24/08/2026
La memoria come viaggio, la bellezza come resistenza: Maria Grazia Nanni racconta “Una vecchia 500 blu”
Interviste

La memoria come viaggio, la bellezza come resistenza: Maria Grazia Nanni racconta “Una vecchia 500 blu”

Gen 12, 2026

In questa intervista Maria Grazia Nanni riflette sui temi che attraversano Una vecchia 500 blu: la memoria come gesto attivo, la bellezza che continua a esistere anche quando non viene riconosciuta, il dolore che assume forme diverse e chiede di essere attraversato senza semplificazioni.

Dalle sue risposte emerge un pensiero attento al rapporto tra memoria storica e memoria intima, al potere silenzioso delle cose minime e al viaggio come esperienza di conoscenza più che di evasione. Una conversazione che non cerca soluzioni, ma apre domande destinate a restare.

Per L’Epoca Culturale, un dialogo con un’autrice che sceglie di guardare le ferite del mondo senza distogliere lo sguardo.

  • Maria Grazia, il suo ultimo libro Una vecchia 500 blu è composto da quattro racconti autonomi che trovano compimento solo nell’ultimo. Perché ha scelto una struttura frammentata per raccontare qualcosa di così unitario come il tema  della memoria?

La teoria dei sei gradi di separazione ipotizza che ogni persona sulla Terra, possa essere collegata a qualsiasi altra persona attraverso una catena di conoscenze composta da non più di cinque intermediari. Nel raccontare parto sempre dalla realtà, da esperienze che ho vissuto, da fatti che mi sono accaduti, da eventi cui ho assistito e che hanno attratto la mi curiosità. Non sempre li espongo nel loro ordine cronologico e, scomposti, ricomposti e trasformati dalla fantasia in qualcosa che non somiglia più al vissuto, inizio a raccontarli, a dar loro una forma simbolica e unitaria.Tempo addietro sono stata portata da amici in un paesino ai piedi della Maiella e sono stata presentata ad alcuni abitanti del luogo. Fra questi c’era una anziana signora che, un giorno mentre eravamo fuori, mi ha preso per mano e con una certa decisione, mi ha condotta verso il suo garage: una stanza piena di peperoncini. Questa miriade di peperoncini che, appesi e marcescenti rendevano l’aria quasi irrespirabile, erano, per lei, un vero tesoro.  Ho conosciuto questa signora per caso, non essendo stata prevista quella sosta.   In altre circostanze sono venuta a sapere della donna sepolta senza testa, di cui si narra nel secondo racconto.Quello che ci accade nella vita di tutti i giorni potrebbe apparire casuale o non degno di nota, ma se si porge attenzione ai piccoli gesti, sorrisi, alle piccole cose, ai dettagli, ci si rende conto che nulla è casuale, anzi è lì per noi, affinché ne cogliamo l’essenza.

  •  Nel suo libro la bellezza attraversa paesaggi, opere dell’uomo e legami affettivi come una promessa antica. Viene naturale pensare alle parole di Dostoevskij ne L’idiota«La bellezza salverà il mondo» e chiedersi se oggi quella profezia sia ancora valida. Nei suoi racconti, la bellezza sembra esserci, ma non sempre essere riconosciuta: è lo sguardo contemporaneo ad essersi indebolito o è la bellezza stessa ad aver perso la forza di salvarci?

La bellezza, viene a volte distrutta dall’uomo ma non perde mai la sua forza. L’uomo moderno deve sottostare a condizionamenti esterni molto forti, deve lottare duramente per vivere o per sopravvivere e, spesso, non restano energie per guardarsi attorno.   

  • I suoi personaggi attraversano luoghi segnati dalla storia: l’Abruzzo del dopoguerra, la ex Jugoslavia dopo la guerra fratricida, l’India contemporanea. Quanto conta, per Lei, il rapporto tra memoria storica e memoria intima?

