10/03/2026
IL MARINAIO DI PESSOA: LA METAFORA DEL MISTERO DELLA VITA CHE SCORRE FRA RICERCA, DUBBI E SOGNO
Cinema&Teatro

IL MARINAIO DI PESSOA: LA METAFORA DEL MISTERO DELLA VITA CHE SCORRE FRA RICERCA, DUBBI E SOGNO

Mar 3, 2026

Domenica 1 febbraio 2026 ha avuto luogo a Ragusa alla Maison Godot, dopo le rappresentazioni delle giornate 20-21-33-27-28 , l’ultima replica di uno spettacolo molto particolare,”Il marinaio”, dramma statico in un quadro, il cui testo è stato composto dal grande poeta e scrittore portoghese Ferdinando Pessoa, conosciuto in Italia solo nel 1988 quando alcune sue opere, compreso “Il marinaio “ sono state tradotte in italiano da Antonino Tabucchi uno scrittore, critico letterario , divulgatore della lingua e letteratura portoghese che insegnò dalla cattedra di cui era titolare all’Università di Siena. Egli è considerato oggi il maggior esperto di Fernando Pessoa, autore in ragione del quale Tabucchi apprese la lingua grazie a sua moglie che era originaria del Portogallo.

L’opera è stata interpretata da Tiziana Bellassai, Federica Bisegna e Benedetta D’Amato, i costumi curati da Federica Bisegna, scena e regia di Vittorio Bonaccors.

Il dramma venne composto da Pessoa in una sola notte fra l’11 e il 12 ottobre del 1913 e due anni dopo, nel 1915, esso venne pubblicato sul primo numero dalla rivista “Orpheu dopo che l’autore vi apportò numerose modifiche per renderlo più fruibile.

Si tratta di un apparente dialogo a tre voci condotto da tre “fanciulle” che vegliano in una stanza circolare per una sola notte un’amica morta. Per passare la notte, nel timore di dissolversi con la luce dell’alba, decidono di parlare e di raccontarsi i loro sogni per mantenersi vive e reali. Uno dei sogni della seconda vegliatrice , quello più emblematico che dà il titolo alla piece, riguarda un vecchio marinaio che aveva fatto naufragio in un’isola sperduta.

«Sognavo di un marinaio che si era perduto in un’isola lontana…In quell’isola c’erano poche rigide palme e fuggevoli uccelli volavano tra di esse… Da quando, scampando a un naufragio, vi era approdato, il marinaio viveva in quel luogo… Poiché non aveva modo di tornare in patria, e soffriva troppo ogni volta che il ricordo di essa lo assaliva, si mise a sognare una patria che non aveva mai avuto”.

L’opera è stato definita dalla maggior parte della critica, a partire dal 1952 ad oggi, un dramma di carattere simbolista che risente dell’influenza dello scrittore belga Maeterlinck, ma, lo stesso Tabucchi ,che nel 1970 sosteneva questa tesi, in seguito ha rivisto le sue affermazioni sostenendo che, se dal punto di vista linguistico “Il marinaio” è un testo onirico e allusivo ,dai molti caratteri simbolisti, maggiore influenza l’ebbe certamente la poesia shakespeariana che Pessoa aveva molto approfondito e studiato.

Tabucchi sveva fatto notare che quella de “Il marinaio “è una lingua che non potrebbe mai essere usata nel discorso parlato e che, se per paradosso il lavoro è stato chiamato dallo stesso autore “dramma statico”, esso è un tipo di teatro scritto non tanto per essere recitato quanto per essere letto.

Si tratta dunque di un opera che manca della struttura scenica, delle azioni e della trama propria di un testo teatrale. Il suo valore consiste pertanto nel senso dei suoi contenuti che scandagliano l’animo umano e il mistero della vita e della morte. I dialoghi , che costituiscono la struttura specifica del testo teatrale, in fondo non sono veri dialoghi, ma un rispecchiamento degli stessi dubbi, delle stesse incertezze, delle medesime metafore esistenziali dei personaggi che trovano il loro punto focale nel senso del sogno e nel possibile legame sotteso fra vita e sogno. Che cosa è dunque un sogno? A differenza del sonno, che è uno stato fisiologico di riposo, caratterizzato da una ridotta coscienza e attività metabolica e dal distacco dall’ambiente circostante, il sogno è invece ’attività mentale, fatta di immagini, suoni ed emozioni che avviene durante il sonno. Essa può essere così intensa ed emozionante da sembrare reale, confondersi addirittura con la realtà stessa e mettere in discussione le certezze, le visioni, la memoria, gli eventi del passato e del presente.

