12/04/2026
Fortunato Del Dotto nella lettura critica di Massimiliano Reggiani: colore, luce e pensiero di un vedutista contemporaneo
Arte

Fortunato Del Dotto nella lettura critica di Massimiliano Reggiani: colore, luce e pensiero di un vedutista contemporaneo

Mar 2, 2026

Fortunato Del Dotto, messinese, esteta del colore e della materia è sulla scena artistica nazionale da tanti anni: la sua prima mostra personale fu inaugurata nel capoluogo peloritano alla Galleria “La stiva” nel 1962. Tra le sue ricerche passate sicuramente brilla l’uso del cuoio, usato per comporre suggestioni di memoria, sollecitazioni tattili ed emozioni visive. Successivamente si è concentrato sul colore, espresso in limpide e luminose tessiture, trattenute, valorizzate e sostenute da un fitto reticolo di geometrie che vi si sovrappongono senza entrarne in conflitto.

Ovviamente dopo tanti anni di carriera, di riflessivo insegnamento e di acclamati vernissages, Fortunato Del Dotto ha fatto le proprie scelte stilistiche optando – non sarebbe corretto scrivere maturando, giacché i linguaggi sperimentati avevano già raggiunto la loro pienezza espressiva – per liriche composizioni geometrico cromatiche. Molti autorevoli critici ne hanno analizzato la pittura, sovente riconoscendolo legato alla vena astrattista. Asserzione condivisibile, che però potrebbe essere integrata con nuove ed inesplorate prospettive.

Credo sia riduttivo considerare Fortunato Del Dotto un pittore perché occorre prestare più attenzione all’Uomo e al docente. È un intellettuale riservato, non assertivo, con una visione attenta e consapevole del proprio sistema di valori. La sua arte non va spiegata in relazione alle mode, alle correnti o alle Gallerie ma come riflessione teoretica. Se i poligoni multicolori sono esperienze vissute, frammenti ambientali, momenti di vita, che ruolo simbolico ricopre il gesto grafico volontario e razionale che li ordina, li lega e li presenta? È la mente solitaria dell’Artista o diventa espressione teatralizzata dell’intera umanità?

Personalmente la vedo come una dichiarazione, sussurrata ma ferma, sul significato della cultura e sugli istinti della società. Fortunato Del Dotto ha da sempre dato un forte valore al sistema di linee che contornano e arricchiscono lo spazio cromatico. Inizialmente erano tratti agili e nervosi ampiamente diffusi, poi diradati trasformandoli in suggestioni di scrittura asemica fino ad arrivare all’estrema rarefazione, ai semplici perimetri secchi come nella produzione più recente. Vedremo tra pochi paragrafi se il gesto grafico per Del Dotto interpreti il sociale e lo trasfiguri. Occorre però fare prima altre valutazioni: una storica e alcune prettamente artistiche.

Fortunato Del Dotto risente, con grande sensibilità, della crisi che ha investito l’arte contemporanea dal secondo dopoguerra in avanti: in bilico tra assoluta libertà (prossima allo spaesamento) e propaganda, ha lasciato all’artista l’arduo e messianico compito di salvare il mondo. Chi si è allineato ha dovuto acquisire da altri le idee e il linguaggio ottenendo consenso e commesse. Chi, di contro, si è mantenuto indipendente ha dovuto inventarsi le proprie ricette escatologiche per trascinare sempre nuovi estimatori. Del Dotto ha preferito astenersi, dipingendo la propria opinione con garbo ed eleganza.

Tecnicamente non lo sento astrattista, bensì paesaggista. È paesaggio aniconico, dove ritmo e colore si sostituiscono alla resa fotografica per sintetizzare l’emozione di un luogo e di un momento. Del Dotto, che non vuole restare intrappolato nella narrazione ma nemmeno diventare quinta teatrale di uno spettacolo che non gli appartiene, preferisce cancellare ogni possibile richiamo per l’osservatore e si limita alla mera contemplazione cosmica. Volendogli dare una connotazione per stili oserei definirlo un vedutista del terzo millennio con un linguaggio cubista: vedutista per la ragione storica che vedremo a breve e cubista per la molteplicità degli sguardi espressi poi in un’unica forma, capace di contenere senza deflagrare una molteplicità di sequenze temporali.

Il vedutismo era un momento disimpegnato, concentrato sul paesaggio senza il turbamento emotivo che sarà poi caro al Romanticismo. Perché Fortunato Del Dotto si avvicina sostanzialmente a quello stile ormai desueto? Esteticamente per dare la propria risposta filosofica al dilemma di un’arte moderna senza guida, in cui ognuno deve giustificare di fronte agli altri non la qualità del prodotto ma la ragione stessa del creare. Cultura e società, narrazione e diari personali vengono abilmente scartati: l’arte non serve a sostenere i drammi transitori e le ragioni spesso misere degli umani ma ci apre alla bellezza del creato; ci eleva dalla bassezza del quotidiano. Quindi vedutismo aniconico, per restare fuori dalle beghe del presente: è filosofia pragmatica, onesta e schietta, per questo alla lunga si è dimostrata vincente.

Infine la nota storica che ritengo aiuti a comprendere l’origine della bellezza dei colori, delle luminosità, della grazia di questi raffinatissimi dipinti. Fortunato Del Dotto è nato e vive a Messina e porta con sé la memoria di una cultura di confine e la percezione di un universo estetico che – seppur oggi appare remoto – ha inciso e modellato per secoli la geopolitica dell’Adriatico. Sulla costa levantina era sempre e tutta cultura veneziana; lo “Stato de mar “- i domini marittimi – andavano quasi ininterrottamente dal “Dogado” – il territorio di Venezia – fino al Mediterraneo orientale con il Peloponneso, Candia – l’attuale Creta – e tante altre isole. Quindi Messina non era lontana dalla nazione di Giorgione e di Tiziano, dai mosaici di Bisanzio e dalle basiliche ravennati. Come loro e Antonello, così anche Del Dotto è un pittore del colore e della luce, in linea con questi antichi maestri e con la patria del vedutismo settecentesco. Un Artista che preferisce dipingere senza entrare in un logorante dibattito fra critici e colleghi a fronte della maestosa bellezza della terra ubertosa di Sicilia e del proprio mare cristallino che ha dato sangue e forza all’intramontabile mito classico.