La memoria storica spinge la memoria intima ad una sua formazione, non c’è memoria intima senza memoria storica. La guerra uccide la memoria di un popolo e mostra un mondo fatto solo di orrori. Per uscire da questo orrore è necessario andare a ritrovare la memoria e la storia: la storia di questo mondo e la storia intima della nostra gente. Danica sa che può riportare in vita “il tempo in cui ogni avvenimento era degno di un rito” e ci prova.

  • Maria Grazia, Danica e Petar vivono la stessa tragedia ma reagiscono in modo opposto: lei si rifugia nella quotidianità, lui nella ricerca ossessiva della madre. È il dolore che prende forme diverse o sono due modi inconciliabili di sopravvivere?

Danica e Petar hanno modi differenti di affrontare il dolore. Danica lavora affinché la figlia e le nipoti possano avere una vita migliore di quella che è toccata a lei. Viene da una famiglia che “aveva speso tempo nella cura della famiglia e delle amicizie ”dove“ erano stati accolti nuovi membri… con feste memorabili e, sempre con memorabili incontri era stato dato l’addio a persone molto amate”. Danica è decisa a recuperare questi valori e trasmetterli perché sa che solo in questo modo il futuro può essere migliore del passato. Petar sa invece che “anche le atrocità più impensate possono essere compiute tra lo splendore della natura” e non è disposto ad accomodamenti. Non subito perlomeno. Il caos della guerra è ancora presente nel suo intimo e va alla ricerca di chi è vivo e di chi è morto. Ma se ad un primo sguardo, questi due modi di affrontare il dopoguerra con il dolore che si porta appresso, possono apparire inconciliabili, guardando con più indulgenza e compassione si comprende quanto siano compenetrati. Sarà Danica ad infondere nuova speranza in Petar che, portato a termine il compito che si è imposto, è pronto ad accoglierla.

  •  Nei suoi racconti la natura appare splendida e indifferente, mentre l’uomo continua a portare con sé la possibilità dell’orrore, anche nei luoghi più incantevoli. Viene in mente la domanda che attraversa La sottile linea rossa di Terrence Malick: «Questo grande male… dove nasce? Come entra nel mondo?»

Ha voluto lasciare questo contrasto aperto, come una ferita che non si rimargina, o pensa che la letteratura possa almeno nominarlo, se non per risolverlo, per provare a comprenderlo? “La sottile linea rossa” si apre con già la riposta del regista alla domanda “Questo grande male…dove nasce? Come entra nel mondo?” Il disertore, protagonista del film, rivolgendosi al militare che lo ha catturato afferma “io   sono due volte l’uomo che è lei”. E’ quindi la disobbedienza che ci può salvare da “questo grande male”? L’immagine del capitano che, seduto di fronte ad un tavolinetto sgangherato con sopra una candela accesa, si chiede   se ha agito bene, lascia tutti sgomenti.  Il capitano non ha voluto mandare i suoi soldati, che considera figli, al macello, ma ha disobbedito e ora deve lasciarli in mano a militari più opportunisti ed interventisti. La risposta di Malick sembrerebbe essere la disobbedienza. Se non che la disobbedienza di un singolo o di pochi non farà alcuna differenza, non porterà alcun bene e sul palco degli onori saliranno   quelli che avranno saputo cogliere l’opportunità del momento.L’arte, da sempre si è assunta il compito di mostrare ferite e contrasti.  Per uscire dalla povertà le persone fanno scelte imposte dalle circostanze. La figlia di Marì sceglie quello che considera essere meglio per se stessa, ma sa che non è la scelta migliore. La guerra uccide la memoria di un popolo e mostra un mondo fatto solo di orrori.  Di fatto ho raccontato le ferite  di cui sono stata   testimone, perché bisogna pur  guardarle le ferite di questo nostro povero mondo, dare loro un nome e, se possibile, risanarle.

