arte – spiega Nino Salemme – è un sentimento non un mestiere. Io sono un professionista del marketing, non vivo materialmente d’arte ma amo vivere immerso nella bellezza. Guardo il mare, il Golfo della mia città – Napoli- i paesi affacciati sulle coste e mi sento compartecipe di questa grande emozione. Nelle mie opere l’aspetto pittorico è solo una componente: io studio molto la forma, la purezza della geometria, la selezione attenta dei materiali. L’uso del colore è successivo, gestuale; lo mantengo nei limiti di un rigoroso controllo senza permettergli di debordare. In questo modo la sua potenza rimane parzialmente inespressa, come lo sguardo fissato sull’onda prima che si infranga rovinosamente sulla scogliera. L’acqua e l’essere umano sono simili, possono vivere nel tumulto dei marosi ma tendono entrambi alla serenità e questa calma ritrovata può inondarsi di luce, che sia bianca e diretta oppure d’oro o d’argento, quando nel nostro cielo abitano la luna alta o il sole languido del tramonto”.

Questo è il racconto della comunione fra l’arte e il mare, la storia di un designer italiano e di un nuovo linguaggio globale che non nasce a freddo ma distilla l’appartenenza ad un luogo dove storia e natura si incontrano da millenni, dove la materia è figlia del fare artigiano e l’idea discende da una pura bellezza ancestrale. In questi lavori – dove si mescolano vetro e legno, luce e colore – anche i confini accademici sembrano perdere di rilevanza. Più che dipinti sono oggetti, sculture quasi bidimensionali, forme e idee che possono facilmente diventare marchio, logo aziendale, simbolo e identità di un territorio transnazionale: l’intero Mediterraneo con le sue coste tormentate, le piccole isole riarse e assolate.
I colori di Nino Salemme sono i cieli infiniti, i riflessi sull’acqua del sole nei giorni di bonaccia, il chiarore lunare e argenteo delle notti navigate, il guizzare libero dei pesci, il ricordo di una terra lontana. La sua tavolozza non è solo pigmento ma intride la materia perché non cerca la verosimiglianza dell’occhio ma la consonanza emotiva. Fluidità e colature sono la voce, o meglio il canto, dell’acqua. La luce si cristallizza. Il vetro condensa uno spruzzo di tempesta, freddo e improvviso, portato dal vento di maestrale. Queste opere si possono immaginare solo se l’artista vive un profondo rapporto con il mondo marino, con quest’universo azzurro così complesso e fragile. È arte che può essere compresa da molti ma, per crearla, occorre avere un vissuto fatto d’onde e di burrasche, d’albe serene e di notti stellate.
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