Dormimondo, di Anna Valente: la stazione dei sogni dove la fiaba diventa responsabilità
Dormimondo, di Anna Valente (Ed.Atile) nasce da una frase detta quasi per gioco, in un piccolo scambio serale: la figlia dell’autrice e un amico chiamato “Pigiamino” si salutano con una promessa semplice e impossibile insieme «Ci vediamo alla stazione di Dormimondo». Da lì prende forma la visione poetica del libro: una stazione sospesa tra sonno e veglia da cui parte, ogni millesimo di secondo, un treno che cambia continuamente binario, inseguendo l’infinita varietà dei sogni umani. Per accedervi servono condizioni precise, quasi rituali: silenzio, occhi chiusi, mente spenta e cuore acceso. E soprattutto una regola: non toccare le bolle, perché ogni bolla contiene un sogno e basta sfiorarla per contaminarne la purezza. Da questa intuizione iniziale prende corpo la storia di Fanny, protagonista e viaggiatrice notturna, che attraversa Dormimondo come si attraversa una soglia interiore. Un attimo prima è nella sua stanza, poi si ritrova nella Sala d’attesa, tra persone smarrite che attendono il loro primo sogno, distribuito da Ermes, messaggero degli dèi e tramite tra mondi. A guidarla nel viaggio sono due figure complementari: Morfeo, capostazione del sonno, presenza insieme paterna e severa, e Apollo, custode del risveglio, più luminoso e leggero, legato alla dimensione dell’infanzia e della fiducia.
Nel suo continuo andare e tornare notturno, Fanny incontra sogni che hanno la forma della fiaba ma il peso della vita: la donna sola che piange davanti al sogno di un Natale impossibile; il ragazzo che segue con il dito un futuro ancora da scrivere; l’uomo che ha abbandonato il proprio desiderio e che ritrova, grazie a lei, una bolla smarrita “per la felicità”; l’“angelo fragile” che sogna l’amore come bene per gli altri. Dormimondo si rivela così non solo come il luogo dei sogni, ma come uno spazio di passaggio in cui emergono perdita, compassione, attesa e speranza.
Progressivamente il romanzo lascia intravedere un doppio livello narrativo. Accanto alla viaggiatrice di Dormimondo, affiora la Fanny della veglia: una donna, una madre, una presenza attraversata dalla malinconia, che prova a rimettere ordine nella casa e dentro di sé, interrogandosi sulla realtà di quel mondo notturno e sul senso dei legami che l’hanno segnata. Il sogno, allora, smette di essere evasione e diventa responsabilità: Morfeo le rivela che Dormimondo può dissolversi se i sognatori smettono di credere, perché ogni sogno vive solo finché qualcuno lo custodisce.
Anna Valente, nei capitoli centrali e finali, fa sì che il viaggio diventi sempre più introspettivo. Fanny affronta il dolore, il rimpianto, la colpa, fino alla “notte terribile” in cui il sogno mostra la sua ombra. Ma è proprio attraversando questa frattura che comprende che difendere un sogno non significa possederlo, bensì accettarne la fragilità e condividerne il senso. Incontri come quello con Lalla, con il ragazzo cieco che a Dormimondo può “vedere” ampliano il racconto a una dimensione collettiva: i sogni non appartengono mai a uno solo.
Nel tratto conclusivo, Fanny assume un ruolo nuovo: diventa custode e mediatrice dei sogni altrui, Dormimondo, allora, non è più soltanto un luogo da visitare, ma un’eredità da trasmettere. Tra papaveri, lucciole, musica e riti di passaggio, il romanzo si chiude come una carezza: il sogno non è fuga dalla realtà, ma una forma di conoscenza che illumina il vivere.
Alla fine, quando la stazione si svuota e il viaggio sembra compiersi, resta una certezza semplice e necessaria: i sogni non si abbandonano mai. Cambiano forma, chiedono tempo, talvolta fanno male, ma continuano a esistere finché qualcuno è disposto a crederci. Dormimondo si congeda così dal lettore come una fiaba che non consola soltanto, ma insegna a restare fedeli a ciò che, dentro, continua a chiamarci.