  •  Maria Grazia, il personaggio di Emilia torna anche in questo libro, viaggiando in India con una lettera che pesa più di un bagaglio. Che ruolo ha il viaggio, per Lei, come esperienza di smascheramento piuttosto che di evasione?

Il viaggio è la vita è conoscenza. Emilia sceglie di andare a trascorrere il Natale in India perché sa che lì troverà qualcosa di diverso. E anche se “è solo una piccola donna con una lettera in tasca”, le viene concesso il privilegio di comprendere un mondo tanto diverso dal suo. Se hai una lettera in tasca e la voglia di parlare alla donna che ti rifà il letto, il tuo viaggio, ovunque esso ti porti, è già un’esperienza.

  •  La lettera è il vero centro gravitazionale del romanzo: un oggetto semplice che tiene insieme destini lontani. Quanto Le interessa il potere silenzioso delle cose minime nella costruzione di una storia?

Sono sempre stata attratta dai particolari: la stanza piena di peperoncini…la donna sepolta senza testa, una  donna, con una voce dolce e gli occhi buoni (particolari che mi sono stati raccontati e che mi hanno commossa profondamente) e che ha dovuto subire una morte tragica…una ragazza bellissima che perde una busta bianca. Sono particolari o vite vissute? La vita degli altri ci passa accanto, possiamo farci caso oppure no, ma se porgiamo attenzione, ogni cosa, ogni piccolo oggetto, assume un significato universale.

  •  Maria Grazia, la figura materna percorre Una vecchia 500 blu come una presenza originaria, fatta di attese, assenze e memorie che non smettono di agire. Natalia Ginzburg scriveva in Lessico famigliare: «Le cose che si imparano in famiglia non si dimenticano mai».
    Scrivendo queste storie ha avuto la sensazione che la madre non sia soltanto una relazione affettiva, ma una radice profonda che continua a determinare chi siamo, nel tempo e oltre il tempo?

 Il rapporto madre figlia è quasi sempre conflittuale ma ciò che ci portiamo appresso è quello che abbiamo conosciuto attraverso gli occhi di nostra madre e questo vale per tutti, uomini e donne. “Del resto, come poteva avere paura o sentirsi in pericolo in quei luoghi che conosceva a memoria e aveva percorso in lungo e in largo? I luoghi di sua madre”.

  •  Nel suo primo romanzo, La canzone di Milla, il percorso di Emilia è segnato dal rapporto irrisolto con il padre e da una sorta di “magia risanatrice”. Cosa è cambiato, nella sua scrittura e nel suo sguardo, passando da quel libro a Una vecchia 500 blu?

Ne “La canzone di Milla” mi riconosco ancora acerba. Nel  primo libro Emilia riesce guardare solo dentro di sé e i temi sono strettamente legati alla storia del territorio. In “Una vecchia cinquecento blu” vorrei dire, se posso, che sono maturata, forse, anche nella scrittura, le persone, gli avvenimenti, gli oggetti hanno vita propria e parlano al lettore, a chi vuole sapere.

  •  Dopo aver chiuso l’ultima pagina, resta una domanda sospesa su ciò che quella lettera contiene davvero. Secondo Lei, il lettore ha più bisogno di risposte o di domande che continuino a lavorare dentro di lui?

L’uomo di oggi vive in mondo fatto di necessità imposte, non necessarie e forse, anche superficiali. Le domande quindi sono importanti per andare oltre il contingente. L’uomo di oggi ha bisogno di accogliere dentro di sé le domande che lo circondano e farle proprie. Deve affrontare grandi problematiche e non può dare ascolto a chi propone soluzioni facili. Le risposte a certe domande, a volte, sono di difficile comprensione, impegnano la nostra volontà, la nostra coscienza ma non per questo dobbiamo rinunciare. I personaggi di Malick non rinunciano, forse non agiscono nel migliore dei modi, ma ci provano.

Link acquisto https://www.abrabooks.it/prodotto/maria-grazia-nanni-una-vecchia-500-blu-quattro-racconti/