Riccardo è una ferita: riflessioni su uno spettacolo necessario
Il Riccardo III andato in scena al Teatro Biondo di Palermo, interpretato da Maria Paiato, regia di Andrea Chiodi, non è un esercizio di travestimento né un gioco di rovesciamento di genere. È un’operazione chirurgica sul testo. La regia con un’intuizione che dialoga idealmente, ma in modo inverso, con l’operazione compiuta da Luca Ronconi quando affidò Medea a Franco Branciaroli, sottrae il personaggio alla virilità guerresca per restituirlo a una dimensione più profonda, quella del trauma originario. Qui Riccardo non è solo il tiranno machiavellico. È un figlio deformato da una genealogia malata.
La deformità come destino psichico
Tradizionalmente Riccardo III d’Inghilterra è rappresentato come il mostro politico per eccellenza: gobbo, deforme, moralmente corrotto. Shakespeare, scrivendo negli anni Novanta del Cinquecento, attinge alla storiografia filotudor per costruire una figura demoniaca funzionale a un preciso disegno politico, ma in questo allestimento la deformità non è marchio morale è un sintomo. E’ la cicatrice visibile di un conflitto irrisolto tra madre e figlio, tra appartenenza e rifiuto. La Paiato lavora per sottrazione, il corpo non è caricatura, è tensione trattenuta. La parola diventa lama sottile. Il male non esplode, si organizza.

La bara e il lutto che non finisce
Su tutto incombe la bara del re Lancaster, il passato non è mai morto. La guerra tra Lancaster e York, che Shakespeare mette in scena come l’origine del caos, diventa qui un lutto collettivo mai elaborato. La rovina che prima divide i due casati consanguinei e poi lacera gli stessi York è una malattia del sangue. Shakespeare sceglie questa materia perché, sotto Elisabetta I, la questione della successione era un’ossessione politica. La regina non aveva eredi. Il ricordo delle guerre civili del Quattrocento era ancora vivo nella memoria nazionale. Raccontare l’ascesa sanguinosa di Riccardo e la sua caduta significava ricordare cosa accade quando la legittimità vacilla e l’ambizione personale prende il sopravvento.
Perché Shakespeare scrive Riccardo III per Elisabetta
Quando Shakespeare compone il dramma, Elisabetta è l’ultima dei Tudor. Suo nonno, Enrico VII, aveva sconfitto Riccardo a Bosworth fondando la dinastia. Rappresentare Riccardo come tiranno mostruoso significava, legittimare retrospettivamente l’ascesa dei Tudor; mostrare che il loro avvento aveva posto fine al caos; suggerire che l’ordine presente fosse frutto di una necessità storica. Il teatro elisabettiano è anche questo, pedagogia politica. Ma Shakespeare va oltre la propaganda. Trasforma il nemico dinastico in un personaggio magnetico, ironico, seduttivo. Il pubblico è complice del suo male. E proprio questa complicità interroga il presente.
Il coro delle donne e la maledizione generazionale.
In questo allestimento emerge con forza la dimensione femminile del testo.Le donne, in particolare la regina vedova Margherita d’Angiò, non detengono il potere politico ma custodiscono la memoria. Le loro maledizioni sono la vera architettura tragica dell’opera. Il ciclo di vendette che si trasmette tra madri e figli diventa il cuore pulsante dello spettacolo. Il potere maschile distrugge; la parola femminile ricorda, accusa, maledice. E così la scelta di una donna per incarnare Riccardo non è provocazione, ma cortocircuito simbolico: il carnefice è immerso nello stesso grembo genealogico che lo genera e lo condanna.
Un dramma che parla al presente

Questo Riccardo III non è un dramma storico. È una tragedia della filiazione, del trauma ereditato, della memoria che non si estingue. Shakespeare scrive per consolidare una dinastia, ma crea un personaggio che scava nell’ombra universale dell’umano. La regia che affida il ruolo a Maria Paiato radicalizza questa universalità: la tragedia non ha sesso, ha ferite. La bara resta in scena come un monito, ogni potere nasce da un lutto non elaborato. E se non lo riconosce, è destinato a ripeterlo.

Gigi Vinci