Una fiaba per quadri: simboli, mito e desiderio come esperienza condivisa
Dal punto di vista strutturale, Dormimondo si presenta come un romanzo episodico, costruito per quadri narrativi che funzionano come stazioni successive di un unico viaggio interiore. Ogni capitolo è autonomo, ma nessuno è autosufficiente: il senso complessivo emerge solo nella progressione, secondo un movimento circolare che riporta continuamente la protagonista e il lettore sul confine tra sogno e realtà. È una scelta che richiama certa narrativa simbolica contemporanea, dove la linearità della trama cede il passo a una logica per risonanze.
In questo senso, il libro dialoga idealmente con Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: come nel racconto del bambino venuto dalle stelle, anche qui gli incontri non servono a “far avanzare l’azione”, ma a rivelare verità emotive ed etiche. Ogni personaggio che Fanny incontra — la donna dal sogno impossibile, l’angelo fragile, il ragazzo che ha smarrito il desiderio — è una variazione sul tema della fragilità umana, osservata senza giudizio e restituita con uno sguardo che conserva tenerezza anche quando tocca il dolore.
Un altro elemento significativo è la gestione del tempo narrativo. Il romanzo procede in una dimensione sospesa, dove il tempo cronologico si annulla e viene sostituito da un tempo emotivo. Questo aspetto avvicina Dormimondo a un immaginario cinematografico più che letterario: alcune sequenze come la Sala d’attesa, il treno che cambia binario, il temporale tra le stelle sembrano pensate per immagini, e trovano un naturale parallelo nel cinema poetico di Hayao Miyazaki, in particolare in film come La città incantata, dove il viaggio in un mondo altro coincide con un percorso di crescita e consapevolezza.
Dal punto di vista dei personaggi, Fanny è costruita come figura permeabile: non un’eroina nel senso classico, ma una coscienza in ascolto. La sua evoluzione non passa attraverso imprese o conquiste, bensì attraverso la capacità di restare, di accogliere i sogni degli altri senza appropriarsene. È qui che il romanzo compie uno scarto interessante: il sogno non è presentato come realizzazione individuale, ma come esperienza condivisa, che implica cura e responsabilità. Questa impostazione etica distingue Dormimondo da molta narrativa fantastica e lo avvicina piuttosto a una riflessione esistenziale sul desiderio.
Infine, va sottolineato il ruolo delle figure mitologiche che l’autrice rende protagoniste del suo romanzo: Morfeo, Apollo, Ermes, che non vengono utilizzate come elementi decorativi, ma come vere e proprie funzioni simboliche. Morfeo incarna il limite e la pazienza, la capacità di attendere e di custodire; Apollo rappresenta la luce, la fiducia e il ritorno alla veglia; Ermes è il passaggio, la comunicazione, il movimento incessante tra mondi diversi. A questo sistema simbolico si affianca un elemento naturale tutt’altro che secondario: i papaveri, unico fiore che cresce a Dormimondo.
Il papavero, fiore del sonno e dell’oblio, ma anche della cura e del dolore lenito, diventa il segno più concreto del senso profondo del romanzo. È il fiore di Morfeo, legato etimologicamente alla morfina e dunque alla guarigione, ma anche alla fragilità di ciò che consola senza cancellare la ferita. Il fatto che sia l’unica presenza vegetale di Dormimondo non è casuale: il sogno, come il papavero, non serve a fuggire dalla realtà, ma a renderla sopportabile, a darle una tregua, a permettere una rinascita possibile.
In questo intreccio tra mito, natura e quotidiano, il romanzo costruisce una coerenza interna forte e riconoscibile. Dormimondo non è soltanto un universo fiabesco, ma un sistema simbolico compatto, capace di parlare tanto ai lettori più giovani quanto a quelli adulti, perché affonda le sue radici in archetipi condivisi e in esperienze emotive universali.