Un testo del genere era indubbiamente arduo da trasformare in una rappresentazione teatrale, dato che tutto è fondato sul senso e lo scavo delle parole dall’anima , senza personaggi che vanno e vengono sul palco, che entrano ed escono di scena, che recitano e guardano in faccia il pubblico trasmettendo con la mimica, i movimenti del corpo e il tono della voce le informazioni necessarie per rendere la rappresentazione incisiva e di immediata comprensione.

Soltanto una superba interpretazione delle attrici poteva far dimenticare al pubblico l’esigenza di una definita“vis” scenica catapultandolo all’interno del valore intrinseco del linguaggio espressivo, delle domande senza risposta, della vibrante ricerca di una verità che non appare facilmente accessibile.

In ciò le straordinarie interpreti di questo difficile e complesso testo che fonde insieme filosofia, poesia e drammatizzazione, sono state davvero insuperabili, offrendo agli spettatori una prova schiacciante di quanto la bravura interpretativa possa superare l’esigenza di una trama, di un intreccio, di una logica comune, riuscendo ad agganciare il pubblico nella dimensione onirica che fa vibrare di curiosità e ipnotizza gli astanti inchiodati in un sacrale silenzio che non vuole perdersi nulla di quelle parole che volteggiano così preganti, misteriose e ambigue.

Grazie alla geniale regia di Vittorio Bonnaccorso, le tre donzelle, vestite di bianco, con gli occhi bendati, muovendosi avanti e indietro, a piedi scalzi, hanno circondato fluttuanti lo spazio scenico chiuso da bianchi drappeggi posti tra un’apertura e un’altra, con il balenio della figura di una donna distesa dormiente o deceduta, al suono di un azzeccato accompagnamento musicale che fungeva da intermezzo tra un dialogo e un altro, hanno trasportato gli ascoltatori in una dimensione altra, quella

che da un lato ammicca al teatro dell’assurdo di Samuel Beckett, dall’altro tende la mano alla suggestione della poesia epica che, invece di esaltare le imprese di popoli e di eroi, mette in evidenza il senso dell’umanità che indaga, si interroga, non smette di comunicare, di ricordare, di rincorrere i sogni.

“Mettere in scena “Il marinaio”- dichiara il regista Vittorio Bonaccorso – pone la questione dell’interpretazione non dei personaggi, ma di uno stato d’animo. Essi non hanno un prima e un dopo, sono in nessun luogo e in nessun tempo, se e non in quello del ricordo che diventa presente e futuro”.

A me piace immaginare che la donna che pare morta in realtà non lo sia e che stia sognando se stessa scomposta nelle sue tre dimensioni, quella che rivela lo smarrimento (interpretata dalla Bellassai), quella che rivela il bisogno di equilibrio (interpretata dalla Bisegna ,non a caso sempre al centro della scena) e quella che palesa il bisogno di innocenza (interpretata dalla D’Amato).

Un particolare interessante è dato dal fatto che nessuna chiama per nome l’altra, anzi si definiscono sorelle e si danno del “Voi”, non hanno età , il volto è inespressivo (anche perché gli occhi sono nascosti), ma hanno una voce calda e trasmettono il dolore del vivere senza avere certezze, nemmeno quella di essere davvero vive in un contesto reale oppure creature che vivono nel sogno. Di certo la penna di Pessoa le ha rese immortali e incantevoli come le sirene che ammaliano con il loro canto, ma non per uccidere, soltanto per farci riflettere.

Si tratta di uno spettacolo raffinato, suggestivo, dai contenuti profondi, dove si rincorrono delle domande a cui molte risposte sono “Non lo so”. E soprattutto si è messa in scena una performance teatrale di altissimo livello, di certo non accessibile a tutti e non gustabile fino in fondo da tutti i palati. Ma portare sul palco un testo simile è stata un’azione coraggiosa e temeraria che dimostra, oltre la già consolidata bravura e professionalità della compagnia, anche la fedeltà a una ‘vision” e a una“mission” ben precise: la volontà di usare il teatro come un potente strumento di elevazione culturale e spirituale capace di stimolare il pensiero e di consegnare al pubblico quel valore aggiunto che fa la differenza.