Nel complesso, Dormimondo è un testo che sceglie consapevolmente di non stupire con l’intreccio, ma di accompagnare. La sua forza non risiede nella sorpresa narrativa, bensì nella fedeltà al proprio mondo simbolico e nella capacità di mantenere, fino alla fine, una promessa chiara: ricordare che sognare non è un gesto infantile, ma una forma di attenzione verso ciò che, dentro e fuori di noi, chiede ancora di essere ascoltato — e, talvolta, curato.
La voce che sogna: tempo interiore, spazio simbolico e scrittura immersiva
Anna Valente sceglie una voce narrante che non “racconta” il sogno: lo fa accadere. La prima persona di Fanny trasforma il romanzo in un’esperienza di prossimità: Dormimondo non è un altrove descritto dall’esterno, ma un luogo attraversato dal dentro, con la stessa logica discontinua e associativa con cui si ricordano i sogni al risveglio. In questo, Valente lavora in direzione opposta alla fiaba tradizionale, che spesso si fonda su una distanza rassicurante: qui la distanza viene abolita, e il lettore entra nel testo come entra in una stanza buia, guidato non da spiegazioni ma da sensazioni, frammenti, improvvise illuminazioni.
Valente imposta il tempo narrativo come un tempo “altro”, dichiaratamente non cronologico: a Dormimondo parte un treno ogni millesimo di secondo, e questa iperbole non è soltanto immaginifica, ma strutturale. Il tempo del libro è un tempo interiore, elastico, che si dilata o si contrae secondo l’emozione. È una scelta che avvicina Valente a una linea di scritture immersive in cui il tempo non è misura, ma materia—viene naturale pensare a Alice di Lewis Carroll, dove il passaggio di soglia altera proporzioni e regole, o, più vicino a noi, a certe atmosfere di Buzzati, dove l’attesa e l’evento si scambiano continuamente di posto. In Dormimondo l’orologio non governa: governa la trasformazione. Il luogo è come un grande dispositivo simbolico: Dormimondo è “stazione”, dunque punto di transito, di arrivo e ripartenza, e il treno non è semplice mezzo, ma grammatica del romanzo. Il lettore si muove tra Sala d’attesa, binari, carrozze, reception, fino alle scene-spazio più rarefatte (spiaggia, lucciole, mare, falò), e ogni ambiente ha un valore preciso: la Sala d’attesa è l’anticamera tra veglia e sogno; i binari sono le possibilità; la carrozza è la comunità provvisoria degli esseri umani. L’effetto è quasi cinematografico: ogni luogo “entra in scena” come un set mentale, e per nitidezza iconica ricorda certe sequenze di Miyazaki (La città incantata), dove lo spazio fantastico non è decorazione, ma forma visibile di un passaggio interiore.
Lo stile di Anna Valente è volutamente limpido e accessibile, ma non ingenuo. La lingua rinuncia alla complessità sintattica per privilegiare un andamento orale, quasi confidenziale, che accompagna il lettore come una voce notturna. Questa scelta rafforza la dimensione fiabesca del racconto, ma al tempo stesso permette di affrontare temi complessi — perdita, rimpianto, colpa, responsabilità del desiderio — senza appesantirli. In questo equilibrio tra semplicità formale e densità simbolica, Dormimondo ricorda anche alcune opere di Michael Ende, in particolare La storia infinita, dove il mondo fantastico non è evasione ma specchio diretto delle ferite interiori del protagonista.
L’Autrice usa i dialoghi come strumenti di innesco, non come semplice scambio informativo. Morfeo, Apollo, l’omino, Ermes parlano con Fanny in una lingua insieme quotidiana e metafisica: frasi brevi, talvolta ironiche, spesso pacate, che lasciano sempre una scia di significato. È una modalità che richiama il dialogo “sapienziale” della fiaba filosofica: come nel Piccolo principe, ogni incontro è una tappa che sposta lo sguardo, non un episodio che “serve” alla trama in senso stretto. Anche quando il tono si fa giocoso (lo zucchero filato, il chupa chups, i rimproveri bonari per i ritardi), quella leggerezza non è evasione: è il modo con cui il libro difende il diritto all’infanzia, persino nei personaggi più “razionali”.
Anna Valente concentra inoltre una parte importante del senso in un simbolo unico e coerente: il papavero, l’unico fiore che cresce a Dormimondo. Non è un elemento ornamentale, ma un emblema che tiene insieme sonno, oblio, cura, tregua dal dolore. Il papavero dice che il sogno non è “felicità facile”: è anche anestesia necessaria, pausa vitale, possibilità di respirare quando la veglia pesa. In questo simbolismo, Dormimondo assomiglia a certe narrazioni dove il fantastico è terapia dell’anima più che divertimento: il fiore non decora, ma protegge. L’autrice infine intreccia continuamente il mondo onirico con brevi aperture “fuori da Dormimondo”, e qui lo stile cambia registro: la protagonista è madre, donna comune, attraversata da malinconie e dalla necessità di rimettere ordine. È in questo alternarsi che il romanzo rivela la sua direzione: Dormimondo non è un rifugio che sostituisce la vita, ma un luogo che la illumina. La scrittura, la memoria, il richiamo del padre, la figura della figlia che rimprovera gli adulti quando smettono di credere: tutto converge verso un’idea precisa, che il libro ripete senza retorica, come una formula da proteggere. I sogni non sono una parentesi: sono un modo di restare fedeli a ciò che siamo stati e a ciò che potremmo ancora diventare.
Alla fine il romanzo lascia un’impressione precisa: Dormimondo esiste finché qualcuno continua a crederci, e questa non è un’affermazione consolatoria, ma una presa di posizione. Valente affida alla protagonista un compito che è anche del lettore: non “realizzare” ogni sogno, ma custodire ciò che lo rende possibile — la fantasia, l’ascolto, la cura, la capacità di non trasformare la vita in puro rumore. È qui che la fiaba smette di essere evasione e diventa una piccola educazione dello sguardo: perché, come accade nei racconti che restano, non ci chiede di fuggire dal reale, ma di tornarci con gli occhi un po’ più aperti.
L’Autrice
Anna Valente, nasce a Napoli il 4 dicembre 1969, mese che lei ama tantissimo. sposata con Giorgio dal 1991, ha due igli Niko( Domenico) e Dafne (Raffaela), in più un figlio pelosetto Zoro un gatto-pantera nera di 9 anni. Anna innamorata del mare soprattutto di inverno, dice che è il suo miglore amico, l’unico che resce a leggerla dentro senza che parli. Ama la musica in genere che l’aiuta nei momenti di scrittura ma anche di solitudine. Il camino in inverno amico irrinuncuabile che la ispira nei suoi momenti di scrittura. Collabora spessp in salotti culturali e live con altriautori emergenti, persone di molto talento, con cui si confrontano e collabbora.Ha scritto Dormimondo che è un libro di fantasia che accompagna le persone nel mondo dei sogni. Risveglio un libro introspettivo che porta le persone a trovare domande alle troppe risposte e infine E poi strada facendo, un libro a 4 mani, che racconta un viaggio ala ricerca di un qualcosa prduto, al dolore dl perere e ritrovare e soprattutto al perdono di chi ci lacia forse per amore. Ha partecipato a varie fiere tra cui il SalTo di Torino dive ha anche presentato i suo Dormimondo e il Campania festivala Napoli, fierie in cui ha riscontato molto interesse da parte dei visitatori per i suoi libri che sono stati acquistati sempre. Dice di sè: “sono un’ Esperta Sognatirce e un’ Aspirante Scrittrice”. “Chi non sogna è già morto”. Namasté.
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